SOCIETÀ

Dalla memoria alla cura: riapre il Museo Laboratorio della Mente

C’è un grande parco a Roma Nord, ricco di viali alberati ed eleganti edifici d’inizio Novecento, che oggi restituisce un’atmosfera di pace e serenità ma ha una storia molto travagliata. È il comprensorio di Santa Maria della Pietà sulla collina di Monte Mario, dove a inizio maggio ha riaperto al pubblico il Museo Laboratorio della Mente dopo un intervento di restauro e ampliamento iniziato nel 2022. Ospitato nel padiglione 6 di quello che fu uno dei più grandi ospedali psichiatrici d’Europa (con una capacità di oltre mille posti letto), il museo non è solo un luogo fisico ma un dispositivo di memoria e cittadinanza attiva che interroga il nostro concetto di “normalità”.

Il progetto è stato finanziato con fondi PNRR e regionali (per un totale di quasi 2 milioni di euro) e ha restituito alla collettività un museo sulla storia dell'istituzione manicomiale che è un’eccellenza internazionale nel panorama dei cosiddetti “musei di narrazione”. Fin dall’inizio l’obiettivo è stato quello di trasformare la vicenda dell’ex manicomio in uno strumento per combattere lo stigma legato al disagio psichico e l’esclusione sociale.

E sempre grazie ai fondi del PNRR si sta restituendo tutto l’enorme complesso di Santa Maria della Pietà alla città di Roma e più in generale a tutte le persone che lo attraversano, non solo a chi visita il padiglione 6. Infatti il progetto di rigenerazione urbana è più ampio e farà nascere qui un grande polo interamente pubblico con vari servizi sanitari, sociali e municipali. Inoltre ci sarà spazio anche per attività culturali, una grande biblioteca e luoghi dedicati ad attività di coworking e aggregazione.

Cinque secoli di storia e storie

La storia dell’istituzione manicomiale romana inizia nel 1548, quando un sacerdote di origine spagnola fonda nei pressi di piazza Colonna un ospizio per pellegrini, vagabondi, poveri e per “gli huomini e le donne pazze della città”. Dopo vari spostamenti e ampliamenti, nel 1909 iniziano i lavori per costruire l’attuale cittadella di Monte Mario, concepita dal senatore Alberto Cencelli come un “manicomio-villaggio moderno”. Immerso in 140 ettari di parco con 41 edifici di cui 24 padiglioni dedicati alla degenza e collegati da una rete stradale di circa 7 km, il complesso fu inaugurato nel 1914 dal re Vittorio Emanuele III.

L’ospedale psichiatrico della provincia di Roma resta in piena attività fino al 1978, cioè fino a quando viene approvata la Legge 180 detta anche legge Basaglia, dal nome dello psichiatra capofila della rivoluzione manicomiale italiana. Ma nonostante questa legge avesse decretato la dismissione dei manicomi, Santa Maria della Pietà è stato uno degli ultimi istituti a chiudere definitivamente i battenti, solo a gennaio del 2000. Per oltre vent’anni dunque, i pazienti ancora ricoverati rimasero sospesi in un limbo burocratico ed etichettati come “residui manicomiali”. 


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All’interno del grande complesso, ora di proprietà della regione Lazio, molti padiglioni sono oggi usati dall’azienda sanitaria locale Roma 1 che vi ospita propri ambulatori. E il Museo Laboratorio della Mente, nato nel 2000, sorge in questo luogo proprio per non disperdere le tracce delle storie di tutte quelle persone che sono passate attraverso l’esperienza manicomiale, trasformando le loro vicende spesso segnate dall’esclusione in una riflessione collettiva sul pregiudizio e l’integrazione sociale.

Un allestimento per confrontarsi con l’alterità

Fin dalla sua prima apertura, il percorso espositivo del museo è stato curato dal collettivo Studio Azzurro (fondato nel 1982 a Milano da un gruppo di fotografi, grafici e artisti visuali) e rifugge la classica teca museale per abbracciare una multimedialità immersiva. Elemento centrale del piano terra è ancora oggi un lungo muro trasparente che attraversa il padiglione e “seziona e condiziona il percorso – secondo Studio Azzurro – divenendo di volta in volta oggetto, supporto di proiezione, barriera, vetrina, in grado di creare quella condizione di trovarsi al di qua o al di là di un ambiente, essere dentro essere fuori da qualcosa. Una cortina capace di generare il desiderio di entrare fuori o uscire dentro”. 

Infatti, per chi ha curato l’allestimento del Museo Laboratorio della Mente questa è la chiave: portare le persone che visitano il museo a una condizione che si trasforma lentamente in “un’inconsapevole interpretazione degli stadi della follia, delle sue posture, dei suoi ossessivi comportamenti. Una progressiva assunzione fisica del tema attraverso le numerose postazioni interattive che inducono a muoverti in un certo modo, a rivestire le posture tipiche della malattia, a interpretare lo stigma”.

Per garantire la continuità anche durante i lunghi anni di cantiere, il museo ha attivato sul proprio sito un Virtual Tour che permetteva la visita di tutte le sale esplorandole a 360°. Ma con la recente riapertura del padiglione 6 ha trovato la sua collocazione definitiva al primo piano (finora abbandonato) l’ambiente multimediale Da vicino nessuno è normale – Portatori di Storie: un’opera realizzata nel 2012 da Studio Azzurro e ASLRoma1 e che prima era sistemato temporaneamente negli spazi della vicina Biblioteca Cencelli. Il titolo viene da uno degli slogan più noti della rivoluzione basagliana ed è la traduzione di un verso del cantautore brasiliano Caetano Veloso, che in di Vaca profana canta “De perto, ninguém é normal”.

L’installazione interattiva viene da un percorso iniziato nel 2010, quando Studio Azzurro raccoglie 50 testimonianze di pazienti, parenti, medici, operatori e infermieri dell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà per restituire la dimensione profondamente umana della partecipazione ai percorsi di cura della malattia mentale. Le figure, proiettate a grandezza naturale, camminano ma si fermano al tocco di visitatrici e visitatori pronunciando alcune parole o brevi frasi. Un gesto semplice che ci mette in relazione con l’umanità dei personaggi: un incontro diretto che vuole far superare stereotipi e pregiudizi, aprendo a una riflessione profonda sul tema del disagio psichico.

Dal 2020 al 2025 il museo romano ha anche dato forma, con il progetto Portatori sani di diversità, a uno spin-off regionale realizzando il primo stadio del Museo della Salute Mentale presso l’ex ospedale psichiatrico San Francesco di Rieti. Qui si sviluppano programmi di promozione della salute mentale per giovani e adolescenti anche attraverso applicazioni digitali, condividendo esperienze e contenuti narrativi grazie a nuovi allestimenti tecnologici e l’uso di Intelligenza Artificiale generativa.

La cura e l’inclusione come pratica

In occasione della nuova riapertura al pubblico, l’obiettivo del Museo Laboratorio della Mente di Roma si conferma quello di trasformare la testimonianza storica dell’ex manicomio in uno strumento dinamico per combattere lo stigma e l’esclusione sociale, favorendo la cultura dell’inclusione attraverso l’arte e la memoria. Oggi questo non è solo un luogo di conservazione, ma un vero e proprio laboratorio sociale, grazie anche a progetti che coinvolgono direttamente pazienti dei servizi di salute mentale facendoli partecipare attivamente nelle attività museali attraverso tirocini lavorativi, smontando con la propria presenza il muro del pregiudizio.

Il museo promuove così un modello di salute One Health (basato sul riconoscimento che salute umana, quella animale e degli ecosistemi siano legate indissolubilmente) dove il benessere non è solo l’assenza di malattia, ma integrazione tra cultura, educazione e relazioni. Varcare oggi la porta del padiglione 6 significa accettare la sfida lanciata circa mezzo secolo fa da Franco Basaglia e dai suoi tanti collaboratori: riconoscere che la vera cura risiede, prima di tutto, nella qualità dei rapporti umani.

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