Anche il Perù svolta a destra: le sfide future dopo l'elezione della figlia del dittatore Fujimori
Keiko Fujimori, neoeletta presidente Perù, foto REUTERS/Angela Ponce
Il tono è perentorio, come da tradizione di famiglia: “Non aspetteremo un minuto di più, perché siamo qui per risolvere i problemi del paese e iniziare a prendere decisioni. Anzitutto dobbiamo ristabilire l’ordine”. Keiko Fujimori, leader della coalizione di destra “Fuerza Popular”, è riuscita, al suo quarto tentativo, a conquistare la Casa de Pizarro, il Palazzo presidenziale del Perù, eletta per un soffio (meno di 50.000 voti su un totale di oltre 18 milioni, al termine di uno spoglio di una lentezza estenuante) a scapito del rivale, Pedro Sanchez, nazionalista di sinistra, che si presentava con il sostegno dell’ex presidente, Pedro Castillo (ora in carcere, condannato per cospirazione).
Fujimori, 51 anni, è la figlia maggiore dell’ex dittatore Alberto Fujimori, morto nel 2024, che aveva chiuso senza gloria i suoi 10 anni di presidenza (nel quale aveva anche sconfitto, utilizzando spesso metodi brutali, i ribelli di Sendero Luminoso), con una condanna per corruzione e violazione dei diritti umani, ritenuto responsabile di aver commissionato omicidi e rapimenti, oltre che per aver pianificato la sterilizzazione forzata di oltre 270.000 donne indigene.
Un’eredità pesantissima che Keiko si porterà sulle spalle per tutta la durata del suo mandato, anche se la vera scommessa è portarlo a termine, dal momento che la politica peruviana ultimamente sta “divorando” i suoi presidenti: ne ha cambiati dieci in 10 anni, rimossi dal Congresso chi per corruzione, chi per riciclaggio, chi per incapacità morale.
Resta la domanda: riuscirà la presidente Fujimori a ricucire il tessuto sociale di una nazione così profondamente divisa e politicamente polarizzata? E con una criminalità in deciso aumento (soltanto nei primi tre mesi del 2026 ci sono stati 504 omicidi, più di 5 al giorno, 52.711 casi di violenza contro le donne, 4.594 stupri denunciati, 287 rapimenti, 13.348 rapine, 38.939 furti e 3.891 estorsioni) e il dilagare spesso incontrollato delle bande criminali, spesso collegate all’estrazione illegale dell’oro, che peraltro sta provocando enormi e difficilmente reversibili danni ambientali, dalla deforestazione selvaggia all’inquinamento dei fiumi con il mercurio.
L’impresa appare ardua. Il quotidiano El Espectador ha pubblicato pochi giorni fa un interessante intervento di Nina Chaparro González, ricercatrice senior presso il centro studi colombiano Dejusticia, titolato “Il ritorno di un fantasma: Keiko Fujimori e la democrazia svuotata del Perù”. Scrive la ricercatrice, senza usare troppi giri di parole: “Il ritorno del fujimorismo al potere in Perù va ben oltre le elezioni: rilancia un progetto politico messo in discussione dall’autoritarismo e comporta nuovi rischi per la democrazia, la memoria storica e la società civile in America Latina”. E ancora: “La vittoria di Keiko arriva alla fine di un decennio di caos istituzionale e profonda instabilità. Gli accademici Rodrigo Barrenechea e Alberto Vergara hanno chiamato questo fenomeno “svuotamento democratico”. A differenza del classico indebolimento della democrazia – in cui un caudillo concentra il potere – il Perù subisce un’erosione interna: la scomparsa dei partiti, l’assenza di politici esperti, un parlamento con ampi poteri e la rottura dei legami tra rappresentanti e cittadini. Una democrazia che funziona come un guscio, con istituzioni che esistono, ma non governano; con elezioni che si tengono, ma che non producono legittimità duratura”.
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Ma, piaccia o meno, questo è il risultato alle urne. E quindi spetta alla neo presidente (l’insediamento formale avverrà il 28 luglio, durante le celebrazioni dei 205 anni dalla conquista dell’indipendenza del Perù dalla monarchia spagnola) tracciare le linee guida che il prossimo governo dovrà seguire. “Effettueremo una diagnosi tecnica, ministero per ministero, per conoscere lo stato dei programmi, dei progetti e delle opere, nonché delle risorse disponibili e delle sfide più urgenti”, ha dichiarato la presidente. Ma è evidente che il primo problema da affrontare sarà quello della sicurezza, sulla base dei numeri già ricordati. Diminuirli (e il prossimo governo punta forte, come tutte le destre, sul tema dell’ordine da ristabilire) potrebbe abbassare l’indice della “percezione dell’insicurezza”, che secondo l’INEI (Instituto Nacional de Estadística e Informática) ad aprile 2026 è salito all’83,2% della popolazione, mentre un peruviano su quattro ha dichiarato di essere stato vittima di un atto criminale. Non sarà semplice, e non sarà indolore. In campagna elettorale, Keiko ha promesso di costruire prigioni di massima sicurezza, affidandone la gestione alle forze armate, oltre a ipotizzare la creazione di Centri di Comando e Sorveglianza Video, connessi in tutte le 24 regioni del paese, in grado di elaborare “mappe del crimine in tempo reale”.
Ma non meno grave è la questione economica, e di conseguenza sociale. E non tanto per gli indici macroeconomici: il Perù è una delle nazioni più stabili dell’America Latina, con una crescita per il 2026 stimata da Forbes tra il 2,6 e il 3,6% del Pil, e un’inflazione al 2,4%. Il problema vero sarà tradurre questi dati in maggiori opportunità, in offerte di lavoro di qualità, e nel superamento della cronica precarietà. Un solo dato per comprendere la portata del fenomeno: a marzo 2026 l’informalità del lavoro, vale a dire gli impieghi senza un contratto formale, senza garanzie, ha sfiorato in media il 70%: vale a dire che oltre 12 milioni di persone lavorano al di fuori di qualsiasi regolamentazione, e dunque di qualsiasi tutela. Nelle aree rurali l’informalità ha raggiunto la cifra record del 94,5%, mentre nelle città la percentuale registrata, sempre dall’INEI, è del 64,2%. Fujimori sostiene un modello basato sulla libertà di mercato e sugli investimenti privati. Anche per quel che riguarda il settore minerario, che rappresenta il 60% delle esportazioni del Perù: secondo il Rio Times si preannuncia “uno shock di deregolamentazione”, il che non lascia affatto tranquilli gli ambientalisti, che temono una corsa incontrollata allo sfruttamento delle risorse.
Quanto alla questione ambientale, resta da analizzare il capitolo climatico, che merita un breve approfondimento perché sarà un argomento dirimente nei prossimi mesi. A far paura è soprattutto il fenomeno El Niño, che richiederà un enorme lavoro di “gestione del rischio”. Come riassume il sito d’informazione Infobae: “In un paese con infrastrutture vulnerabili, città disordinate e storiche lacune nei servizi di base, El Niño può rapidamente trasformarsi in una crisi economica e sociale. La mancanza d’acqua è uno dei volti più difficili di questa fragilità. Secondo Sunass (la Superintendencia Nacional de Servicios de Saneamiento), nel 2025 circa 3,3 milioni di peruviani non avevano ancora accesso all’acqua potabile e 6,9 milioni mancavano di servizi igienico-sanitari di base. La copertura dell’acqua potabile è passata dall’88,2% al 90,4% tra il 2015 e il 2025, un aumento di soli 2,2 punti percentuali in un decennio”. La Commissione Multisettoriale responsabile dello Studio Nazionale sul Fenomeno El Niño (ENFEN) stima che l’evento “El Niño costiero” (che colpisce soprattutto Perù e Ecuador) duri fino al 2027, con un’intensità prevista da “moderata” a “severa”. Mentre l’istituto di consulenza Credicorp Capital Asset Management stima che El Niño avrà un impatto drammatico sull’economia peruviana, soprattutto nei settori dell’agricoltura e della pesca, con un costo, sempre stimato, di oltre 4 miliardi e mezzo di dollari. Le regioni più a rischio, secondo gli esperti, saranno quelle nord-occidentali di Tumbes, Piura, Lambayeque e La Libertad. Il periodo di maggiore impatto è previsto tra dicembre 2026 e marzo 2027. E gestire al meglio questa emergenza non sarà una sfida di poco conto.
Insomma, la parte difficile, per Keiko Fujimori, comincia ora. Internamente dovrà costruire accordi, anche con altre forze politiche, per riuscire a superare l’endemica frammentazione del Congresso: la sua coalizione, Fuerza Popular, ha sì la maggioranza sia alla Camera (41 seggi su 130) sia al Senato (22 su 60), ma non sufficiente a governare da sola. Una presidenza che nasce già debole. E più volte nel recente passato il Congresso ha dimostrato di avere la forza di ribaltare il tavolo. Fujimori sa bene che dovrà tentare di costruire una propria credibilità e di restituire fiducia a una popolazione fortemente polarizzata e stremata da lunghi anni d’instabilità politica, oltre che dai frequentissimi scandali di corruzione. “Dialogheremo con le autorità locali e regionali, con gli imprenditori, con i cittadini e con tutte le persone che desiderano contribuire al bene paese, oltre le bandiere e oltre i colori politici”, ha dichiarato appena la sua nomina è stata ufficiale. “E tutto sarà svolto con trasparenza. Inizia oggi una nuova fase. La affronteremo con responsabilità, umiltà e un profondo senso del dovere”. Buoni propositi, che dovranno però essere tradotti in pratica.
Trump esulta per il Sud America in nero
Chi di certo può esultare per l’elezione di Keiko Fujomori è il presidente americano Donald Trump, che aveva perfino anticipato la sua proclamazione (“Keiko Fujimori pronta a schiacciare la sfida di sinistra del Perù”, aveva scritto sul suo social) vede colorarsi di nero un’altra casella del Sud America, quella porzione del continente americano che per lunghi anni è stata culla del socialismo. E che invece ora vede un fiorire di governi allineati all’amministrazione statunitense, un obiettivo che ancora lo scorso novembre Trump aveva esplicitato presentando la sua nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, che richiamandosi alla “dottrina Monroe”, e con la definizione aggiornata di “Dottrina Donroe” (dove la D sta per Donald) punta a dividere il mondo in “sfere d’influenza” e soprattutto a far sì che il Sud America “appartenga” agli americani. Difatti Trump non ha mai fatto mancare, con i suoi modi espliciti e spesso smodati, il sostegno (anche economico) ai candidati dell’estrema destra. Come si legge esplicitamente nel documento: “I legami che si creeranno tra gli Stati Uniti e i loro partner saranno vantaggiosi per entrambe le parti, rendendo al tempo stesso più difficile per i concorrenti esterni al continente aumentare la propria influenza nella regione. Vogliamo che le altre nazioni ci considerino il loro partner privilegiato e, con vari strumenti, scoraggeremo la loro collaborazione con altri”.
Oltre al Perù, anche la Colombia (e ancora una volta per un soffio di voti) ha cambiato colore, con l’elezione alla presidenza di Abelardo de la Espriella, soprannominato “el Tigre”, avvocato e imprenditore, estremista di destra e seguace di Trump, che si è distinto per aver difeso in passato controversi criminali e diversi leader paramilitari. E poi l’elezione di Rodrigo Paz in Bolivia, di Antonio Kast in Cile, oltre alla presidenza ormai consolidata di Javier Milei in Argentina. Oppure l’Honduras, dove l’ingerenza americana ha spinto l’elezione di Nasry “Tito” Asfura, da molti definita una presidenza “di transito” per consentire il reintegro dell’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato nel 2024 a 45 anni di carcere per aver portato negli USA 400 tonnellate di cocaina e improvvisamente (e senza alcuna ragione plausibile) graziato da Donald Trump, lo scorso dicembre.
Al puzzle, tolto di mezzo il Venezuela con il clamoroso rapimento di Nicolás Maduro) mancano ora soltanto due tasselli. L’Uruguay, finora stabilmente guidato da Yamandú Orsi, professore di storia, erede della sinistra di José Mujica e rappresentante del Frente Amplio. E il boccone più ghiotto, il Brasile, oggi nelle mani del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, icona della sinistra, ma dove si voterà il prossimo 4 ottobre. La destra, ovviamente con il sostegno esplicito della Casa Bianca, candida Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni di carcere per aver pianificato un colpo di stato. Al momento Lula è in vantaggio nei sondaggi (41% contro il 31% di Bolsonaro jr), ma con la variabile Trump di mezzo tutto può ancora accadere.