La crescita dei data center in Italia e in Europa
Il trend di crescita di nuovi data center in Italia non mostra cenni di rallentamento, anzi: già ad aprile 2026 si registrano oltre 22 GW di nuove richieste di connessione alla rete di trasmissione nazionale (RTN), più della metà di tutte quelle arrivate nel 2025. Complessivamente quelle presentate sono oltre 450 e superano gli 80 GW: la maggior parte sono localizzate nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia, regione che da sola raggiunge quasi i 40 GW, la metà del totale nazionale.
Sono questi alcuni dei numeri emersi dall’incontro organizzato dal Centro studi di economia e tecnica dell’energia “Giorgio Levi Cases”, lo scorso 21 aprile, in cui è stato messo a fuoco un tema che si colloca allo snodo tra la transizione digitale e quella ecologica: l’impatto sul settore energetico delle nuove infrastrutture digitali.
Consumi e sostenibilità
In Europa, i consumi energetici dei data center sono in crescita da almeno 3 anni e si prevede che quelli che riceveranno il via libera in Italia, sebbene saranno una piccola frazione delle richieste di connessione, richiederanno al 2030 circa 11 TWh di energia elettrica per venire soddisfatti, l’equivalente del 3% del consumo nazionale. Negli Stati Uniti invece, già nel 2028, i data center potrebbero raggiungere addirittura il 12% della domanda nazionale.
La sfida è quindi quella di garantire da un lato la continuità del loro funzionamento (come internet, non possono mai spegnersi), dall’altro evitare l’instabilità in una rete elettrica che dovrà gestire carichi più elevati e flussi di domanda più complessi. Al contempo però, questa crescente domanda di energia dovrà rientrare nella cornice della decarbonizzazione e venire soddisfatta non da combustibili fossili, ma da fonti che non producano nuove emissioni di gas serra.
Un’altra importante sfida ambientale riguarda il loro sistema di raffreddamento, che in alcuni casi, specialmente per i data center di grandi dimensioni (hyperscale) richiede rilevanti consumi di acqua, prelevata spesso da fiumi.
“Per lungo tempo nella transizione digitale ci siamo occupati di software, ma oggi internet sta ridisegnando l’hardware” ha sottolineato Marco Bettiol, professore del dipartimento di scienze economiche e aziendali dell’università di Padova, che ha condotto il progetto di ricerca GEOTWIN sulla sostenibilità dei data center europei. “Prima si usavano le vecchie reti telefoniche, ora internet funziona grazie ai data center, che costituiscono per la rete l’equivalente dei pali su cui è stata costruita Venezia”.
Proprio la materialità di queste nuove infrastrutture spesso viene dimenticata: “pensiamo che i data center siano strutture statiche, in realtà sono molto dinamiche: devono venire rinnovati ogni 3-5 anni, per garantire continuità al servizio e un’efficienza sempre maggiore” ricorda Bettiol. Questo significa che vengono prodotti molti rifiuti elettronici, “che andrebbero riutilizzati, ma non è sempre possibile riutilizzare un server. Nell’industria conta la segretezza, ma servirebbe più trasparenza sui report ambientali: nel nostro studio abbiamo trovato che solo il 12% degli operatori adotta metodologie avanzate come il Life Cycle Assessment per misurare l'impatto ambientale reale”.
Lo studio condotto da Bettiol e colleghi ha anche trovato che oltre la metà degli operatori di questo settore copre con le rinnovabili più del 60% del fabbisogno energetico dei data center. “Gli operatori si stanno impegnando per ottenere energia rinnovabile: Google per esempio fa contratti a livello internazionale per ottenere l’energia prodotta anche da piccoli operatori, e sposta il computing seguendo le ore solari, per sfruttare al massimo il potenziale delle rinnovabili. Tuttavia, ci sono anche molti punti in cui servono le fonti fossili per il back up”.
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Europa e Italia
Nel Vecchio Continente, la maggior concentrazione di data center finora si è avuta in Nord Europa: “lì è partita prima la domanda, anche perché lì raffreddarli costa meno, rispetto al Mediterraneo, dove le temperature sono mediamente più alte” spiega Bettiol.
I Paesi a maggior concentrazione sono Germania, Regno Unito, Olanda, Francia e Irlanda, riassunti nell’acronimo FLAPD, composto dalle iniziali delle loro capitali (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino). Nel 2023 erano 361 i data center in Germania (16,9% di quelli europei), 343 quelli del Regno Unito (16%) e 233 quelli in Francia (quasi l’11%). A inizio 2026 Londra risultava la prima città europea ad avere già più di 1 GW di data center installati.
“L’Italia, come tutto il Sud Europa, è un late comer” spiega Bettiol, ma è anche in cima a questa classifica dei secondi, con 148 data center già presenti nel 2023 (il 7% circa). La Lombardia però, con 53 data center, è già tra le prime 10 regioni d’Europa, anche grazie a una legge regionale pensata appositamente per la loro diffusione. Milano è già sulla buona strada per avvicinarsi nel medio termine alle altri capitali europee, così come Madrid.
Efficienza energetica
“I data center non sono solo infrastrutture digitali, ma veri e propri nodi territoriali che mettono in relazione l’energia con la pianificazione e lo sviluppo industriale” ha detto Raffaele De Bettin, amministratore delegato di DBA Group Spa. Tra i vari progetti che la società ha contribuito a sviluppare, c’è anche il supercomputer Leonardo al Tecnopolo di Bologna, capace di effettuare 250 milioni di miliardi di operazioni al secondo (250 petaflops), equivalenti a far lavorare in parallelo 2 milioni e mezzo di laptop.
Non solo questa macchina colossale ha bisogno di un costante afflusso di energia, ma anche di acqua per raffreddare il sistema. L’efficienza energetica di un data center viene misurata dal PUE, ossia la Power Usage Effectiveness, che è il rapporto tra l’energia totale assorbita e quella utilizzata: più basso è questo rapporto, minore è la dispersione di energia e dunque maggiore è l’efficienza. La media europea del PUE dei data center si colloca intorno a 1,36, mentre Leonardo raggiunge un valore inferiore a 1,1.
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Una volta assorbito dal sistema di raffreddamento, il calore generato dai data center può anche venire riutilizzato per alimentare sistemi di teleriscaldamento a pompe di calore elettriche. È il caso di quanto fatto da DBA a Milano con il data center Avalon 3, in partnership con la multiutility A2A, che si vede fornire acqua preriscaldata fino a 26°C, invece che ai tradizionali 15° della temperatura ambiente. In questo modo viene risparmiata energia per scaldare l’acqua nei sistemi di riscaldamento.
Autorizzazioni
Se negli ultimi tre anni in Europa sono stati investiti circa 30 miliardi di euro nello sviluppo dei data center, si prevede che nel prossimo triennio ne verranno investiti più di tre volte tanti, oltre 100 miliardi.
Per quelli di dimensioni ridotte (al di sotto dei 10 MW) ci vogliono circa 10 mesi, in Italia, per passare dall’inizio della progettazione alla costruzione in situ, per quelli più grandi (al di sopra dei 10 MW), si arriva anche a 16 mesi. Secondo De Bettin, il vero collo di bottiglia è la fase autorizzativa: “ma dalla nostra esperienza emerge chiaramente che il tema non è solo normativo o autorizzativo: occorre integrare i data center nelle reti energetiche e nei contesti locali fin dalle prime fasi della progettazione. È inoltre opportuno porre maggiore attenzione alla riqualificazione di aree cosiddette brownfield, siti già urbanizzati o dismessi, come leva per contenere il consumo di suolo in contesti ad alta densità insediativa. Allo stesso tempo, è strategico sviluppare modelli di partnership pubblico-privato che favoriscano l’integrazione dei data center nei sistemi energetici locali, ad esempio attraverso il recupero del calore per reti di teleriscaldamento o mediante soluzioni di produzione e stoccaggio di energia in sito, in coordinamento con i gestori delle reti di trasmissione e distribuzione”, sottolinea De Bettin.
“L’Italia ha tutte le carte in regola per diventare un hub europeo dei data center, se saprà coniugare visione strategica, pianificazione integrata e tempi certi, rendendo questa sfida una leva di crescita sostenibile e competitiva”.