Il caldo che brucia il PIL: l'estate 2026 costa all'Europa 180 miliardi
Banconote di euro di diverso taglio, che bruciano. Foto AdobeStock
L’estate rovente del 2026 ha un costo enorme non soltanto sotto il profilo sociale e ambientale, ma sta mandando in fumo, letteralmente, anche la crescita economica annuale dell’intera Unione Europea. A sostenerlo è uno studio appena pubblicato dalla Triodos Bank, una banca etica con sede nei Paesi Bassi, che ha analizzato l’impatto economico delle temperature così elevate (si tratta della peggiore ondata di caldo mai registrata nel continente) sul prodotto interno lordo complessivo dei paesi membri dell’UE. Tra le principali conseguenze dell’anomalia climatica appena vissuta: calo della produzione agricola ed energetica, prezzi alimentari più alti, come quelli dell’elettricità (con un incremento dei consumi), aumento dei costi di trasporto, riduzione della produttività nel lavoro, incendi, siccità prolungate. In sostanza si stima (perché di previsioni si tratta, dal momento che le ondate di calore sono tuttora in corso e che gli effetti possono, al momento, essere misurati solo applicando modelli matematici) che il costo complessivo per fronteggiare il caldo estivo possa costare all’UE circa 180 miliardi di euro, pari all’1,1% del PIL del blocco, ma che è anche pari alla crescita attesa per il 2026. A pagare il prezzo più alto potrebbe essere la Francia (si prevede un calo dell’1,4% del PIL), seguita da Italia e Spagna, ma anche i Paesi Bassi potrebbero vedere cancellata gran parte della loro crescita annuale.
Un altro paper, firmato da ricercatori della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e del Politecnico di Milano, sostiene che la situazione è probabilmente destinata a peggiorare. Già l’evento siccitoso del 2015-2018 era costato all’Italia circa 24,3 miliardi di euro e 330.000 posti di lavoro. “Ma in un mondo con 2° C di riscaldamento in più le perdite salirebbero a 3,99 punti percentuali del PIL italiano (circa 74 miliardi di euro) e a circa 960.000 posti di lavoro in meno”.
“Il fatto che il cambiamento climatico influenzi la crescita economica a lungo termine è ormai un dato di fatto consolidato nella comunità scientifica”, scrivono gli analisti di Triodos Bank nel loro rapporto. “L’innalzamento del livello del mare, raccolti più bassi, la riduzione della produzione lattiero-casearia, la disponibilità sempre più ridotta di acqua dolce, la salute umana, la diminuzione della produttività e l’aumento della domanda di energia sono i principali modi in cui il cambiamento climatico danneggia l’economia. Col tempo, questi diversi canali possono sommarsi fino a produrre una crescita negativa, o addirittura a un collasso incontrollato: una stima recente indica che la perdita a lungo termine del PIL mondiale supera il 20% per ogni grado di riscaldamento globale, una volta che l’intera gamma di variabilità climatica è stata presa in considerazione”.
La siccità blocca le centrali nucleari
Il caldo estremo può incidere sull’economia in diversi modi: può produrre effetti diretti sull’uomo (secondo i dati raccolti da Bloomberg, in continuo aggiornamento, i decessi in Europa legati alle ondate di calore hanno superato quota 25.000), danni agli ecosistemi, costi diretti per far fronte ai danni causati dal calore e per le riparazioni e, trasversalmente a tutti questi aspetti, riduzione della produzione e del Prodotto Interno Lordo delle singole nazioni. Quattro le aree prese in considerazione dagli analisti: alimentazione e agricoltura, produzione di energia, trasporti e logistica, e produttività del lavoro.
“La principale causa del calo economico dovuta al caldo è la perdita di produttività del lavoro” - ha spiegato Hans Stegeman, capo economista della Triodos Bank, intervistato dal quotidiano olandese NL Times. “L’effetto è più marcato nei settori con una forte esposizione al calore, tra cui l’edilizia, l’agricoltura (le previsioni sulle rese agricole in tutta Europa sono già state riviste al ribasso, e di conseguenza c’è il rischio di un’impennata dei prezzi allo scaffale) e altri lavori fisicamente impegnativi. La produttività può diminuire anche nel lavoro d’ufficio, specialmente negli edifici senza aria condizionata. L’uso dell’aria condizionata è in aumento nei Paesi Bassi, ma rimane molto indietro rispetto ai livelli in Italia e in Spagna”. Anche le forniture di energia sono inevitabilmente sotto pressione: perché i pannelli solari diventano meno efficienti quando si surriscaldano; e perché la maggiore domanda di elettricità proveniente dall’utilizzo imponente dell’aria condizionata fa salire i prezzi dell’energia, danneggiando le industrie, le imprese e le famiglie. E la siccità non aiuta: all’inizio di agosto la centrale nucleare di Paks, in Ungheria, 120 km a sud di Budapest, che utilizza l’acqua del Danubio per raffreddare le turbine, è stata costretta a interrompere la sua produzione proprio per la riduzione della portata d’acqua del fiume (arrivata al record negativo di 23 centimetri). Anche la centrale nucleare rumena di Cernavodă (160 km a est di Bucarest) ha avviato le procedure tecniche per lo spegnimento controllato del suo secondo reattore nucleare, a causa del flusso molto basso del Danubio (l’Unità 1 era stata già chiusa, per lo stesso motivo, a fine luglio). La centrale garantisce circa il 20% dei consumi totali della Romania.
Un altro settore dove il caldo estremo produce criticità è quello dei trasporti. Secondo l’associazione tedesca di navigazione interna BDB (la Bundesverband der Deutschen Binnenschifffahrt) il trasporto merci sta subendo ritardi a causa dei livelli d’acqua mai così bassi sul fiume Reno, uno dei principali corridoi commerciali e industriali europei. Soprattutto a Kaub, nel distretto del Reno-Lahn, uno dei punti più critici per la navigazione, dove il livello dell’acqua è sceso ad appena 19 centimetri, il che potrebbe impedire il transito al trasporto merci e alle navi passeggeri (con riflessi negativi anche sul turismo). Come misura eccezionale, in Germania e nei Paesi Bassi è stato autorizzato il transito dei camion anche la domenica.
Nuovi treni per resistere al caldo estremo
Già alla fine di giugno un rapporto della Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Europa (UNECE) metteva in guardia sulle conseguenze a lunga scadenza, nel periodo 2050-2080, della crisi climatica, anche sui trasporti: “Si prevede che i maggiori rischi di interruzione per le ferrovie, inclusa la deformazione dei binari, influenzeranno l’Europa, dove il 90% della rete europea E-rail sarebbe soggetto a un numero crescente di giornate con temperature superiori ai 32° C. E poiché gli eventi meteorologici estremi non sono più un rischio futuro ma una realtà, l’adattamento delle infrastrutture di trasporto è imperativo”, aveva commentato Tatiana Molcean, Segretaria Esecutiva dell’UNECE. Un allarme preso assai sul serio da aziende come Eurostar, che collega con l’alta velocità Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e anche Regno Unito, attraverso il Tunnel della Manica, che ha annunciato di aver cominciato a costruire una nuova flotta di 50 treni “Celestia”, tutti dotati di aria condizionata, in grado di operare anche con temperature fino a 55 gradi Celsius (centigradi). “È essenziale essere preparati per il futuro”, ha dichiarato un funzionario di Eurostar, che ha garantito l’entrata in servizio della nuova flotta di treni per il 2031.
Le conclusioni del rapporto della Triodos Bank sono severe: “I danni climatici rallentano l’economia, ma la risposta politica è quella di allentare proprio la politica pensata per prevenire tali danni, in nome della protezione della crescita. E la prossima ondata di caldo sarà peggiore, dunque costerà di più. Chiamiamolo così: un circolo vizioso. Non perché qualcuno neghi la portata di quel che è accaduto questa estate, i dati che abbiamo analizzato non sono seriamente contestati: ma perché la logica economica che ha prodotto il cambiamento climatico odierno è trattata come sacra anche se i danni che provocano diventano innegabili. Ma c’è ancora margine per spezzare questo ciclo. La scelta che gli europei e i loro governi devono affrontare non è se pagare per un’estate come questa: il danno è già qui. La scelta che abbiamo è tra continuare ad accettare estati sempre più costose, continuando a ritardare i nostri sforzi per mitigare il cambiamento climatico, o iniziare a trattare il cambiamento climatico come l’emergenza decisiva che condizionerà il nostro benessere e le nostre economie”. E il nostro futuro.