Il “Caso New Orleans” e l’Open Access come presidio di democrazia scientifica
Immagine generata dall'AI
L'episodio dell'espulsione di Steven Kahn e di altri quattro autorevoli ricercatori dalle Scientific Sessions dell'American Diabetes Association (ADA) a New Orleans di cui abbiamo parlato su Il Bo Live il 17 giugno scorso – subito dopo i fatti che avevano messo in luce la frattura profonda venutasi a creare tra la dimensione istituzionale delle società scientifiche, la libertà editoriale e la circolazione del dissenso accademico – ha trovato il suo naturale ed emblematico prosieguo nella pubblicazione, sul repository ad accesso aperto Zenodo, della raccolta di contributi intitolata Community Voices: On the Events of the American Diabetes Association 86th Scientific Sessions.
Inizialmente programmata per la pubblicazione ufficiale il 13 luglio 2026 sulle pagine della rivista Diabetes Care, l'uscita dell'editoriale e dei sette articoli d'opinione firmati dagli scienziati coinvolti era stata bloccata dalla leadership dell'ADA. La società scientifica ha opposto un netto rifiuto al dialogo e alla pubblicazione parallela delle proprie repliche, scegliendo di esercitare un'ulteriore forma di ingerenza e limitazione della libertà editoriale. Di fronte all'impossibilità di far sentire la propria voce attraverso i canali associativi tradizionali, i ricercatori hanno fatto ricorso all'infrastruttura dell'Open Access per rendere pubblici i propri interventi. La decisione di affidare a Zenodo la diffusione del documento riafferma con forza il valore imprescindibile dell'indipendenza editoriale, denunciando l'inaccettabile cortocircuito di un'istituzione che agisce contro i propri stessi soci ed editori, e trasformando la controversia di New Orleans in un appello corale per il ripristino della trasparenza, del dibattito aperto e della priorità assoluta della ricerca scientifica al servizio dei pazienti. In questo contesto, i repository ad accesso aperto, come Zenodo, si confermano strumenti fondamentali non solo per preservare la conoscenza, ma anche come presidi di democrazia e garanzia per la circolazione libera e non censurabile del pensiero scientifico, quando le vie editoriali istituzionali vengono ostruite.
La crisi del rapporto tra libertà scientifica e governance
Il documento nasce da una vicenda che, secondo gli autori, va ben oltre l’incidente avvenuto durante un congresso scientifico e mette in discussione il rapporto tra libertà scientifica, indipendenza editoriale, advocacy, governance di una società scientifica e capacità di un’organizzazione di rappresentare realmente la propria comunità. Il punto di partenza è l'editoriale di aprile su Diabetes Care, in cui gli autori (Kahn, Anderson, Buse e Selvin) chiamavano la comunità scientifica a reagire contro i tagli ai National Institutes of Health (NIH), e che l'ADA aveva accettato di pubblicare con un disclaimer ufficiale. La diffusione pacifica del testo a New Orleans, intesa a stimolare una riflessione critica sull'intervento dei vertici dei NIH, si è conclusa con l'espulsione immediata dei 'New Orleans Five' (Steven Kahn, Maureen Gannon, Aaron Kelly, Justin Ryder e Desmond Schatz) da parte delle forze dell'ordine.
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Gli autori non negano che l'ADA debba rispettare i vincoli che derivano dal proprio status, contestano però l'uso di questo principio per giustificare quanto accaduto. A loro giudizio, discutere pubblicamente degli effetti delle politiche governative sul finanziamento della ricerca non equivale necessariamente a fare attività partitica, osservando che proprio l'ADA aveva invitato il direttore del NIH, e che la ricerca scientifica finanziata dal governo costituisce una questione fondamentale per la comunità diabetologica. Il problema, dunque, non sarebbe la presenza della politica nella scienza, ma la possibilità per gli scienziati di discutere criticamente le conseguenze delle decisioni politiche sulla scienza.
L'episodio assume successivamente una dimensione istituzionale quando l'ADA non riesce a ricomporre rapidamente la situazione. I cinque chiedono di parlare con la dirigenza, ma non ottengono un incontro immediato. Viene loro prospettata una successiva possibilità di confronto e, in seguito, la restituzione dei badge, ma senza un riconoscimento esplicito della responsabilità dell'ADA. Nel frattempo vengono cancellati anche gli incontri programmati della redazione di Diabetes Care. Il presidente della commissione che aveva organizzato le Scientific Sessions, Mark Atkinson, si dimette perché la lettera del 6 giugno dell'ADA ai cinque portava anche il suo nome, senza che però egli avesse approvato la versione definitiva. La presidente eletta per il 2027, Jennifer Green, si dimette anch'essa.
La vicenda provoca una reazione molto ampia all'interno della comunità. I destinatari non sono soltanto i cinque scienziati coinvolti, ma anche ex presidenti dell'ADA, membri del board, vincitori della prestigiosa Banting Medal e numerosi ricercatori. Una petizione supera le 7.000 firme e l'editoriale originario, che prima dell'incidente aveva avuto un numero relativamente limitato di visualizzazioni, raggiunge successivamente oltre 130.000 accessi, mentre il caso viene ripreso anche dalla stampa scientifica e generalista internazionale. È però sul significato più profondo della crisi che convergono i sette contributi su Zenodo.
“ L'espulsione dei "New Orleans Five" apre uno scontro che coinvolge la leadership dell'ADA, gli editor di Diabetes Care e l'intera comunità scientifica
In sostanza, il documento non racconta soltanto una protesta finita male, ma descrive una crisi di rappresentanza. I cinque ricercatori espulsi sono il punto di emersione di una frattura che gli autori considerano precedente all'episodio: quella tra la leadership amministrativa dell'ADA e una parte significativa della sua comunità scientifica. E la richiesta che attraversa tutti i contributi non è tanto “dare ragione ai cinque”, quanto ristabilire le condizioni perché una società scientifica possa discutere, dissentire, criticare anche la propria leadership e difendere la ricerca, senza che il dissenso venga interpretato come una minaccia all'organizzazione. Mark Atkinson, che è uno degli autori del documento su Zenodo, col suo contributo spiega le ragioni delle proprie dimissioni, insiste sulla differenza tra dissenso e divisione. La scienza, sostiene, vive necessariamente di confronto, contestazione delle idee e discussione anche aspra: il problema nasce quando il disaccordo viene trasformato in lotta per il potere. Per Atkinson, un'organizzazione scientifica deve saper gestire il conflitto attraverso trasparenza, rispetto, ascolto e capacità di ammettere i propri errori. La sua decisione di dimettersi non rappresenta un rifiuto dell'ADA, che continua a considerare indispensabile, ma la perdita di fiducia nella sua leadership e nei processi attraverso i quali essa ha gestito la crisi.
Le posizioni degli scienziati coinvolti
John Buse interpreta invece l'episodio come una sorta di “imboscata” che, paradossalmente, potrebbe trasformarsi in un'opportunità. La sua critica è particolarmente dura perché considera l'ADA quasi una famiglia, alla quale ha dedicato decenni di attività. A suo giudizio, l'organizzazione ha progressivamente perso il contatto con la propria comunità scientifica, e l'episodio di New Orleans avrebbe reso visibile una crisi di leadership già presente da tempo: non soltanto un errore nella gestione della sicurezza, ma una crescente distanza tra la struttura amministrativa dell'associazione e le esigenze dei ricercatori, dei clinici e degli altri professionisti che ne costituiscono la parte fondamentale. Per Buse la soluzione non consiste nell'abbandonare l'ADA, ma nel ricostruirla attraverso una maggiore partecipazione e una nuova attenzione alla ricerca.
Irl Hirsch affronta la questione da una prospettiva storica. Ricorda che l'ADA nacque nel 1940 essenzialmente come organizzazione professionale fondata da medici con tre obiettivi fondamentali: promuovere la ricerca, migliorare la pratica clinica e diffondere l'educazione sul diabete. Nel corso dei decenni l'organizzazione si è trasformata in una grande associazione che comprende ricerca, assistenza, educazione, advocacy, raccolta fondi e sostegno ai pazienti. Secondo Hirsch, questa evoluzione avrebbe però prodotto uno squilibrio: l'ADA sarebbe oggi guidata da una struttura amministrativa che non rappresenta adeguatamente il punto di vista dei professionisti della salute e della ricerca. Da qui il titolo provocatorio del suo intervento, che parla di una ADA “hijacked”, cioè di un'organizzazione che avrebbe perso il contatto con la propria storia e con la propria missione originaria.
“ Ex presidenti, editor e ricercatori analizzano le cause della crisi e propongono una profonda riforma della governance dell'associazione
La critica di C. Ronald Kahn va ancora più in profondità e riguarda la governance dell'associazione. Egli ricorda che l'ADA svolge contemporaneamente due funzioni diverse: è una grande società professionale e scientifica, ma anche un'organizzazione di advocacy, sostegno ai pazienti e raccolta fondi. Secondo Kahn, l'attuale struttura non garantirebbe un equilibrio adeguato fra queste due componenti. Il CEO non fa necessariamente parte della comunità professionale diabetologica, mentre per il presidente del board, secondo le regole attuali ricordate dall'autore, l’appartenenza è addirittura preclusa. Questo, a suo giudizio, crea un problema di rappresentanza; la proposta è quindi radicale ma non distruttiva: affidare a un mediatore esterno, autorevole e indipendente, il compito di esaminare la crisi, ricostruirne le cause, valutare la struttura del board e proporre una nuova architettura di governance che dia un peso più equilibrato a professionisti, volontari e struttura amministrativa.
Anche Hunter Limbaugh e John Griffin, entrambi ex presidenti del Board dell'ADA, considerano la questione molto più ampia dell'espulsione dei cinque scienziati. Il loro punto di vista è particolarmente interessante perché proviene da due persone appartenenti alla componente “lay”, ovvero pazienti e familiari, dell'associazione e non dalla sua leadership scientifica. Essi sostengono che il comportamento dell'ADA rischi di compromettere il futuro delle scientific sessions, la credibilità delle riviste, le relazioni con i ricercatori e perfino la capacità di attrarre donazioni. Se un'organizzazione allontana o perde i suoi scienziati più autorevoli, sostengono, rischia di indebolire proprio quella comunità che le conferisce autorevolezza. La richiesta è perciò semplice e urgente: “Fix it. Fix it now!”.
Infine David Nathan – che ha dato corso dalla petizione di cui sopra – presenta il suo contributo come un vero e proprio case report: ricostruisce cronologicamente gli avvenimenti e li interpreta come un caso emblematico del conflitto fra politica e scienza. La sua conclusione è importante perché non si limita alla critica dell'ADA: sostiene che l'intera comunità scientifica debba reagire alle interferenze politiche che minacciano l'integrità della ricerca biomedica. L'episodio di New Orleans, a suo giudizio, ha avuto anche un effetto inatteso: ha trasformato un editoriale che avrebbe potuto essere letto da una cerchia relativamente ristretta di specialisti in un catalizzatore di una mobilitazione molto più ampia. La crisi, quindi, potrebbe diventare l'occasione per una presa di coscienza collettiva sulla necessità di difendere l'autonomia della ricerca.
“ Il caso supera i confini della diabetologia e rilancia il tema della libertà editoriale, dell'Open Access e dell'autonomia della ricerca
La questione fondamentale della fiducia
Il documento si conclude con una posizione che è, contemporaneamente, molto critica nei confronti dell'ADA e sorprendentemente poco incline ad abbandonarla. Gli autori non chiedono la dissoluzione dell'associazione: ritengono che al contrario sia troppo importante per pazienti, ricercatori e professionisti diabetologici per essere lasciata indebolire dalla crisi. Chiedono però una vera indagine indipendente sugli avvenimenti di New Orleans, un processo che permetta di raccogliere le preoccupazioni dei membri professionali, un maggiore impegno nell'advocacy per la ricerca e per il finanziamento pubblico, una difesa più netta dell'indipendenza editoriale di Diabetes Care e una revisione della struttura di governance.
Il filo conduttore dell'intera raccolta è quindi la fiducia. Quello che gli autori considerano veramente danneggiato non è soltanto il rapporto tra cinque ricercatori e la dirigenza dell'ADA, ma quello tra un'organizzazione scientifica e la comunità che essa dovrebbe rappresentare. L'espulsione mediante la polizia viene vista come il sintomo più evidente di un problema più antico: la difficoltà dell'ADA di conciliare la propria crescente struttura amministrativa e di advocacy con la sua origine e la sua identità di organizzazione fondata dalla comunità scientifica. Da questo punto di vista, la questione della libertà editoriale di Diabetes Care è fondamentale: se una società scientifica pubblica un'opinione dei propri editori, ma contemporaneamente cerca di limitarne la circolazione o impedisce che gli autori possano discuterla in una sede scientifica, viene meno, secondo gli autori, quella distinzione tra organizzazione e indipendenza editoriale che dovrebbe garantire l'integrità della comunicazione scientifica.
In gioco vi è infine la distinzione tra neutralità politica e difesa della scienza. Denunciare i tagli e le ingerenze che minacciano la ricerca pubblica non è propaganda, ma la missione fondante di ogni istituzione accademica. È qui che la vicenda assume valore generale: nel diritto inalienabile degli scienziati di esporsi pubblicamente quando vengono compromesse le condizioni stesse della produzione del sapere e della salute pubblica.