SOCIETÀ

Di chi è il 4 luglio? Di tutti (e di nessuno)

Per Donald Trump il 250° anniversario della Dichiarazione d'indipendenza non è soltanto una ricorrenza storica: è uno dei pilastri simbolici della sua seconda presidenza. Da mesi la Casa Bianca lavora a un programma fatto di grandi eventi, progetti monumentali e colate di kitsch: dall'esibizione di motocross e lottatori alla querelle sulla Reflecting Pool, fino al progetto, rilanciato più volte, di un arco di trionfo destinato a superare quello di Parigi.

C'è comunque dell’ironia in un anniversario che celebra sì la nascita degli Stati Uniti, ma anche e soprattutto un testo che afferma il diritto dei cittadini a ribellarsi quando il potere tradisce il suo mandato. È questo il paradosso del 4 luglio, ricorrenza sfaccettata e contesa come poche: celebrazione del mito americano, ma anche memoria della prima rivoluzione liberale dell'età contemporanea, che mise la libertà dell'individuo prima dello Stato e proclamò il diritto di ognuno alla "ricerca della felicità". Una festa che il potere ha continuamente cercato di far propria, ma che è stata anche utilizzata da minoranze, movimenti civili e opposizioni per ricordare all'America le sue promesse non mantenute.

E dire che questa data non celebra nemmeno l'indipendenza in senso stretto, approvata dal Congresso due giorni prima: John Adams ne era talmente convinto da scrivere alla moglie Abigail che il 2 luglio 1776 sarebbe stato ricordato come "l'epoca più memorabile" della storia americana. Si sbagliava, perché a sopravvivere nella memoria collettiva fu il giorno della pubblicazione della Dichiarazione, e questo forse non è un dettaglio, osserva lo storico degli Stati Uniti Arnaldo Testi nel recente volume 4 luglio (il Mulino). Quel testo fu infatti soprattutto un grande esercizio di persuasione pubblica: servì a spiegare al mondo come la rottura con il sistema fosse non solo possibile ma necessaria, da momento che il governo di sua maestà britannica Giorgio III non tutelava più i diritti “naturali” dei cittadini.

Le tante anime dell'America

A due secoli e mezzo di distanza quella decisione di rompere con la madrepatria appare quasi inevitabile, quando in realtà fu il risultato di anni di incomprensioni e di conflitti. La rivoluzione non rinnegò la tradizione liberale britannica, incarnata da pensatori come John Locke e David Hume, ma anzi la portò alle sue conseguenze più radicali. È da questa prospettiva che Testi invita a rileggere il 4 luglio, liberandolo dalla retorica patriottica che spesso lo circonda. Dietro la celebrazione dell'unità nazionale si nasconde infatti una storia di contrasti e di compromessi che risalgono alla stessa fondazione degli Stati Uniti; se infatti la Dichiarazione del 1776 immagina un'America fondata sui diritti, la Costituzione del 1787, nata invece per dare stabilità e rafforzare il potere federale, costruisce un equilibrio molto più complesso fra individui, Stati e governo centrale. Una tensione destinata a non risolversi mai del tutto.

Anche i padri fondatori erano tutt'altro che un blocco compatto, con da una parte i federalisti di Alexander Hamilton, favorevoli a un governo centrale più forte e a una società guidata dalle élite, e dall'altra Thomas Jefferson e gli antifederalisti. Fin dalla sua nascita l'America è insomma una e plurale allo stesso tempo, come recita il suo motto. Non stupisce allora che il 4 luglio trascenda abbastanza presto i limiti di una festa nazionale per divenire il giorno in cui, ciclicamente, gli Stati Uniti riflettono e si confrontano sulla loro natura. 

Per questo la Dichiarazione di indipendenza sarà utilizzata dialetticamente per le cause più diverse: richiamata dagli abolizionisti, che vedono nell'eguaglianza proclamata nel 1776 la condanna definitiva della schiavitù, durante la Guerra civile è invocata anche dai confederati, convinti di ribellarsi a un governo federale divenuto oppressivo.

Negli anni lo stesso testo verrà fatto proprio dai lavoratori in sciopero, dalle suffragiste che chiedono il diritto di voto per le donne e dal movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King; persino i popoli nativi americani, definiti dalla Dichiarazione “merciless Indian Savages”, troveranno in quelle solenni promesse di libertà e di uguaglianza un argomento per denunciare la distanza tra gli ideali proclamati e la loro concreta applicazione. Ed è forse questa la caratteristica più sorprendente del 4 luglio: quella di rimettere continuamente in discussione il presente, piuttosto che celebrare un evento passato.

Il 4 luglio di Trump, il 4 luglio di No Kings

Donald Trump ha fatto di America250 in uno dei cardini comunicativi della sua seconda presidenza: un progetto di costruzione dell'immaginario nazionale all'insegna dell'autocelebrazione, personale e collettiva. Strategia tutt'altro che inedita, che però si misura con una ricorrenza refrattaria a ogni appropriazione. Come osserva sempre Arnaldo Testi, il 4 luglio custodisce da sempre letture complementari e antagoniste: da una parte la celebrazione dell'America così com'è, con la sua eccezionalità e i suoi successi, dall'altra il richiamo ciò che essa non è ancora riuscita a diventare; è il coraggioso presidente che combatte gli alieni di Indipendence Day, ma anche il veterano tradito di Nato il 4 luglio.

È esattamente ciò che accade oggi. Se Trump rivendica il 4 luglio come simbolo della grandezza americana ritrovata, il movimento No Kings sceglie la stessa occasione per denunciare quella che considera una deriva personalistica del potere. Il messaggio è semplice quanto efficace: se la Dichiarazione nacque per affermare che nessun governante è al di sopra dei diritti dei cittadini, allora quegli stessi principi possono essere invocati anche contro chi oggi siede alla Casa Bianca. Più che un paradosso, è la dimostrazione della straordinaria vitalità di quel documento.

Non è forse un caso che l’anniversario cada in una fase tanto delicata della storia americana. Come osserva lo storico Mario Del Pero, il sistema dei checks and balances che da oltre due secoli regge la democrazia statunitense è sottoposto a una pressione senza precedenti, tanto che lo stesso vicepresidente J.D. Vance ha scherzato sul fatto che la tensione istituzionale odierna sarebbe persino superiore a quella vissuta durante il Watergate. Sul piano internazionale gli Stati Uniti sembrano intanto attraversare, secondo Anne Applebaum, una trasformazione altrettanto profonda, da garanti dell'ordine liberale e punto di riferimento per le democrazie a sostegno per governi autoritari e interlocutore sempre più vicino al mondo delle autocrazie.

 Sarebbe comunque altrettanto sbagliato decretare prematuramente il tramonto della democrazia americana. Proprio nelle scorse settimane la Corte Suprema – pur a maggioranza conservatrice e con tre giudici nominati da Trump – ha posto un argine a uno dei provvedimenti più controversi della Casa Bianca, bloccando il tentativo di restringere, attraverso un semplice ordine esecutivo, il principio della cittadinanza per nascita sancito dal XIV Emendamento. 

A differenza del 14 luglio francese, il 4 luglio celebra anzitutto la pubblicazione di un testo: prima ancora di una vittoria militare, ci ricorda un'idea. Una dichiarazione che non offre un'identità definitiva ma costringe ogni generazione a interrogarsi, ed è forse questa la ragione per cui continua a sfuggire a chi tenta di appropriarsene. È la festa degli Stati Uniti, ma prima ancora di un principio: che né la forza né la tradizione bastino a garantire la legittimità di un potere. Ed è questa, probabilmente, la sua eredità più autentica.

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