SOCIETÀ

Convivere con la Terra: Dialogo tra scienza occidentale e indigena

“La natura è scritta in linguaggio matematico”, scriveva Galileo Galilei nel 1632. Il metodo di scoperta e comprensione del mondo sviluppato proprio a partire dagli studi di Galilei, e divenuto il fondamento della scienza occidentale, parte dall’assunto che tutto possa essere compreso scomponendo la complessità in elementi via via più semplici, e rivelando i meccanismi di funzionamento della grande macchina della natura.

Con la pretesa universalista che caratterizza la cultura occidentale moderna, con questo metodo abbiamo creduto di aver trovato la chiave per raggiungere la massima conoscenza possibile su ogni aspetto del reale. E in parte, questo obiettivo è stato raggiunto: grazie alla scienza occidentale abbiamo imparato moltissimo su come funziona il mondo, e abbiamo sviluppato potenti strumenti per il suo dominio.

Studiare una materia scientifica significa acquisire le capacità tecniche e teoriche per comprendere queste conoscenze e per produrne di nuove, e al tempo stesso significa assorbire una precisa visione del mondo. Ma è utile ricordare che questo non è l’unico modo possibile di conoscere il mondo e, forse, neanche il migliore in assoluto. Altre culture, infatti, hanno sviluppato, nel corso della propria storia, altre modalità di relazione con il mondo naturale, in alcuni casi molto lontane dalla nostra ma altrettanto valide. E se poste in dialogo, queste diverse visioni del mondo potrebbero rivelarsi non solo compatibili, ma persino complementari.

È questa una delle ipotesi di lavoro de “Il patto con la Terra” di Ettore Camerlenghi, ecologo e ricercatore con vari anni di esperienza sul campo in alcuni dei luoghi più remoti del pianeta. Nel suo primo libro, Camerlenghi condivide quel che questi viaggi di ricerca gli hanno permesso di osservare e comprendere, al di là delle scoperte biologiche.

Nelle sue spedizioni in Amazzonia, sulle Ande e in Australia il ricercatore, addestrato nell’alveo del paradigma scientifico occidentale, racconta delle relazioni che ha intessuto con molte comunità indigene, e di come si è lasciato interrogare dalla profondità della loro conoscenza della natura con la quale convivono, conoscenza che raggiunge un’estrema precisione pur poggiando su basi molto diverse rispetto al sapere occidentale.

Nel corso del libro, Camerlenghi riporta riflessioni personali, spesso scaturite da dialoghi con saggi e anziani di comunità locali, scienziate e scienziati indigeni, antropologi ed esperte che, da prospettive diverse, si spendono per restituire dignità – agli occhi della scienza occidentale – a quell’insieme di saperi che l’autore chiama “scienza naturale indigena”. Lo sforzo, come specifica Camerlenghi fin dalla prefazione, deve consistere in primo luogo nel riconoscimento del valore di queste forme di conoscenza – che richiede il parallelo riconoscimento del fatto che anche la scienza occidentale non è universale e assolutamente oggettiva, ma figlia di uno specifico contesto storico e culturale – ma non solo. Accettare il confronto con la scienza naturale indigena significa anche confrontarsi con l’ontologia (la comprensione della natura profonda della realtà) che sottostà a queste forme di conoscenza, che consiste nell’attribuzione della soggettività a entità naturali non umane, nel rifiuto dell’intrinseca superiorità dell’essere umano rispetto agli altri viventi, e nel riconoscimento dell’interconnessione tra tutti gli elementi della realtà.

È un approccio diametralmente opposto rispetto all’ontologia riduzionista e materialista tipica della scienza occidentale, e che per questo è stato a lungo bollato come “primitivo” e antiscientifico – cioè incapace di produrre conoscenze affidabili. Oggi sappiamo che non è così, ma che, al contrario, queste cosmovisioni e ontologie sono una parte essenziale per costruire e tramandare di generazione in generazioni complessi sistemi di conoscenze ecologiche, che spesso sono cruciali per preservare il buon funzionamento degli ambienti naturali in cui queste comunità vivono.

Rivalutare questi corpi di conoscenza non è soltanto un esercizio di apertura alla diversità o di ridimensionamento del protagonismo occidentale: è oggi un’urgenza pratica. Un esempio dove la necessità di integrazione tra queste diverse visioni del mondo è lampante è la crisi ambientale, che è il frutto dell’idea, tipica della nostra cultura, secondo cui l’essere umano avrebbe diritto a usare la natura, in quanto puramente materiale, e di cui, con la nostra visione meccanicistica della realtà, fatichiamo a comprendere la complessità. “Con il cambiamento climatico”, scrive Camerlenghi, “stiamo scoprendo che la nostra ontologia occidentale del mondo non è necessariamente la più adeguata. In un certo senso, le ontologie indigene sono superiori: incorporano i meccanismi di feedback, di retroazione tra gli elementi, che il nostro pensiero ha storicamente ignorato. [...] La visione occidentale, così intrecciata al capitalismo e all’estrattivismo, ci ha portato al collasso ambientale”.

La fisica del clima, l’ecologia, la biologia della conservazione non perdono di validità, ma possono trarre beneficio dalle modalità di conoscenza indigene, più inclinate a visualizzare connessioni e relazioni complesse tra gli elementi del reale.

Uno dei modi in cui le culture indigene riescono a dare voce a questa complessità di interazioni è un approccio che l’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros De Castro ha definito “prospettivismo”: nelle ontologie di molte popolazioni amazzoniche, ad esempio, è centrale il fatto che ogni essere vivente veda il mondo in modo unico, influenzato dalle proprie esperienze e dalla propria prospettiva. Come sintetizza Camerlenghi, “ogni essere umano è e si percepisce come umano, mentre non è percepito come umano da esseri di altre specie”. E nel relazionarsi con le altre specie la loro prospettiva è presa in considerazione, e in questo modo, in un certo senso, si può comprendere meglio il loro punto di vista, vedere il mondo con i loro occhi, almeno in parte. Questo modo di vedere schiude realtà parallele, livelli di comprensione alternativi a quello tipicamente umano. E quindi una comprensione più ampia del reale. Non si tratta soltanto di un dettaglio filosofico, ma di un approccio che modifica il modo di agire nella realtà: non trascurando la prospettiva degli altri esseri, la comprensione e la gestione degli ecosistemi è più profonda ed efficace. Non è un caso che le terre gestite dai popoli indigeni siano in molti casi hotspot di biodiversità, in cui la convivenza tra umani e non umani prosegue da secoli o da millenni senza distruzione di ecosistemi o estinzioni di massa.

Da questi viaggi tra culture diverse ma anche, per alcuni versi, sorprendentemente simili, emergono delle chiare implicazioni politiche. Le conoscenze ecologiche indigene non vanno riconosciute e tutelate solo in quanto parte del patrimonio di diversità culturale umana (che, come la diversità biologica, sta rapidamente scomparendo al ritmo della distruzione degli ecosistemi, in nome del profitto e del progresso), ma anche perché da queste conoscenze abbiamo potenzialmente molto da apprendere. La scienza naturale indigena è un deposito inestimabile di conoscenze molto specifiche (spesso ancora ignote alla scienza occidentale) sulla biodiversità locale e sul funzionamento degli ecosistemi, formatesi con l’accumularsi di osservazioni e pratiche di gestione tramandate e verificate da una generazione all’altra: nell’attuale contesto di crisi della biodiversità, queste conoscenze sono fondamentali sia per capire cosa stiamo perdendo, sia per pianificare interventi di tutela e di ripristino degli ecosistemi in modo più efficace. 

Inoltre, le epistemologie e le ontologie indigene insegnano un approccio alla produzione e alla condivisione di conoscenza che è profondamente radicato in principi etici, ed è in questo molto lontano dall’ideale di libertà dai valori della scienza occidentale. Quella indigena, scrive Camerlenghi, “è una forma di conoscenza che opera su scale temporali lunghe. Le decisioni vengono prese tenendo conto delle generazioni passate e future, in virtù di una responsabilità verso gli antenati e verso i discendenti: si sa che i costi di un eventuale errore ricadrebbero sui nipoti”. Proprio la consapevolezza che manca a noi occidentali, campioni del pensiero a breve termine e incapaci di pianificare a lungo termine, rinunciando a un vantaggio immediato in nome di un maggiore beneficio nel futuro. In una prospettiva indigena, il valore primario non è la conoscenza in sé, ma la preservazione dei delicati equilibri del mondo nel quale si vive. Questo principio, se preso sul serio, rappresenta un potente antidoto all’approccio estrattivista tipico della nostra epoca: ogni azione viene pesata in base alle conseguenze che potrebbe produrre lontano nello spazio e nel tempo. 

“Il patto con la Terra” non è una critica alla scienza occidentale, e non propone di sostituire quest’ultima con la scienza indigena. Non cerca neanche di romanticizzare i saperi ecologici tradizionali, presentando le popolazioni che li hanno sviluppati come pure e in grado di vivere perfettamente in armonia con la natura. Piuttosto, Camerlenghi esplora la possibilità di instaurare un dialogo tra questi due mondi, cosicché forme di conoscenza e di comprensione della realtà molto diverse per origini culturali e storiche possano arricchirsi a vicenda, anziché escludersi.

Il libro, scritto da un ricercatore europeo che ha esplorato in prima persona la possibilità – e le difficoltà – di questo incontro, è un invito a superare la classica postura che a lungo ha visto le culture indigene come qualcosa di inferiore o, nel migliore dei casi, come oggetto di studio antropologico. Riconoscere loro una dignità pari a quella della scienza occidentale significa accettare la possibilità di apprendere da queste culture non solo conoscenze nuove (per noi) sul mondo naturale, ma anche un modo diverso di comprendere la realtà non umana e il nostro rapporto con essa.

Resta da chiedersi se il mondo scientifico occidentale, e la società in genere, siano pronti ad accettare questo confronto: a riconoscere il valore di conoscenze con fondamenti diversi dai nostri e a lungo bollate come primitive, e ad ammettere che, forse, propongono un modo di stare al mondo più sensato del nostro.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012