Cinema, che fatica creare storie se tutto il mondo può offendersi
Michael Palin nei panni di Marco Pisellonio in Brian di Nazareth dei Monty Python - ©Orion Pictures Corp/Courtesy Everett Collection/Contrasto
Tra le mille gag che si susseguono in L’aereo più pazzo del mondo, il capolavoro comico girato nel 1980 dai fratelli Zucker e Jim Abrahams, una è difficile da scordare. Lisa, bambina cardiopatica, si imbarca in barella a bordo dell’aereo per il viaggio che la porterà a ricevere un cuore nuovo. L’hostess Randy, intenerita, decide di intrattenere lei e la madre cantando e accompagnandosi con una chitarra. Ma durante l’esecuzione di River of Jordan, un brano dal forte afflato spirituale, si lascia prendere dall’entusiasmo, e nell’eccitazione stacca con il manico della chitarra la flebo collegata a Lisa, che inizia a contorcersi e a non respirare. Randy, totalmente inconsapevole, continua l’esibizione sempre più infervorata, suscitando la commozione dei passeggeri e della madre di Lisa, finché questa finalmente si accorge che la figlia sta entrando in coma, e interviene appena in tempo per salvarla.
La satira, un genere oggi ad altissimo rischio
Nessuno a Hollywood, oggi, oserebbe girare una scena simile. I produttori verrebbero massacrati da più fronti: associazioni di trapiantati, pazienti pediatrici, pediatri, cardiochirurghi, addetti alla sicurezza aerea, hostess, piloti. Ci si porrebbe il problema se l’attrice Jill Whelan (che all’epoca delle riprese era quattordicenne) possa partecipare alla scena in piena libertà e coscienza. Si accenderebbero polemiche feroci sulla delicatezza dei temi toccati: protocolli per i viaggi sanitari, tutela dei pazienti minorenni, formazione del personale a bordo. L’ironia sarebbe considerata inaccettabile, su argomenti che per molti possono risultare dolorosi.
Abbiamo citato una singola scena, ma è l’intero film di Zucker e Abrahams che oggi, semplicemente, non vedrebbe mai la luce. Parodia del filone catastrofico-aeronautico (Airport e seguenti), consiste in una sequenza infinita di sketch che prendono di mira praticamente qualunque comunità fragile o minoritaria: bambini, ebrei (il bersaglio preferito degli autori, tre amici d’infanzia israeliti di Milwaukee), afroamericani di Harlem, buddhisti, società tribali, alcolisti, tossicodipendenti, omosessuali, perfino pedofili. E ovviamente donne, una galleria che comprende svariati sottotipi: l’isterica, la sottomessa, la zoofila - in senso psicosessuale -, e anche il militare schizofrenico che si traveste da donna femminista - una parte che nel film, all’inverso, è recitata da una donna. Accanto alle comunità e le categorie sociali, sono i valori tradizionali americani ad essere il bersaglio: dal machismo dei disaster movies al patriottismo retorico, dal militarismo alle religioni, dal volontariato al divismo nello sport (il campione di basket Kareem Abdul-Jabbar interpreta sé stesso, ma un sé stesso talmente disgustato dalle critiche da tentare una nuova carriera come pilota sotto falso nome).
Gli sceneggiatori, da autori a equilibristi
Il film di Zucker e Abrahams, colossale successo commerciale e caposaldo del filone demenziale-parodistico, sparava a zero senza risparmiare nessuno: proprio per questo è un ottimo esempio di come, in quasi mezzo secolo, il concetto di satira sia stato stravolto fino a metterne in forse la legittimità. Oggi l’obiettivo primo di produttori, sceneggiatori, registi è di cautelarsi da qualunque accusa di offesa, irrisione o, al contrario, indifferenza verso una comunità, grande o microscopica che sia; e questo rende molto complicato, per un autore, concepire storie che non siano state accuratamente vagliate e “depurate” da ogni dettaglio che potrebbe risultare sgradito, o “corrette” ripristinando criteri di rappresentatività. Il principio, ovviamente, va al di là del solo cinema comico. Per ogni soggetto cinematografico che vede la luce, in particolare nel mercato americano, la prima preoccupazione non è quella di creare una storia che funzioni, ma di non offendere qualcuno. Il problema è che il concetto di “offensivo” si è talmente ampliato da rendere praticamente impossibile non cadere in qualche trappola.
Talento o rappresentatività? Il dilemma del casting
Prendiamo il principio della rappresentatività. Oggi nessuna persona di buonsenso contesterebbe, per fortuna, l’utilizzo di interpreti neri per ruoli di personaggi della classicità europea, dal recentissimo caso di Elena di Troia nell’Odissea di Nolan ai tanti Amleti che da decenni il teatro internazionale mette in scena: se ciò che conta è la sensibilità artistica nel recitare un ruolo e i significati universali che implica, è abbastanza ovvio che questo non abbia nulla a che fare con le origini dell’attore. Il problema si pone quando si argomenta il contrario, ossia che un personaggio che rappresenta una minoranza, quale che sia, debba per forza essere interpretato solo da chi realmente fa parte di quella minoranza. Ma se la disabilità deve essere recitata solo da persone realmente segnate da quella specifica patologia, o se il buddhismo può essere portato in scena solo da chi effettivamente lo pratica, si accetta che il criterio per selezionare attrici e attori non sia il talento, ma l’appartenenza a una comunità.
Il vaso di Pandora del revisionismo sui classici
Il problema si amplia a dismisura se poi si comincia a valutare retrospettivamente le opere del passato: un tema che per il cinema si pone per un arco di tempo di meno di un secolo e mezzo, ma per l’arte o la letteratura richiederebbe qualche millennio di revisionismo. Se, per quanto paradossale, è legittimo (come per qualunque opinione espressa civilmente) che oggi qualcuno possa contestare la rappresentazione del nanismo in Biancaneve o del consenso al bacio nella Bella Addormentata disneyane, l’idea di accettare la minima forma di censura su opere del passato implica un potenziale tsunami dal quale poche opere si salverebbero, perché è evidente che, nel tempo, cambiano sensibilità e consapevolezza collettive, e chiunque potrebbe sentirsi ferito, in quanto membro di una comunità, da un vecchio film. Pensiamo se il nostro governo promuovesse una campagna per censurare le opere che rappresentano i nostri connazionali secondo visioni stereotipate: sicuri che nessuno eccepirebbe nulla su Vito Corleone, Rocky Balboa, Jake LaMotta?
Consenso di ieri, diniego di oggi: il tema più delicato
L’aspetto più delicato e controverso del “revisionismo cinematografico” riguarda, però, il tema del consenso. Applicata al cinema, la questione concerne la presa di distanza, da parte di interpreti che hanno preso parte a film anche molti anni prima, rispetto alle modalità con cui all’epoca sarebbe stato ottenuto il loro consenso a girare scene particolarmente scabrose. Non parliamo tanto di questioni rilevanti penalmente, quanto di comportamenti che, giudicati oggi, risulterebbero condannabili dal punto di vista etico e deontologico.
Tra i casi più recenti, la causa promossa da Olivia Hussey e Leonard Whiting, gli interpreti di Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli (1968). Minorenni all’epoca delle riprese, nel 2023 e nel 2024 Hussey e Whiting presentarono due denunce contro la Paramount, distributrice del film, sostenendo che il celebre regista (scomparso nel 2019) li avesse costretti a girare con l’inganno le scene di nudo e chiedendo un risarcimento di 500 milioni di dollari, finendo poi sconfitti in giudizio. Diverso l’obiettivo di Nastassja Kinski, interprete di alcuni importanti film di Wim Wenders. Pochi mesi fa, l’attrice ha ottenuto da Wenders il completo ritiro dal mercato di Falso Movimento, il film del 1975 con cui Kinski, allora tredicenne, aveva esordito, girando tra l’altro una scena in topless. Il regista, riconoscendo che all’epoca l’attrice non era stata tutelata adeguatamente, ha dichiarato che il film non verrà riproposto fino a che non si raggiungerà un accordo sulle modalità di riedizione.
Il caso Kinski – Wenders costituisce un precedente di importanza straordinaria: sarà l’inizio di un’ondata di rivendicazioni e denunce su opere del passato? Quel che è certo è che se oggi scrivere una sceneggiatura è un’attività ad altissimo rischio, il giudizio retrospettivo può spianare la strada a contenziosi infiniti. Indispensabile, allora, nel caso di controversie davvero fondate, riflettere su soluzioni di mediazione che, senza applicare censure, diano atto del mutamento delle sensibilità. L’inserimento di un breve messaggio condiviso, all’inizio o al termine della pellicola, potrebbe essere il modo giusto per tutelare la dignità degli interpreti. Ma anche quella del cinema.