Caporalato: perché i fatti di Cosenza non sono un caso isolato
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Caporali che si vantano nei social delle condizioni in cui fanno lavorare le persone, aguzzini che danno fuoco a un’auto con a bordo alcuni lavoratori sottopagati (quando sono pagati), braccianti costretti a vivere in condizioni disumane e utilizzati a totale discrezione di quello che dovrebbe essere il datore di lavoro ma che diventa, di fatto, il loro carnefice.
La cronaca degli ultimi giorni ha, per forza di cose, attirato l’attenzione sul fenomeno del caporalato. Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, il più giovane, 19 anni, Waseem Khan, il più "anziano", di 29. In mezzo Amin Fazal Khogjani, 28, e Safi Iayjad, 27. Sono stati uccisi in modo brutale, da chi li stava già sfruttando. A dieci anni dalla legge che lo ha introdotto come reato, il lavoro da fare per ridurre lo sfruttamento dei lavoratori sembra essere ancora solo all’inizio. Per mettere in piedi delle vere azioni di contrasto però, bisognerebbe conoscere a fondo il fenomeno. Il caporalato non è solo lavoro nero nei campi, ma un sistema sempre più sofisticato che passa attraverso false cooperative, appalti simulati e società create per abbattere artificialmente il costo del lavoro. A dircelo è il bilancio 2025 della Guardia di finanza sul contrasto al lavoro sommerso e al caporalato.
Secondo i dati diffusi dalle Fiamme gialle, nell'anno scorso sono stati individuati circa 12.000 lavoratori in nero e 16.000 lavoratori irregolari. Sono state poi denunciate 128 persone, cinque delle quali arrestate, mentre le vittime di sfruttamento lavorativo individuate sono state 1.224.
Il dato più significativo, però, riguarda il contesto economico in cui questi fenomeni si sviluppano. La Guardia di finanza descrive infatti un sistema basato su quella che chiama “interposizione illecita di manodopera” e su società “serbatoio”, utilizzate per ridurre illegalmente il costo del lavoro attraverso il mancato pagamento di imposte e contributi. Un meccanismo che altera la concorrenza tra imprese e produce dumping salariale, precarietà e sfruttamento.
Ma questi non sono episodi isolati e la Guardia di finanza lo dice chiaramente: bisogna smettere di considerare il caporalato un singolo fenomeno di sfruttamento e iniziare a leggerlo come un sistema sofisticato in cui i fattori in gioco sono numerosi. In questo non possiamo escludere le mafie, ma non possiamo e non dobbiamo ricondurre il caporalato solo alla criminalità organizzata. Lo sfruttamento è quasi una forma mentis e per spiegarlo proviamo a fare un esempio concreto di una grande azienda, leader del settore, con sede nel nord-est, luogo che era considerato la “locomotiva d’Italia”.
Si tratta di una vicenda conclusasi con patteggiamenti, ma ciò che accadeva è emerso chiaramente dalle indagini. I vertici della società si sono sempre dichiarati estranei, per quanto i due patteggiamenti sono stati dell'amministratore delegato e del responsabile della sicurezza dell’azienda, ma lo sfruttamento avveniva all’interno, e non solo, di quel luogo di lavoro. Le vittime in questo caso sono stati lavoratori di origine pakistana, impiegati attraverso una società di appalto. Erano costretti a lavorare 12 ore, sette giorni su sette, senza ferie, malattia e i pagamenti avvenivano tramite bonifico bancario. I singoli lavoratori, secondo l'accusa, poi dovevano lasciare il proprio bancomat (e relativo codice PIN) allo sfruttatore, che andava a prelevare una parte del denaro, recuperando così parte dello stipendio accreditato. L’indagine aveva fatto emergere che con la stessa modalità veniva integralmente restituita anche la tredicesima. Questi lavoratori, secondo l’accusa, erano sottoposti a condizioni di grave sfruttamento lavorativo e vivevano tutti in due diverse case pagando il loro posto letto, in camere condivise con almeno altre due persone, tra i 120 e 150 euro al mese. Le medesime condizioni di vita dichiarate da uno dei superstiti della strage di Amendolara.
I fatti accaduti negli scorsi giorni nel Cosentino non sono così diversi dalla storia che raccontiamo, compresi dei particolari inquietanti. Ad Amendolara i lavoratori hanno provato a ribellarsi, chiedendo di essere pagati: sono stati bruciati vivi nell’auto usata per portarli a lavoro. Nella vicenda accaduta nel nord-est un gruppo di lavoratori pakistani stava pensando di rivolgersi a un sindacato per chiedere più diritti: sarebbero stati aggrediti, legati, imbavagliati e rinchiusi in una casa. Successivamente, e questo episodio diede avvio all’inchiesta, le vittime sarebbero state caricate su alcuni veicoli e abbandonate, una alla volta, nelle campagne tra le province di Padova e Venezia.
Quello raccontato, per quanto emblematico, resta solo un fatto. Sappiamo però che, nel solo Veneto, gli episodi chiari di caporalato nel 2025 sono stati 14 e ognuno di questi meriterebbe un’attenzione particolare. Li raccontiamo per capire come il caporalato non si possa ridurre a mero sfruttamento in aree agricole, è molto di più. Basti vedere le principali operazioni condotte nel 2025 dalla Guardia di finanza, che mostrano come il fenomeno riguardi soprattutto i grandi settori della logistica, dei trasporti e degli appalti di servizi.
A Milano, il Nucleo di polizia economico-finanziaria ha sequestrato oltre 46 milioni di euro a una società del settore trasporti e spedizioni accusata di avere utilizzato fatture per operazioni inesistenti attraverso contratti di appalto simulati che nascondevano una reale somministrazione di manodopera.
A Torino, invece, le indagini hanno portato al sequestro di beni per 26,5 milioni di euro nei confronti di due gruppi societari attivi nella logistica. Secondo gli investigatori, il sistema avrebbe generato oltre 100 milioni di euro di fatture relative a operazioni inesistenti tra il 2018 e il 2023.
Ancora più ampia l’inchiesta coordinata dalla Procura di Reggio Emilia: 179 indagati, 400 aziende coinvolte, quaranta delle quali ritenute fittizie, e un sistema che, secondo gli investigatori, avrebbe combinato frodi fiscali, somministrazione illecita di manodopera, truffe ai danni dello Stato e riciclaggio.
E poi c’è un’inchiesta a Biella che ripercorre in tutto e per tutto ciò che abbiamo già raccontato. L’indagine infatti è partita dalla denuncia di un operaio straniero rimasto gravemente ferito sul lavoro. Secondo le Fiamme gialle, diversi lavoratori sarebbero stati costretti a turni prolungati oltre i limiti previsti dai contratti, senza pause o ferie adeguate, in condizioni igieniche precarie e senza protezioni individuali, subendo minacce e violenze in caso di protesta.
Più che un fenomeno marginale quindi, il caporalato sembra essere una componente strutturale di alcuni segmenti dell’economia degli appalti e della logistica, dove la pressione sulla riduzione dei costi può tradursi in compressione dei diritti e delle tutele dei lavoratori.
Ciò che è accaduto in Calabria, con i quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara, non può essere definita una tragedia. Questa è una strage di Caporalato, e dare il nome corretto alle cose è un primo passo verso la consapevolezza.