Argentina, approvata la legge sui ghiacciai: “Via libera alle estrazioni minerarie”
REUTERS/Agustin Marcarian
Il presidente dell’Argentina Javier Milei non ha mai fatto mistero di essere un negazionista climatico: considera il riscaldamento globale “una menzogna”, definisce “falsi” gli studi che incolpano gli esseri umani per il progressivo innalzamento delle temperature. E non perde occasione, com’è avvenuto all’ultimo Forum di Davos, per scagliarsi contro “la sinistra e l’ideologia woke” che a suo avviso sta mettendo in pericolo l’Occidente. Un libertario senza freni che affiderebbe ai privati perfino la gestione dei beni pubblici, a partire dall’acqua. “L’era degli ambientalisti, che si nascondono sotto la bandiera di falsi slogan, sta per finire”, ha appena dichiarato, esultando per il voto della Camera dei Deputati che, dopo il via libera del Senato lo scorso febbraio, ha approvato di misura (137 voti a favore, 111 contrari, 3 astenuti), ma definitivamente, la cosiddetta “legge sui ghiacciai”, che in sostanza autorizza l’estrazione mineraria nelle zone ghiacciate delle Ande, aree finora protette e considerate ecologicamente fragili e sensibili, come appunto ghiacciai e permafrost. Secondo il presidente argentino la riforma “è un passo necessario per attrarre investimenti nel settore minerario” (a far gola sono argento, oro, rame, ma soprattutto litio, elemento fondamentale per l’industria tecnologica e, paradossalmente, per le energie rinnovabili, con l’Argentina che punta a diventare il secondo produttore al mondo). Non è d’accordo Enrique Viale, presidente della ong Asociación Argentina de Abogados y Abogadas Ambientalistas: “Questa modifica minaccia la sicurezza idrica del paese, compromettendo risorse fondamentali per le generazioni future”. Con i ghiacciai delle Ande che hanno già visto una riduzione del 17% della loro superficie a causa dei cambiamenti climatici negli ultimi dieci anni, sono ora ulteriormente minacciati dall'espansione delle attività minerarie. “Ciò che preoccupa - ha concluso Viale - non è soltanto l’estrazione in sé, ma anche le implicazioni a lungo termine per la biodiversità e il paesaggio, già fortemente stressato dall’inquinamento e dalla crescente scarsità di acqua. La legge appena approvata minaccia l’approvvigionamento idrico per il 70% degli argentini”.
Le proteste all’esterno del Congresso
Il dibattito in Parlamento è stato accompagnato, all’esterno, dalle proteste degli ambientalisti che invano hanno tentato di convincere la maggioranza dei deputati, facendo leva sullo slogan “l’acqua è più preziosa dell’oro”. Sette attivisti di Greenpeace, che si erano arrampicati sulla statua del “Monumento ai Due Congressi”, a Buenos Aires, esponendo uno striscione con su scritto “non tradite il popolo argentino”, sono stati arrestati dalla polizia. L’attivista ambientalista Flavia Broffoni, interpellata dall’agenzia di stampa francese France Press, ha contestato la posizione del governo: “La scienza è chiara: non c’è alcuna possibilità di creare quella che il governo chiama una ᾿miniera sostenibile᾿ in un ambiente periglaciale”. Secondo una rilevazione del 2018 dell’Istituto di Nivologia, Glaciologia e Scienze Ambientali (IANIGLA), in Argentina ci sono complessivamente quasi 17.000 ghiacciai o ghiacciai di roccia (miscela di roccia e ghiaccio) su un’area totale di 8.484 chilometri quadrati. Mentre nel nord-ovest, dove l’estrazione mineraria è concentrata, le riserve glaciali si sono ridotte del 17% nell’ultimo decennio. Secondo un rapporto più recente, pubblicato lo scorso anno dall’Inventario Nacional de Glaciares, il 42% della superficie dei ghiacciai è andata persa negli ultimi 30 anni. “L’Argentina - avevano avvisato gli esperti - è stato il primo paese ad avere una legge a protezione dei ghiacciai, e il suo modello di monitoraggio è stato elogiato da organizzazioni internazionali. Ma la mancanza di volontà politica, unita al negazionismo climatico, mette a rischio la sua efficace attuazione e la conservazione degli ecosistemi di alta montagna”.
L’anno scorso il glaciologo Lucas Ruiz, ricercatore presso il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (CONICET), metteva in guardia sulle decisioni da prendere: “I ghiacciai non sono soltanto belli, ma sono anche fondamentali per lo sviluppo umano in regioni aride come la Patagonia. Le politiche anti-scientifiche di questo governo stanno causando danni a tutti gli organismi tecnici. E non basta la scusa di sbloccare gli investimenti: qui si parla di risorse. Ciò che si discute è se dare priorità ai minerali della catena montuosa o all’acqua che sostiene la vita e le economie regionali. Ma queste decisioni devono essere prese con informazioni, con studi ambientali seri, non con la riduzione della protezione per decreto”. Appelli che non sono stati ascoltati, come spesso accade quando la tutela dell’ambiente si scontra con il miraggio del profitto. Prova ne sia il sostegno politico al nuovo disegno di legge da parte dei governatori delle province andine settentrionali (Catamarca, Mendoza, Salta e San Juan), le più coinvolte nel business delle estrazioni. Il commento del presidente Milei, al termine della votazione definitiva, è stato sprezzante: “Gli ambientalisti preferirebbero vederci morire di fame piuttosto che venga toccato qualcosa”. Senza tenere nel minino conto le proteste che da anni le comunità indigene stanno portando avanti nel bacino salato delle Salinas Grandes e della Laguna de Guayatayoc. La Banca Centrale argentina ha stimato che le esportazioni minerarie del Paese potrebbero triplicare entro il 2030.
Ai minimi il gradimento del presidente
Il presidente argentino, in carica dal dicembre 2023, tira dunque dritto per la sua strada, con la sua personalissima agenda “anarco-capitalista”, fatta di brutali tagli alla spesa pubblica, di un lavoro sempre più precario e oneroso (la nuova legge sul lavoro che, tra l’altro, aumentava l’orario massimo da 8 a 12 ore è stata provvisoriamente sospesa dalla Corte Nazionale), di un tasso di povertà che si attesta al 28% (il dato migliore degli ultimi anni, ma comunque una percentuale alta), di un’inflazione che, ben lontana dai record drammatici degli anni scorsi, sta aumentando più del previsto e che continua a far galoppare i prezzi al consumo, e con una produzione industriale diminuita dell’8,7%, nonostante un generale miglioramento, e una sostanziale stabilità, dei conti pubblici. Ma è il tessuto sociale sta andando in pezzi. Gli argentini si fidano sempre meno di Milei e del suo procedere a strappi, sul modello Trump per intenderci, di cui peraltro è un acceso sostenitore. Prova ne siano gli ultimi sondaggi, che attestano per il presidente argentino un tasso di disapprovazione che supera abbondantemente il 60%, il dato peggiore da quando è entrato alla Casa Rosada. Milei continua a chiedere pazienza e a dare la colpa alla “volatilità del mercato”: “Sappiamo che gli ultimi mesi sono stati difficili - ha scritto il presidente in un lungo post sul social X -, ecco perché chiediamo pazienza. Ma è questa è la strada giusta. Cambiarla ora comporterebbe far saltare in aria tutto ciò che abbiamo raggiunto. L’Argentina oggi sta molto meglio del 2023. Significa che tutti stanno meglio? No. E sarebbe intellettualmente disonesto affermarlo. I processi di miglioramento non procedono alla stessa velocità per tutti: le statistiche riflettono le medie, e sappiamo che ci sono persone che vivono gli estremi della distribuzione”. Un discorso insolitamente pacato (salvo il passaggio in cui ha definito i suoi avversari politici “psicopatici irresponsabili”), che non va a scavare fino in fondo al malessere reale della popolazione. Che deve fare i conti con una quotidianità sempre più difficile da sostenere, con un sensibile aumento delle famiglie che per far fronte alle spese quotidiane sono state costrette a contrarre debiti. Non maggiori investimenti, non maggiori consumi: soltanto far fronte alle spese di base: “Quasi sei famiglie su dieci si sono indebitate per le spese quotidiane”, è scritto nello studio pubblicato dalla Zuban Córdoba y Asociados (che assegna a Milei una disapprovazione al 65%: appena lo scorso dicembre era al 49%) intitolato Public Opinion Monitor. “E in quel contesto, l’83,9% delle famiglia non è in grado di restituire il debito, non riuscendo ad arrivare nemmeno al 20 del mese”. Il 55% degli intervistati ha dichiarato che la propria condizione economica è peggiorata negli ultimi 12 mesi. Numeri che preoccupano la presidenza, anche se alle elezioni generali, che si terranno a ottobre 2027, manca ancora tempo. Ma difficilmente Milei riuscirà a trovare soluzioni strutturali per invertire il trend.