SOCIETÀ

Corruzione e appalti in Italia: cosa emerge dal nuovo rapporto ANAC

Cento procure, 141 procedimenti penali, quasi mille persone e 490 imprese coinvolte. Sono dati importanti ma dietro questi numeri non c’è una fotografia completa della corruzione italiana, né una classifica dei territori più corrotti. C’è qualcosa di forse più utile: una descrizione del modo in cui la corruzione entra negli appalti pubblici, altera le gare e, in molti casi, si trasforma da singolo accordo illecito in un rapporto stabile tra amministratori, funzionari e imprenditori.

A ricostruire questo quadro è il rapporto Corruzione e appalti in Italia: analisi gennaio 2020-maggio 2026, curato dall’Ufficio operativo speciale, Misure straordinarie e commissariamenti dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. L’analisi prende in esame i provvedimenti giudiziari comunicati all’ANAC tra il primo gennaio 2020 e il 15 maggio 2026: complessivamente 135 note informative, riferite a 141 procedimenti penali avviati da 100 diverse procure della Repubblica. Quasi due procedimenti al mese.

Però facciamo un passo indietro. L’ANAC, cioè l’Autorità Nazionale Anticorruzione, è stata creata nel 2012, ma di fatto solo nel 2014 assunse la struttura e le competenze attuali, incorporando anche l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici. Il primo presidente fu Raffaele Cantone, magistrato noto per le indagini sul clan dei Casalesi. La sua nomina arrivò negli anni delle inchieste sugli appalti di Expo Milano 2015, che riportarono la corruzione al centro del dibattito pubblico. Proprio il controllo sulle procedure legate a Expo divenne uno dei primi banchi di prova dell’Autorità e il modello venne poi esteso ad altri grandi eventi e situazioni emergenziali. Sembrano aspetti tecnici ma, avere un’autorità indipendente che lavora su questi temi, se lasciata libera d’agire, è un passaggio fondamentale per una democrazia che ha tra i suoi punti deboli proprio la corruzione.


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I numeri che escono dal report ANAC sono sicuramente rilevanti, ma, come sempre, vanno letti con cautela. La stessa Autorità chiarisce che “il lavoro non ha la pretesa di stimare la dimensione complessiva della corruzione in Italia”. Il rapporto infatti si basa soltanto sui fatti emersi dalle indagini e contenuti nei provvedimenti trasmessi all’ANAC. Significa quindi che non registra la corruzione sommersa o anche semplicemente quella che non arriva all’autorità giudiziaria o che, pur essendo oggetto di indagine, non viene comunicata all’Autorità. Con queste premesse però possiamo dire che il documento è estremamente interessante e permette di osservare da vicino un fenomeno tanto presente quanto “nascosto” nell’opinione pubblica. 

I numeri ci dicono che nei 141 procedimenti sono stati individuati 1.295 distinti capi di imputazione, 762 dei quali relativi ai reati espressamente considerati dalla normativa sulle misure straordinarie applicabili alle imprese coinvolte. Le persone fisiche sono 994, le stazioni appaltanti 212 e i contratti individuati come oggetto delle indagini almeno 533. Dal 2024, il valore complessivo degli appalti coinvolti nelle vicende esaminate supera i 2,9 miliardi di euro.

La gara si altera prima ancora di cominciare

I reati che vengono riscontrati più frequentemente sono la “turbata libertà degli incanti o del procedimento di scelta del contraente”. Cercando di spiegarli in modo semplice potremmo dire che con la turbata libertà degli incanti si va a colpire la manipolazione di una gara già in corso, per esempio attraverso offerte concordate, ammissioni irregolari o valutazioni orientate. Sul secondo invece si interviene ancora prima, cioè quando il bando viene costruito con requisiti e caratteristiche pensati per favorire un’impresa determinata. In un caso si altera la competizione; nell’altro si fa in modo che la gara nasca già con un vincitore. 

Le due fattispecie, che sono previste dagli articoli 353 e 353-bis del codice penale, rappresentano insieme il 28,3% dei 378 reati selezionati dall’ANAC come maggiormente significativi. 

Seguono poi la “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, che rappresenta il 22,2% dei reati considerati, e la “responsabilità del privato che offre o promette denaro o altre utilità” (21,2%). 

La concussione infine, cioè il reato nel quale il pubblico ufficiale costringe qualcuno a consegnare o promettere un’utilità, compare appena tre volte, meno dell’1% dei casi. È marginale anche il traffico di influenze illecite. Il modello prevalente non è dunque quello del funzionario che impone con la forza la propria volontà a un imprenditore, ma quello di due parti che trovano una convenienza reciproca. 

Quando si pensa alla corruzione la prima immagine che viene in mente non può non essere la classica “mazzetta” passata sottobanco. Il report dell’ANAC però fa emergere che le “utilità” sono tra le più disparate. Ci sono assunzioni, viaggi, oggetti di lusso, automobili, lavori di ristrutturazione, sostegno elettorale e consulenze fittizie. In alcuni casi il vantaggio viene trasferito attraverso subaffidamenti concessi dall’impresa aggiudicataria a società riconducibili al pubblico ufficiale.

La corruzione ha quindi tante facce e forme diverse, e raramente rimane confinata a un unico episodio. Il rapporto infatti sottolinea che poche vicende risultano isolate, è più facile che l’accordo finisca per riguardare numerosi contratti, affidati anche nell’arco di diversi anni. L’impresa quindi finisce spesso per diventare di fatto un interlocutore privilegiato dell’amministrazione, e questo grazie a rapporti professionali, politici, personali o di amicizia che si consolidano nel tempo.

Tra politica, uffici tecnici e imprese

Delle 994 persone coinvolte, 583 appartengono alle imprese e 411 alle stazioni appaltanti. Ma la distribuzione dei ruoli cambia nettamente tra pubblico e privato.

Nelle imprese prevalgono le figure di vertice. Dei 583 soggetti privati, 443, cioè circa il 76%, sono titolari, amministratori, legali rappresentanti, soci o persone che esercitano anche di fatto funzioni decisionali. Solo 140 sono dipendenti o collaboratori senza un ruolo apicale.

Nella pubblica amministrazione avviene il contrario. Delle 411 persone coinvolte, 85 appartengono agli organi elettivi o alle posizioni di vertice, come sindaci e assessori. Le restanti 326, quasi il 79%, sono funzionari, tecnici, responsabili unici del procedimento, commissari di gara o altri dipendenti.

Questo non significa necessariamente che la corruzione si sviluppi lontano dalla politica. Il rapporto descrive spesso intese raggiunte tra imprenditori e soggetti dotati di potere decisionale, politico o dirigenziale. Ma per trasformare l’accordo in una gara alterata servono poi le figure che materialmente scrivono gli atti, verificano i requisiti, valutano le offerte e controllano l’esecuzione del contratto.

È uno dei passaggi più rilevanti dell’analisi e anche uno di quelli su cui bisogna più porre l’attenzione pubblica. La manipolazione di un appalto non dipende soltanto dalla decisione iniziale, ma dalla possibilità di intervenire nelle diverse fasi della procedura. Insomma non ci può essere corruzione senza le competenze per redigere un bando ad hoc, ed è qui che le figure di mezzo diventano soggetti fondamentali.

C’è poi la fase successiva all’aggiudicazione del bando. Truffa e truffa aggravata rappresentano l’8,5% dei reati di interesse considerati dall’ANAC. 

Comuni, sanità e società pubbliche

Le amministrazioni maggiormente presenti nel rapporto sono i Comuni: 98 su 212 stazioni appaltanti, pari al 46,2%. Aggiungendo Regioni, Province e altri enti territoriali si arriva quasi al 53% del totale. Seguono gli enti del settore sanitario, con 44 casi, e le società pubbliche, con 30. Gli enti pubblici centrali sono invece soltanto 11, mentre tra le università è stato registrato un unico caso.

I lavori pubblici rimangono il settore più coinvolto, con oltre il 40% delle vicende analizzate, seguite dai servizi (32%), dalle forniture (9,5%), mentre nel 13,5% dei casi sono interessate più categorie contemporaneamente. Tra gli ambiti citati dal rapporto compaiono anche servizi e forniture sanitarie.

Una particolare attenzione poi viene riservata dal rapporto agli affidamenti diretti e alle procedure adottate in condizioni di “somma urgenza o emergenza”. Questi sono degli strumenti che sono necessari in determinate circostanze, perché permettono alle amministrazioni di intervenire rapidamente, ma con ciò si allargano anche le maglie del rischio che la procedura stessa venga orientata verso un’impresa già individuata. Gli esempi purtroppo, potrebbero essere molti ma l’ANAC ribadisce che il problema non è lo strumento in sé, ma, di nuovo, la sua combinazione con relazioni personali consolidate, controlli interni deboli e una limitata rotazione degli operatori economici.

La geografia dei casi emersi

Quasi il 24% dei procedimenti esaminati è stato avviato in Sicilia. Seguono la Campania, con oltre il 18%, la Lombardia con il 10,4%, il Lazio con il 9,6% e la Puglia con l’8,1%. Se il numero dei procedimenti viene rapportato alla popolazione, la Sicilia rimane al primo posto con 5,4 casi per milione di abitanti, seguita dall’Abruzzo con 4,7 e dalla Campania con 4,5.

Il Veneto compare invece con un solo caso, come Trentino-Alto Adige, Marche, Sardegna e Basilicata, mentre in Molise e Valle d’Aosta non sono stati registrati procedimenti.

Sarebbe però scorretto utilizzare questi numeri per costruire una graduatoria dell’integrità regionale. Il dato geografico indica la procura che ha condotto il procedimento e dipende esclusivamente dai casi scoperti e comunicati all’ANAC. Una presenza limitata può derivare da una minore diffusione della corruzione, ma anche da una diversa capacità investigativa, dal numero di procedimenti trasmessi o dal semplice fatto che determinate condotte non siano ancora emerse. Lo stesso rapporto avverte che l’assenza di casi non implica l’estraneità di un territorio al fenomeno.

Il peso delle imprese medio-grandi

Le imprese coinvolte sono complessivamente 490. Per 307 di queste l’ANAC dispone di dati sulla dimensione: 121 sono microimprese, 90 piccole, 57 medie e 39 grandi. In termini assoluti quasi il 70% appartiene quindi alle prime due categorie.

Il dato cambia però se viene confrontato con la struttura dell’economia italiana. Le microimprese rappresentano da sole quasi il 95% delle aziende, mentre le medie e le grandi, considerate insieme, costituiscono meno dello 0,5%. Nonostante la loro limitata presenza numerica, queste ultime concentrano il 31% dei casi per i quali la dimensione è conosciuta.

Prevenire senza bloccare le opere

Il rapporto quindi nasce dall’attività con cui l’ANAC può proporre misure straordinarie nei confronti delle imprese coinvolte in procedimenti per corruzione. L’obiettivo non è necessariamente interrompere il contratto e fermare l’opera ma, in alcuni casi, l’Autorità può sottoporre l’impresa a commissariamento, anche solo limitatamente all’appalto contestato. In questo caso chiaramente gli utili verrebbero accantonati.

Tra giugno 2014 e maggio 2026 il presidente dell’ANAC ha formulato 72 proposte di misure straordinarie, e quasi tutte sono state accolte dai prefetti. Dal 2020, 35 imprese sono state destinatarie di un intervento: in 25 casi è stata proposta una misura, mentre in altri dieci il procedimento si è concluso con l’impegno dell’operatore economico ad adottare presìdi rafforzati.

Accanto all’intervento successivo, l’ANAC pone grande importanza anche nei controlli preventivi. Tra il 2014 e il 2025 l’attività di alta sorveglianza ha prodotto 5.773 pareri su 1.687 procedure di affidamento, relative a opere e servizi per oltre 2,5 miliardi di euro. Secondo l’Autorità, nelle procedure sottoposte a questo controllo non risultano casi di corruzione accertata ma non è chiaramente possibile sapere quanti episodi siano stati effettivamente evitati. 

La fotografia restituita dal rapporto è quindi meno spettacolare dell’immagine della valigia piena di denaro, ma forse più preoccupante. È un discorso che facciamo spesso anche per quanto riguarda le mafie, soprattutto nel Nord Italia. Anche la corruzione negli appalti nasce spesso da relazioni ordinarie, è dopo che si consolida attraverso affidamenti ripetuti e attraversa tutte le fasi del contratto pubblico. Non ha sempre bisogno di violare apertamente una procedura: può essere sufficiente scriverla fin dall’inizio in modo che il risultato sia già deciso. Più che di mazzette è fatta di amicizie.

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