SOCIETÀ

25 aprile, le voci partigiane sono un presidio di libertà

Sono 81 anni che l’Italia e l’Europa si sono liberate dal nazifascismo. Non è un anniversario tondo, ma è proprio questo il momento di tenere alta l’attenzione. Ogni anno che passa ci allontana di più da quel momento: le voci, per una questione anagrafica, sono sempre meno ma riportarle alla luce, ascoltare che cos’è stato il nazifascismo, che cos’è stata la Liberazione da chi ha vissuto quella parte di storia è una conoscenza che ci aiuta a restare cittadini liberi. È per questo che abbiamo voluto raccontare storie come quella dei Fratelli Cervi, abbiamo voluto raccontare a fondo la Resistenza a Padova, sia attraverso un fumetto che attraverso le vicende che hanno portato l’Università di Padova a essere insignita della medaglia d’oro al valor militare.


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È per tutti questi motivi che un progetto come Noi, Partigiani è una fonte importante di storie e democrazia. Il lavoro dell’ANPI è un grande archivio digitale dedicato alla memoria della Resistenza italiana, fatto con l’obiettivo di raccogliere, preservare e rendere accessibili le testimonianze dirette delle partigiane e dei partigiani ancora in vita. Il sito si presenta come un vero e proprio memoriale online, costruito a partire da centinaia di video-interviste realizzate negli ultimi anni in tutta Italia: racconti spesso registrati quando i protagonisti hanno ormai superato i novant’anni, in cui emergono ricordi personali, esperienze di guerra, scelte morali e frammenti di vita quotidiana durante la lotta di Liberazione. Non si tratta quindi di una semplice raccolta documentaria, ma di un patrimonio di memoria orale che restituisce la Resistenza nella sua dimensione più concreta e umana, fatta di decisioni individuali, paure, relazioni e contesti locali molto diversi tra loro. 

Noi, Partigiani rappresenta anche un tentativo di traghettare la memoria del Novecento ad oggi. Le testimonianze sono in openaccess e riutilizzabili, anzi l'invito è proprio quello di farlo: nei giornali, nelle scuole, nei presidi. Sono storie di donne e uomini comuni, all’epoca spesso semplici giovani che si sono ritrovati in mezzo a vicende ben più grandi di loro. Spesso non erano “buoni a fare la guerra” come dice Luigi Meneghello sul suo I Piccoli Maestri, come Ubaldo Ballarini, nome di battaglia “Fulmine”, della Brigata Savona, ma in realtà un semplice ragazzo che racconta come quando i soldati buttarono le armi, scappando e nascondendosi lui le raccolse e le portò o casa. Non per una scelta precisa, non per un progetto. “Non si sapeva cosa potessero servire”. È un gesto quasi casuale, ma è così che per molti comincia la Resistenza: senza un momento fondativo, senza una decisione solenne.

Come per Teresa De Luca, sarta, partigiana con nome di battaglia “Vera”, che si trova dentro la guerra quasi senza accorgersene. Racconta dei ragazzi che arrivano senza vestiti, senza niente: “avevano un paio di calzoni e non avevano altro” . E allora lei cuce, sistema, aggiusta. Non è un gesto eroico nel senso classico, è lavoro ma di eroi non ce n’era bisogno, c’era bisogno e c’è sempre bisogno di persone comuni, oneste. Teresa racconta che fuori passano i tedeschi, i rastrellamenti arrivano nei paesi, e la guerra entra nelle case. “Una mattina avevo la macchina da cucire che non cuciva e ho detto vado - racconta Teresa -. L'ho messa sotto il braccio e vado a Vittorio Veneto che dista 2 chilometri a portarla a farla riparare. Ma quando sono arrivata appena fuori del paese che c'è la discesa e poi c'è la salita che ho sentito tutto questo fracasso. Sono andata vicino per vedere la strada e ho visto tutti i tedeschi che andavano a fare il rastrellamento. Allora mi sono spaventata, ho buttato giù la macchina sotto una vite sono corsa perché a casa avevo mio fratello, il più piccolo”.

Teresa poi ricorda un uomo ucciso davanti agli occhi, visto dalla finestra: “ho visto che non si muoveva più… allora è morto”. Quell’uomo si chiamava Armando Grava, nome in codice “Rosa”, ucciso il 17 marzo 1945 dopo giorni di sevizie.

E poi c’è chi quella guerra la vede da bambina, come Pinuccia Galimberti, nata nel 1932. Aveva otto anni quando ascoltò alla radio il discorso di Mussolini. Dice che la guerra sembrava quasi una conseguenza naturale di quello che veniva insegnato a scuola, delle canzoni, dei racconti, dell’idea di impero. 

E poi ci sono le staffette, le donne che attraversano i paesi, le montagne, i posti di blocco. Una di loro, Olga Guerra, racconta di quando ha cominciato: “sembrava una cosa da niente”. Lei però faceva la staffetta per l’8ª Brigata Garibaldi e nell’intervista racconta di Salvatore “Giulio” Auria, classe 1916, ucciso in combattimento il 21 aprile 1944, Medaglia d’Argento alla memoria. Ma anche di Ilario “Pietro” Tabarri, che era il comandante dell’8ª Brigata e che Olga sposerà dopo la guerra.

Poi c’è chi ricorda proprio quel momento di smarrimento collettivo, in cui ci si trovava di fronte a qualcosa di sconosciuto. “Eravamo tutti sbandati, non sapevamo cosa fare” racconta Nivarda Busani, staffetta e sottotenente, partigiana combattente della Brigata Italia guidata da Ermanno Gorrieri “Claudio”. Nivarda ricorda del suo comandante, dell’amica Vittoria Bucciarelli e della morte del fratello Gianfranco, nato il 13 luglio 1925, ucciso l’8 gennaio 1945, anche lui Medaglia d’Argento alla Memoria.

E poi ci sono anche i più piccoli. Sappiamo che i partigiani e le partigiane erano mediamente di giovane età ma c’era chi, come Luciano Gatti, si è ritrovato dentro la guerra senza nemmeno avere l’età per capirla. Nonostante avesse solo 12 anni Gatti racconta che faceva la staffetta di collegamento tra gruppi partigiani sulle Alpi Apuane. 

Tra le più di 200 testimonianze raccolte in Noi, Partigiani, c’è anche chi, nel corso della sua vita, si è trovato a cambiare idea, come molti. E Giovanni Negrelli, che dice di essere stato convinto fascista da bambino, con la divisa, le attività a scuola, il senso di appartenenza. “Io sono nato al tempo del fascista ed ero un fascista proprio vero e proprio  - racconta Negrelli - perché andando a scuola a 6 anni mi misero subito il berrettino di Balilla e così sono sempre stato veramente fascista. Fino a un punto in cui mi avevano messo nell'ufficio dei fascisti, a pulire. Un giorno mi mandano al bar di Concordia a chiamare un signore che io conoscevo. E allora come arriviamo con questo signore che sono andato a chiamare nell'ufficio dove ero prima, i fascisti hanno cominciato a dargli pugni e calci e io sono rimasto molto sorpreso, anche perché mi sentivo quasi il responsabile, perché sono andato io a chiamare questa persona. Però in quel momento non ho più avuto la convinzione di essere fascista. È stato dopo il soldato che sono diventato partigiano perché sono vissuto a casa in licenza, a Concordia, e allora i fascisti m'han fermato chiedendomi di andare con loro. Io ho detto niente, solo ho detto "Va bene, ci penserò" e nel frattempo ho pensato di andare in montagna e abbiamo formato una formazione di partigiani”.

Le reti sono state fondamentali per la liberazione dal nazifascismo. L’abbiamo raccontato in Il Bisnonno fischiettava, ma sappiamo che la solidarietà, l'unione, sono stati ingredienti senza i quali la storia sarebbe stata diversa. Famiglie che nascondono partigiani in casa mentre passano i tedeschi, contadini che offrono cibo, parroci che aiutano a spostarsi, a nascondersi, a passare i confini, la stampa clandestina. Senza questa rete la Resistenza non sarebbe stata possibile.

E poi ci sono le catture, le selezioni, la paura. Franco Del Sarto racconta di quando vengono presi in centinaia, messi in fila, separati. Uno alla volta entrano in una stanza e spariscono. Lui è sopravvissuto alla fucilazione durante la strage di Forno del 13 giugno 1944 quando nazisti e X Mas uccisero 60 persone tra civili e partigiani.

Sono passati 81 anni dal giorno della Liberazione dal nazifascismo, leggere, ascoltare, vedere le storie di chi ha vissuto quei momenti è e rimane un presidio di democrazia.

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