SOCIETÀ

Cipro e Malta: gli avamposti d’Europa nel Mediterraneo alla prova del voto

Sono tra gli Stati più piccoli dell’Unione Europea, ma non per questo le elezioni parlamentari che si terranno entro la fine di maggio nelle isole di Cipro e Malta, i due avamposti europei nel Mediterraneo, avranno un peso specifico minore. Grande attenzione soprattutto per quanto potrebbe accadere a Cipro, considerata la “portaerei naturale” dell’Occidente per la sua posizione geografica strategica, incastonata com’è tra Turchia, Siria, Libano e Israele: una posizione al momento assai delicata, sia per la vicinanza al teatro di guerra iraniano, sia per la presenza sull’isola delle due basi militari britanniche di Akrotiri e Dhekelia, rimaste sotto il controllo del Regno Unito anche dopo l’indipendenza ottenuta da Cipro nel 1960. Per fare un solo esempio concreto: Cipro non è un paese membro della NATO, ma quelle basi militari sono considerate parte del territorio britannico: dunque un attacco contro quelle strutture potrebbe essere interpretato come un’aggressione diretta contro un Paese membro dell’Alleanza Atlantica, facendo scattare la clausola di difesa collettiva. Ma la situazione è resa ancor più complessa dal fatto che l’isola affronta da anni una divisione interna ancora non risolta, con le tensioni tra la maggioranza greco-cipriota e la minoranza turco-cipriota che hanno portato nel 1974 a una divisione dell’isola in due aree separate: la Repubblica di Cipro, riconosciuta a livello internazionale, e la cosiddetta Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta soltanto dalla Turchia. La capitale, Nicosia, è l’unica al mondo ancora divisa tra due stati: la zona neutrale, detta buffer zone, zona cuscinetto, demilitarizzata, è gestita dalle Nazioni Unite. Per riassumere: la parte greca occupa il 59% del territorio, mentre quella turca il 36%. Il restante 5% è occupato dalle due basi militari inglesi e dalla buffer zone. Tutti i tentativi di mediazione per arrivare a una riunificazione sono, per ora, falliti. Nonostante la divisione, dal 2004 l’isola fa parte dell’Unione Europea. 

Divisioni e corruzioni

E lo scenario politico che Cipro si trova ad affrontare, con il voto del prossimo 24 maggio, non è meno articolato. La Vouli Antiprosopon (Camera dei Rappresentanti) è la camera unica del Parlamento: nel 1985 i deputati approvarono una legge che fissava a 80 il numero di seggi complessivo, il 70% dei quali (56 seggi) eletti dai greco-ciprioti, mentre i restanti 24 erano riservati alla comunità turca. Ma dal momento che non è stato mai firmato alcun accordo di pace per risolvere la divisione dell’isola, quei 24 seggi continuano a restare vacanti. I circa 500.000 elettori dovranno dunque scegliere 56 nuovi parlamentari tra una rosa record di 753 candidati, in rappresentanza di 19 partiti politici: un panorama estremamente frammentato che potrebbe complicare il cammino del Presidente cipriota Nikos Christodoulides, che è a capo del governo (Cipro è una repubblica presidenziale) e che finora era sostenuto da tre partiti “tradizionali”: il Democratic Rally (DISY, di centrodestra), il Partito Democratico (DIKO, centrista e nazionalista), Movimento dei Socialdemocratici (EDEK, centrosinistra, ma con una netta impronta nazionalista greco-cipriota). Gli ultimi sondaggi però dicono altro: che il Democratic Rally potrebbe essere ancora in testa, con il 22% dei voti, ma tallonato dal Partito Progressista dei Lavoratori (AKELl, d’ispirazione marxista-leninista), accreditato di un 20%, e dal Fronte Nazionale del Popolo (ELAM, ultranazionalisti di estrema destra, con posizioni nette contro gli immigrati e anti-LGBTQ) che segue con il 14%, raddoppiando i consensi ottenuti nel 2021. Più indietro gli Ecologisti e il movimento populista Direct Democracy. Un voto che si annuncia dunque di protesta, maturato anche come conseguenza dello scandalo per corruzione che ha coinvolto l’attuale governo all’inizio dell’anno, proprio mentre Cipro assumeva la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea: in un video, pubblicato su un account del social X, l’ex ministro dell’Energia George Lakkotrypis, filmato di nascosto, svelava come fosse possibile comprare favori politici dal Presidente in cambio di donazioni a suo favore o alla fondazione per bambini e giovani in difficoltà, presieduta da sua moglie, Philippa Karsera (che si è poi dimessa dal ruolo, come il capo di gabinetto di Christodoulides). Il Presidente, che ha definito l’accaduto “un attacco ibrido per danneggiare l’immagine del paese”, ha poi così commentato: “In momenti di crisi come questo ogni leader, se ha le mani pulite, deve restare calmo. Io sono qui. Non ho nulla da temere”. 

Christodoulides rischia però di perdere quel sostegno parlamentare che avrebbe potuto e dovuto accompagnarlo nei restanti due anni di governo (le prossime elezioni presidenziali si terranno nel 2028). Mentre è da segnalare il costante incremento delle acquisizioni immobiliari a Cipro da parte di investitori stranieri, soprattutto israeliani, ma anche russi e britannici. Le vendite ad acquirenti esteri sono al 40% del totale, in aumento rispetto allo scorso anno: gli aumenti più netti si sono registrati a Pafos e a Larnaca. L’argomento, ovviamente, è diventato centrale nella campagna elettorale. Il parlamentare europeo Fidias Panayiotou, youtuber, fondatore del partito Direct Democracy, ha chiesto un controllo più rigoroso sugli acquisti da parte di cittadini stranieri. Mentre secondo diversi media l’obiettivo di Israele, già da anni, sarebbe quello di “trasformare silenziosamente Cipro in uno stato satellite”. Tra il 2015 e il terzo trimestre del 2025, secondo Eurostat, i prezzi delle case a Cipro sono aumentati del 52,9%. Un dato che s’inserisce all’interno di un quadro economico di stabilità e di fiducia, con una crescita prevista nel 2026 tra il 2,6 e il 3,5% (un dato tra i più alti in Unione Europea), un debito pubblico in diminuzione e un’inflazione che non dovrebbe superare il 2%.

A Malta è di nuovo una corsa a due

Situazione opposta, per quel che riguarda la rappresentanza politica, avviene a Malta, la nazione più piccola dell’UE (ha una superficie di appena 316 kmq; Cipro, per fare un confronto, ne misura 9.251) che da quando ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito, nel 1964, ha visto soltanto due partiti riuscire a conquistare un seggio in Parlamento, anche qui monocamerale (la Camera dei Rappresentanti, con 65 seggi): il Partito Laburista (PL), un partito socialdemocratico fondato nel 1920 e attualmente guidato dal Primo Ministro uscente, Robert Abela; e il Partito Nazionalista (PN), un partito cristiano-democratico di centro-destra fondato nel 1880, da pochi mesi guidato dal giovane Alex Borg. A differenza di Cipro, Malta è una Repubblica parlamentare, con il Presidente della Repubblica che ha un ruolo prevalentemente cerimoniale. L’annuncio delle elezioni, anticipate di nove mesi rispetto alla naturale scadenza del governo, è arrivato un po’ a sorpresa lo scorso 28 aprile, con il primo ministro uscente Robert Abela che ha espresso la necessità di offrire stabilità al paese in mezzo all’attuale caos geopolitico, soprattutto per quel che riguarda i costi dell’energia e i rischi d’inflazione, in una nazione che dipende quasi esclusivamente dalle importazioni e che ha nel turismo il suo asset di punta, con un record di 3,8 milioni di visitatori nel 2025. Un aumento prolungato dei costi del carburante per gli aerei, per dire, potrebbe avere conseguenze devastanti per il settore. “Malta ha bisogno di un governo eletto con un nuovo mandato focalizzato esclusivamente sulle esigenze del paese, alla luce di tutte le sfide che il contesto attuale comporta”, ha ripetuto Abela durante un intervento in tv, promettendo tra l’altro che i prezzi dell’energia sarebbero rimasti stabili. 

L’ombra del caso Galizia

La mossa del primo ministro maltese non appare avventata: in una fase di grande incertezza geopolitica, peraltro dovuta a fattori del tutto esterni (soprattutto come conseguenza della guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran), è frequente che gli elettori premino la stabilità, la continuità. Difatti i sondaggi indicano il Partito Laburista ampiamente in vantaggio per le elezioni in programma sabato 30 maggio, con il 54% delle preferenze, rispetto al 43% dei nazionalisti di centro-destra. Se così fosse, i Laburisti conquisterebbero la guida del governo per la quarta volta consecutiva. Eppure restano delle ombre, nonostante l’economia maltese sia tra le più sane d’Europa, con un prodotto interno lordo che si prevede stabile al 3,7% fino al 2028, un tasso di disoccupazione al 2,8% e un’inflazione che punta a scendere al 2,1%. Ombre dovute soprattutto alla corruzione, che ha visto coinvolti negli anni diversi personaggi di spicco: l’ultimo a essere condannato, a 4 anni e 8 mesi di carcere, è stato l’ex segretario generale del Partito Laburista, Jimmy Magro, ritenuto colpevole di aver chiesto tangenti e di aver tentato di influenzare una gara pubblica, con fondi europei per 250.000 euro, per attrezzature destinate alla raccolta dei rifiuti. 

“Malta risale la china, ma resta intrappolata nell’ombra della corruzione”, scriveva lo scorso febbraio la Gazzetta di Malta. “Nel 2025 l’isola si è piazzata al 60° posto nell’indice globale di percezione della corruzione, guadagnando cinque posizioni rispetto all’edizione precedente. Un balzo in avanti che, però, non basta a scrollarsi di dosso un’etichetta pesante: tra i Paesi dell’Europa occidentale, Malta continua a figurare tra i peggiori, superata in negativo solo da Bulgaria, Croazia, Ungheria, Romania e Slovacchia”. E tra i casi più oscuri, e drammatici, resta come macchia indelebile l’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, famosa proprio per le sue inchieste anti-corruzione, assassinata nel 2017 da un’autobomba esplosa davanti alla sua casa a Bidnija, un piccolo borgo nel nord dell’isola. Una delle inchieste a cui stava lavorando (decine di migliaia di euro destinati alla ristrutturazione di tre ospedali a Malta e a Gozo, sottratti da esponenti a vario titolo collegati al governo), aveva portato anni dopo alle dimissioni dell’ex primo ministro laburista Joseph Muscat, formalmente accusato di riciclaggio di denaro, frode, cospirazione, corruzione. Scriveva pochi giorni fa David Casa, europarlamentare maltese: “Quasi nove anni dopo l’assassinio di Daphne Caruana Galizia, Malta si trova ancora ad affrontare una domanda fondamentale: il paese ha davvero affrontato le condizioni che hanno reso possibile il suo omicidio? È sbagliato affermare che nulla è cambiato: gli esecutori materiali sono stati incarcerati, e sono state emanate leggi europee che proteggono i giornalisti. Eppure, la questione centrale rimane irrisolta: la cultura dell'impunità che ha permesso alla corruzione di prosperare senza controllo. Quella cultura non può essere smantellata con riforme parziali. La giustizia per Daphne non finisce con condanne per chi ha piazzato la bomba. La credibilità di Malta come democrazia europea non dipende dalle dichiarazioni di impegno, ma dal fatto che le istituzioni agiscano in modo deciso quando vengono esposte le malefatte. E la protezione dei giornalisti è inseparabile dalla lotta contro la corruzione”. 

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