SOCIETÀ

Cosa rende una città davvero felice

Copenaghen è la città più felice del mondo e questo va di pari passo con il fatto che la Danimarca, da anni, è sempre tra i Paesi ai primi posti per qualità della vita.

Ma cosa significa che Copenaghen è la città più felice al mondo? Ce lo spiega l’Happy City Index, cioè l’indice che prende in considerazione diversi indicatori e non solo sondaggi o percezioni. Non misura quindi quanto le persone si sentano soddisfatte della propria vita ma il funzionamento concreto delle città. Analizza, ad esempio, la qualità dei servizi, l’accesso alla sanità e all’istruzione, l’efficienza dei trasporti, la sostenibilità ambientale e la capacità amministrativa. In tutto gli indicatori che hanno sancito la città danese come la più felice al mondo sono 64.

Nello specifico, Copenaghen, secondo l’Happy City Index, riesce a combinare livelli molto alti di istruzione e partecipazione con un’economia dinamica e un forte tessuto imprenditoriale. Allo stesso tempo mantiene un equilibrio che altrove è più difficile: cioè orari di lavoro relativamente contenuti, un sistema sanitario universale, l’accesso diffuso ai servizi e un’attenzione costante alla qualità dell’ambiente urbano. Sono diversi i temi su cui la città danese è superiore alla media, ma la mobilità sostenibile è centrale, così come la presenza di spazi verdi e una qualità dell’aria tra le migliori. Subito dietro a Copenaghen ci sono Helsinki, Ginevra, Uppsala e Tokyo

Quelle che l’indice chiama Gold Cities sono le cinquanta città che ottengono i punteggi più alti complessivamente. Tendenzialmente gran parte sono città del Nord Europa, soprattutto la top 10, ad eccezione di Tokyo.

Il focus sull’Italia

Nessuna città italiana rientra tra le prime 50 più felici del mondo, e questo è il primo dato di fatto. La prima città che troviamo è Bologna al 73esimo posto, seguita da Parma e Milano poco più indietro. Da lì in poi la classifica scende rapidamente: Roma è nella seconda metà, e ancora più giù compaiono Verona, Messina, Bari, fino a Napoli e Salerno nelle posizioni più basse. Come vedremo a breve approfondendo la metodologia, potremmo dire che non è solamente una questione di singole città quanto proprio di sistema. L’Happy City Index, infatti, non premia l’attrattività o la reputazione o l’aspetto turistico, ma la capacità di garantire condizioni stabili e diffuse. Vengono prese in considerazione ad esempio la qualità dell’aria, l’accesso ai servizi, la mobilità, il costo della vita e il funzionamento dell’amministrazione. È proprio qui che le città italiane mostrano le difficoltà maggiori perché, anche dove ci sono degli indubbi punti di forza, altri indicatori fanno abbassare la media, come l’inquinamento, il costo dell’abitare, una mobilità ancora disomogenea e una qualità dei servizi che è percepita insufficiente. 

La metodologia

Dietro la classifica c’è anche un impianto metodologico piuttosto articolato. L’Happy City Index infatti è costruito come un progetto di ricerca globale, che per l’edizione 2026 ha coinvolto centinaia di ricercatori distribuiti in tutto il mondo. Più di mille persone hanno manifestato interesse a partecipare e oltre ottocento hanno effettivamente contribuito alla raccolta e verifica dei dati, lavorando ciascuna su una città specifica. Il risultato è un dataset costruito in modo collaborativo e sottoposto a una fase di validazione interna. Gli indicatori presi in considerazione sono stati 64, divisi in sei ambiti diversi e pesati in modo differente: alcuni riguardano direttamente le politiche urbane, altri il contesto nazionale in cui le città si inseriscono.

 L’obiettivo dichiarato è mantenere un equilibrio tra ciò che dipende dalle amministrazioni locali e ciò che invece è determinato a livello più ampio, cercando di restituire una misura comparabile, ma non eccessivamente semplificata, della qualità della vita urbana. Un modo per cercare di capire quando e come una città si può definire “felice”.

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