SOCIETÀ

Crollo Labour in Galles e Scozia: in arrivo un’onda indipendentista?

Il primo ministro inglese Keir Starmer potrebbe essere costretto a dimettersi? Il Partito Laburista perderà il controllo del Galles dopo oltre un secolo? E riusciranno gli indipendentisti scozzesi a conquistare la maggioranza dei seggi a Holyrood, il Parlamento locale? Tre domande, e tre probabili “Sì”, in vista del super Thursday, l’appuntamento elettorale di giovedì prossimo, 7 maggio, che chiamerà al voto milioni di elettori nel Regno Unito. E che potrebbe disegnare nuove rotte per il futuro della politica del Regno Unito, dopo anni d’involuzione, con i partiti tradizionali, Conservatori da un lato, Laburisti dall’altro, finiti in una spirale autodistruttiva e che sembrano ormai aver perso qualsiasi slancio, qualsiasi spinta propulsiva in grado d’intercettare le urgenze degli elettori. Erosi al loro interno l’uno dai nazionalisti di Reform UK, che pure portano sulle spalle una buona parte della responsabilità della Brexit, ormai unanimemente considerata un fallimento da economisti e analisti (e anche il 54% dei britannici ritiene, oggi, che sia stata una “scelta sbagliata”); gli altri penalizzati a favore dei Verdi, rimasti sostanzialmente gli unici a proporre un’agenda di sinistra e pro UE, e dai Liberal-Democratici. I sondaggi nazionali, a oggi, dicono che il partito nazionalista di Nigel Farage viaggia attorno al 25% dei consensi, seguito da Verdi, Laburisti e Conservatori, ciascuno con il 17%, mentre i Lib-Dem si fermano al 12%, con l’estrema destra di Restore Britain al 4%. 

Inghilterra, Starmer verso un crollo storico

Alle elezioni nazionali manca ancora molto tempo (se non ci saranno colpi di scena il voto è previsto entro l’estate del 2029), ma la tornata di elezioni locali di giovedì in Inghilterra sarà comunque un test fondamentale per le principali forze di governo: oltre 5.000 i seggi in palio e con le candidate donne fortemente sottorappresentate, circa il 34% del totale. Sulla sconfitta sonora dei Laburisti scommettono tutti gli analisti: a Londra il partito guidato dal premier Keir Starmer rischia di ottenere il peggior risultato degli ultimi 44 anni, conquistando la maggioranza in appena 15 consigli locali, 6 in meno rispetto al 2022. I nazionalisti di Reform UK dovrebbero conquistare due roccaforti laburiste, Sunderland e Barnsley, e anche Walsall, dove i Conservatori dominano dal 2004. “Il sistema bipartitico emerso dopo la Prima Guerra Mondiale sta morendo”, sostiene lo storico Nick Shepley, fondatore della piattaforma di podcast Explaining History. “Ciò che ha ucciso i nostri due principali partiti politici è il neoliberismo. Entrambi ne hanno accolto gli esiti economici e sociali. Entrambi sono ora incapaci di affrontare le contraddizioni e le crisi che tali risultati hanno prodotto, perché sono incapaci di considerare qualsiasi altra filosofia economica o politica. Ora abbracciano una versione post-2008 del neoliberismo: non il Thatcherismo di libero mercato, ma un capitalismo oligarchico che estrae rendite che non fanno altro che impoverire una parte significativa della popolazione, rendendo quelli che un tempo erano benestanti più insicuri anno dopo anno. E quando una classe politica fallisce per 15-20 anni, senza sosta, nel rispondere a ogni singola domanda o risentimento - e anzi peggiora significativamente la situazione - non sorprende affatto che il vecchio ordine politico stia per essere confinato ai margini, lasciando spazio a un nuovo sistema bipartitico che vedrà protagonisti Reform UK e Verdi”. 

E come si comporterà Sir Keir Starmer qualora le previsioni di sconfitta dovessero avverarsi? Per il momento sembra prevalere l’intenzione di resistere: “So bene che sarò giudicato sulle che avrò mantenuto - ha risposto il primo ministro -, sul tenore di vita se sarà migliorato o meno, se siano migliorati i nostri servizi pubblici, in particolare nel settore sanitario, se le persone si sentano più sicure e protette in un mondo sempre più instabile e pericoloso. Ma sono stato eletto nel luglio 2024 con un mandato di cinque anni per cambiare questo paese: e intendo portare a termine questo incarico”. Ma i sondaggi continuano a indicare burrasca in arrivo: secondo Stephen Fisher, professore di sociologia politica all’Università di Oxford, il Labour potrebbe perdere 1.900 consiglieri il prossimo 7 maggio, pari al 74% del numero totale di seggi (2.557) che finora detenevano. Il che vuol dire che migliaia di nuovi consiglieri saranno eletti, soprattutto di Reform UK e Verdi, con enormi implicazioni per i governi locali. E alla lunga resistere, per Starmer, sarà davvero un’impresa.

Il Galles volta pagina dopo 104 anni

Il drammatico crollo del Labour è previsto anche in Galles: e se possibile è un dato che fa ancor più rumore, visto che il partito ha qui la sua roccaforte storica da 104 anni, e la maggioranza nel locale Parlamento, il Senedd, fondato nel 1999 (che dalla prossima elezione passerà da 60 membri a 96). Qui i sondaggi indicano in vantaggio il partito di centrosinistra Plaid Cymru, nazionalista e indipendentista, favorevole all’adesione all’Unione Europea, accreditato di un 28% di preferenze, tallonato a un punto circa di distanza dai nazionalisti, ma di destra, di Reform UK. Per i Laburisti si profila dunque un risultato catastrofico: dei 29 seggi che aveva dovrebbe conservarne appena 12. Perché le condizioni di vita complessive dei gallesi, nonostante la devoluzione ottenuta nel 1999 (che conferisce al Parlamento locale il potere di legiferare su diversi temi, come salute, servizi sociali, assistenza sociale, istruzione e edilizia abitativa, trasporti locali e sviluppo economico), continuano a peggiorare. Come riassumeva pochi giorni fa The Guardian: “Il Galles è rimasto indietro rispetto alle altre nazioni britanniche in diversi indicatori chiave. Circa il 20% dei pazienti gallesi del NHS (il Servizio sanitario nazionale) deve attendere più di un anno per le cure ospedaliere, rispetto a una media di circa il 4% in Inghilterra. Le competenze di lettura, matematica e scienze dei bambini gallesi sono scese ai livelli più bassi registrati dall’OCSE tra le quattro nazioni del Regno Unito nel 2024”. Poi c’è il tema della povertà. Nel rapporto 2025 della Joseph Rowntree Foundation, un ente benefico di ricerca che si occupa in modo specifico della materia, si parla esplicitamente del “fallimento sociale” delle politiche finora attuate, con la percentuale delle persone che vivono in “povertà molto profonda” aumentate dal 33% degli anni ’90 al 47% registrato nel 2023: “Oggi quasi la metà delle persone in povertà in Galles ha redditi così bassi da trovarsi in una situazione estrema - scrive la JRF -: costrette a ricorrere alle banche alimentari, incapaci di riscaldare le proprie case o obbligate a vivere in alloggi temporanei. Il costo umano della povertà, soprattutto della povertà profonda, e il suo impatto sui servizi pubblici è enorme. Alla base di questo fallimento sociale del XXI secolo ci sono molti anni di profondi tagli alla sicurezza sociale, insieme a una carenza di posti di lavoro dignitosi e di alloggi accessibili. Un sistema di sicurezza sociale equo e adeguato è, ovviamente, una responsabilità del Governo del Regno Unito, ma c’è molto che il Governo gallese può fare per integrare il sistema britannico: rimuovere le barriere al lavoro, aumentare il numero e la qualità dei posti di lavoro e garantire che ci siano abitazioni sufficienti e adeguate sono misure vitali”. 

Insomma, il Labour ha fallito sul piano pratico, sulla qualità della vita offerta, sull’incapacità di risolvere, o quantomeno di alleviare, i problemi quotidiani. Mentre cresce l’insofferenza e la spinta verso una reale indipendenza dal Regno Unito, con la fascia più giovane dell’elettorato che volta le spalle all’identità nazionale britannica. Il partito Plaid Cymru sta tentando (a quanto pare con successo) di farsi interprete di queste istanze: con il suo leader, Rhun ap Iorwerth, che non perde occasione per rimarcare la distanza con le politiche dei Laburisti. Come quando ha presentato il suo “manifesto politico”: “Le elezioni del 7 maggio offriranno una vera speranza per il futuro del Galles - sostiene -. Un’azione concreta per affrontare le sfide immediate, una visione a lungo termine per il rinnovamento e la promessa di difendere sempre il Galles. Questa opportunità di cambiamento contrasta nettamente con il record di declino gestito del Labour, e il loro rifiuto di difendere gli interessi della nostra nazione contro l’indifferenza di Westminster. Ridurremo i tempi di attesa del servizio sanitario nazionale, sosterremo le famiglie con un’assistenza all’infanzia gratuita per tutti i bambini dai 9 mesi ai 4 anni. Sbloccheremo il nostro potenziale economico inesplorato, per creare posti di lavoro ben pagati e sicuri. E alzeremo l’asticella degli standard nelle nostre scuole”. Propositi che hanno fatto breccia nei sentimenti dei gallesi disillusi.

Anche in Scozia vinceranno i separatisti

Infine c’è la Scozia, dove si vota per la nomina dei 129 membri del Parlamento scozzese. Non c’è dubbio che a ottenere il maggior numero di voti, e dunque di seggi a Holyrood, sarà lo Scottish National Party, ma molto dipenderà dai numeri effettivi: sarà sopra o sotto la maggioranza effettiva di 65? I sondaggi, sul punto, ballano un po’. Restano sul tavolo le questioni più urgenti da affrontare per gli scozzesi, soprattutto economiche e fiscali: la lenta crescita del tenore di vita, l’aumento della spesa pubblica, l’invecchiamento progressivo della popolazione. E migliorare l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale (ciascun partito ha la sua formula: qui uno schema di confronto). Ma il leader del partito nazionalista, John Swinney, ha già dichiarato che punta a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi, il che gli darebbe il “mandato” per tenere un altro referendum sull’indipendenza, dopo quello fallito nel 2014 (con il No che prevalse con il 55% dei voti). La prospettiva sarebbe tenere una nuova consultazione nel 2028. Secondo il magazine The Parliament Politics, il tema dell’indipendenza della Scozia dal Regno Unito resta ancora oggi al centro del dibattito politico, nonostante la vittoria del No nel 2014: “L’opinione degli elettori sull’indipendenza è cambiata nel tempo anche a causa della Brexit e dell’incertezza economica. Gli elettori più giovani sono più aperti all’indipendenza rispetto agli elettori più anziani, il che implica che, con il cambiamento demografico, la campagna possa trovare risultati a lungo termine”. Peraltro, lo Scotland Act del 1998 non prevede espressamente che il Parlamento scozzese possa tenere un referendum sull’indipendenza senza l’approvazione del Parlamento di Westminster: un ostacolo non da poco.

Ma è l’insieme del panorama politico del Regno Unito a preoccupare, almeno potenzialmente. Con le formazioni separatiste che, se i sondaggi saranno confermati, riusciranno a conquistare il potere nelle tre nazioni devolute: il Plaid Cymru in Galles, lo Scottish National Party in Scozia, lo Sinn Féin in Irlanda del Nord. I tre partiti nazionalisti sarebbero, peraltro, già in trattative per unire le forze per sfidare il governo britannico per ottenere una maggiore autonomia locale su aree come spesa, tassazione, welfare e il rientro nell’UE. Senza dimenticare che anche in Inghilterra soffia forte il vento del malcontento, con la destra populista e nazionalista di Nigel Farage che, al momento, domina i sondaggi. Secondo Ben Wellings, Professore associato di politica e relazioni internazionali alla Monash University a Melbourne (Australia), “il rischio di disgregazione è reale, un esito politico che va preso sul serio: la continuazione del Regno Unito nella sua forma attuale non può essere data per scontata”. Mentre Michael Keating, professore emerito presso le università di Aberdeen ed Edimburgo, appare meno allarmato nelle riflessioni rilasciate a The Guardian: “Le vittorie dei partiti nazionalisti potrebbero rappresentare per il governo laburista britannico una prova significativa della propria maturità, piuttosto che minacciare immediatamente l’integrità territoriale”. Il dibattito è aperto: ma è evidente che la potenziale disgregazione del Regno Unito avrebbe profonde implicazioni geopolitiche ed economiche, non soltanto per le nazioni direttamente interessate, ma a livello globale.

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