SOCIETÀ

75 anni dopo, la Convenzione sui rifugiati è sotto assedio

Un tempo, ed era un tempo di guerra appena conclusa, di ferite ancora aperte, di dolori irreparabili, c’erano princìpi talmente radicati da essere considerati non soltanto necessari, ma universalmente inviolabili, non negoziabili. Come quello adottato il 28 luglio del 1951 dalla “Conferenza dei plenipotenziari” dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nata pochi anni prima, nell’ottobre del 1945, proprio per prevenire futuri conflitti globali e promuovere la cooperazione internazionale tra gli Stati. Quel giorno, a Ginevra, i rappresentanti di 26 nazioni (compresa l’Italia) firmarono la “Convenzione sullo status dei rifugiati”: un testo fondamentale, alla base del diritto internazionale, che definisce con esattezza chi può essere considerato un rifugiato, indicandone i diritti minimi (un alloggio, l’assistenza medica, l’istruzione pubblica, la sicurezza sociale) stabilendo un principio basilare: chi fugge da persecuzioni, conflitti e violenze deve poter trovare un luogo sicuro dove ricostruire la propria vita. E non può essere respinto verso le zone da cui proveniva, dove rischierebbe (per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o opinione politica) persecuzioni, torture o altre gravi violazioni dei diritti umani: è il principio del “non-refoulement”, del “non respingimento”, che molti considerano la pietra angolare della Convenzione, il punto nevralgico, intoccabile. A quell’epoca il “perimetro d’azione” riguardava soltanto i rifugiati di guerra europei, e per gli anni precedenti al 1951. Il successivo Protocollo del 1967, firmato a New York, rese poi quella convenzione universale e senza più limiti temporali: non più rivolta al passato, ma tesa a garantire che le atrocità compiute durante quel conflitto non potessero più ripetersi (intere comunità devastate, milioni di persone sfollate con la forza, milioni di persone perseguitate e uccise nei campi di concentramento nazisti). Quel testo oggi porta le firme di 149 stati che, almeno in teoria, a quei princìpi dovrebbero rigorosamente attenersi. 

In teoria, appunto. Sono trascorsi 75 anni dalla prima firma, quella di Ginevra. Ma quel “muro portante” del diritto internazionale si sta inesorabilmente incrinando, sotto i colpi dei governi sovranisti e populisti che sulla “difesa della sicurezza” e sul contrasto alle migrazioni hanno edificato la loro proposta politica, teorizzando respingimenti alle frontiere, restrizioni dell’accesso al diritto di asilo e rimpatri forzati. Mentre l’aumento dei conflitti armati (nel 2025 il Comitato Internazionale della Croce Rossa ne contava oltre 130 attivi) moltiplica il numero delle persone costrette alla fuga lasciando le proprie case (i rifugiati costretti a vivere all’estero, sempre secondo i dati della Crose Rossa, sono più di 41 milioni, mentre gli sfollati sono circa 117 milioni). “Viviamo in un quadro storico e geopolitico molto complicato”, è il commento di Federico Fossi, dell'Ufficio Comunicazione italiano dell’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), interpellato da Vatican News, la testata giornalistica ufficiale della Santa Sede. “Alcuni sostengono che la Convenzione non sia più adeguata al mondo globalizzato di oggi, caratterizzato da flussi migratori misti e da sistemi di asilo messi sotto pressione. Noi non siamo d’accordo: pensiamo che la Convenzione di Ginevra sia tuttora un quadro importantissimo, che permette di distinguere chi necessita di protezione internazionale, garantendo che nessuno sia rimpatriato verso persecuzioni, torture o altri gravi pericoli”.

Al grido di “Send them back”

Eppure la politica, l’attuale politica, quella che ultimamente molto va di moda, quella dell’estremismo di destra che sta pian piano conquistando i governi in diverse nazioni e un’inedita maggioranza al Parlamento Europeo, punta decisamente in direzione contraria. Come testimonia il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno scorso, il più severo mai attuato all’interno dell’Unione Europea. Dopo il voto, alcuni eurodeputati di estrema destra avevano esultato gridando lo slogan “Send them back” (rimandateli indietro), anticipando il tema della “remigrazione” tanto caro ai neonazisti tedeschi di Alternative für Deutschland, saldamente in testa ai sondaggi nazionali, e prontamente ripreso, in Italia, in Spagna, in Portogallo, dai partiti della destra più estrema. 

Human Rights Watch descrive così l’impatto che avrà la nuova legge dell’UE sull’immigrazione: “Le nuove regole comprometteranno il diritto all’asilo facilitando per i governi la rapidità della valutazione delle richieste di protezione, limitando le garanzie nelle procedure di asilo e aumentando la durata della detenzione per i richiedenti asilo. I paesi UE potranno negare alle persone il diritto di richiedere asilo in situazioni vagamente definite di afflusso di massa o strumentalizzazione della migrazione da parte di paesi terzi. I cambiamenti incoraggiano gli Stati dell’UE a riversare la loro responsabilità nei confronti dei richiedenti asilo verso paesi al di fuori dell’Unione, facendo ben poco per migliorare la condivisione delle responsabilità all’interno della stessa UE”.


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Gli “hub di ritorno” e il caos a Ceuta 

I singoli stati, poi, viaggiano in ordine sparso. L’Italia che apre hub di rimpatrio in Albania (rimasti pressoché deserti, mentre Tirana ha già annunciato che non ci sarà una proroga oltre il 2030), il Regno Unito che ha tentato di spedire in Ruanda i richiedenti asilo, progetto poi bloccato dalla Corte Suprema britannica, la Danimarca che ha inasprito le regole sui ricongiungimenti familiari (bisogna peraltro superare un test di lingua danese) privando i rifugiati siriani dello status legale. Anche Germania, Austria, Grecia e Paesi Bassi, stanno valutando la possibilità di creare “hub di ritorno” in nazioni asiatiche o africane per far valutare lì le richieste d’asilo. Mentre la Spagna, in piena controtendenza, lo scorso gennaio aveva regolarizzato 500.000 migranti privi di qualsiasi status legale riportandoli “in superficie” per così dire, consentendo loro di ottenere permessi di soggiorno e di lavoro, di durata annuale, in modo da poter firmare un contratto, pagare le tasse, uscire dal nero. 

Spagna che pochi giorni fa ha dovuto far fronte a un’insolita invasione (chi li ha fatti passare?) di circa 60.000 migranti a Ceuta, l’enclave spagnola al confine con il Marocco (si parla di almeno 57 morti, e già nella giornata di venerdì oltre 48mila persone avevano fatto rientro nel territorio nordafricano). C’è addirittura chi sostiene che possa trattarsi di una “ritorsione” del governo marocchino dopo la visita del premier spagnolo Sanchez ad Algeri, storica rivale di Rabat, per discutere di forniture di gas. Con l’Italia, sostenuta da varie nazioni, che ha assai tempestivamente deciso di sospendere il trattato di libera circolazione di Schengen, chiudendo le frontiere aeree e marittime con la Spagna. Anche il presidente americano Donald Trump ha definito la situazione di Ceuta “una catastrofe”, lasciando spazio a chi ritiene che la crisi sia stata orchestrata a tavolino, per finalità politiche. Al contrario, il Primo Ministro britannico Andy Burnham e il presidente francese Emmanuel Macron si sono offerti di aiutare la Spagna.

Situazione politicamente complessa, tenendo conto che la gestione delle frontiere dovrebbe restare compatibile con il rispetto degli obblighi internazionali e che non esiste un organismo in grado di erogare sanzioni a chi non si attiene alle norme sottoscritte. L’unico è l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR), che lavora per garantire a tutte le persone costrette a fuggire da guerre, violenze e persecuzioni, il diritto di chiedere asilo e di vivere in un luogo sicuro, ma che non ha potere di coercizione sugli stati inadempienti. Anzi, ne subisce in qualche modo le “intimidazioni”: come quelle degli Stati Uniti, storicamente tra i principali finanziatori, che con il secondo mandato di Trump hanno drasticamente tagliato i fondi, rendendo praticamente impossibile realizzare i programmi dell’Agenzia. La riduzione dei finanziamenti, nel 2025, è stata del 27%, pari a 1,3 miliardi di euro. L’UNHCR aveva approvato, per il 2026, un bilancio ridotto pari a 8,5 miliardi di dollari, ma al momento soltanto il 31% delle spese risulta finanziato. 

E proprio in quest’epoca di disimpegno, l’UNHCR ha lanciato una campagna globale, chiamata The Promise, esortando governi, organizzazioni e individui a rinnovare il loro impegno a proteggere le persone costrette a fuggire da guerra, violenza e persecuzione (tra i firmatari ci sono celebri attori, campioni dello sport, imprenditori e premi Nobel per la pace). L’iniziativa, guidata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Barham Salih, “mira a costruire - come si legge in una nota pubblicata dall’UNHCR - una vasta coalizione a sostegno della protezione dei rifugiati in vista del Global Refugee Forum, che si terrà nel 2027, come sempre a Ginevra. Questo unirà voci da tutta la società civile per riaffermare il diritto di chiedere asilo e ricostruire vite dopo conflitti e persecuzioni”. 

“Settantacinque anni fa, il mondo ha promesso di proteggere le persone costrette a fuggire”, ha dichiarato Barham Salih. “La nostra responsabilità ora è mantenere viva quella promessa, per tutte le generazioni a venire”.

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