SOCIETÀ

Dalle miniere di coltan del Congo ai palazzi del potere europeo: intervista a Francois Kamate

Nelle foreste del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), la voce della terra è annientata dal rumore delle miniere e dal ringhio sordo di un conflitto che dura da trent’anni. Mentre l’Europa discute di neutralità climatica e nuovi modelli energetici, Kamate attraversa i villaggi del Rutshuru lottando contro una fine del mondo che lì è già arrivata da un pezzo. “Siamo nati e cresciuti tra i conflitti. Le ricchezze naturali e minerali del mio Congo vengono sfruttate senza beneficio alcuno per la terra e le persone. I gruppi armati attaccano scuole e chiese, violentano le nostre madri e le nostre sorelle, mentre alle foreste viene tolto l’ultimo respiro. Ho iniziato a lottare per indignazione”, racconta Kamate “Corruzione, mancanza di lavoro per i giovani, violenza, sfollamenti, sfruttamento minerario. Le lotte armate non hanno risolto niente. I vecchi partiti nemmeno. Serve un attivismo radicato nelle comunità, capace di rendere le persone protagoniste della soluzione”. Aveva diciassette anni quando ha cominciato a lottare e ora, a trent’anni, è una delle voci di punta dell’attivismo nonviolento mondiale. Cofondatore di Extinction Rebellion Rutshuru e dell’Amani Institute, Kamate è vincitore del Premio Internazionale Alexander Langer 2026 per aver messo a nudo gli interessi di chi specula su crisi climatica, estrattivismo e guerra.

La RDC è un gigante ferito. È uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali al mondo, eppure il 70% della sua popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Il Nord Kivu, dove Kamate è nato e cresciuto, rappresenta l’emblema di questo paradosso. Dalla metà degli anni Novanta, in seguito al genocidio dei Tutsi in Rwanda, la regione è diventata terreno di scontro tra l’esercito regolare congolese e una galassia di milizie genocidarie (come le FDLR) e movimenti ribelli. Di recente, il gruppo M23, sostenuto dal Rwanda, ha alzato il livello dello scontro conquistando città strategiche come Goma e l’area di Rubaya, dove si trovano alcuni dei più importanti giacimenti di coltan del pianeta. Il ritiro progressivo della missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite (MONUSCO) e l’esplosione di epidemie come il Mpox aggiungono ulteriori strati di vulnerabilità a un tessuto sociale già lacerato.


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Il sottosuolo del Nord Kivu custodisce circa la metà delle riserve mondiali di coltan, oltre a enormi quantità di tantalio, stagno e tungsteno. Sono i cosiddetti minerali 3T, componenti essenziali per le batterie delle auto elettriche, i microchip degli smartphone e le tecnologie della transizione energetica. Una ricchezza che è diventata la condanna del Paese. “Lo sfruttamento delle risorse finanzia e alimenta i conflitti”, spiega Kamate. “I gruppi armati si moltiplicano perché sono spinti dalla fame di soldi che porta il controllo delle miniere. Rubano le risorse e le contrabbandano nelle filiere dei Paesi vicini”. È il cosiddetto ‘lavaggio delle risorse’: i rapporti dell’Onu documentano come i minerali estratti illegalmente in Congo da bambini e bambine sfruttati oltre ogni limite di umanità, vengano portati nei paesi confinanti, come il Rwanda o l’Uganda, e da lì immessi nel mercato internazionale come prodotti certificati.

“Il problema non è la transizione ecologica, sono le modalità” afferma Kamate “Una transizione giusta ed equa è necessaria e deve andare di pari passo con i diritti dei popoli più vulnerabili. L’Africa e l’Asia hanno già versato troppo sangue. Abbiamo bisogno di giustizia e progresso, non di colonialismo etichettato di verde”.


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“Al contempo, le industrie dei combustibili fossili e della guerra usano le immagini dello sfruttamento dei bambini in Congo come scusa per frenare il cambiamento” aggiunge Kamate. “Invece la dipendenza dai fossili non ha mai portato niente di buono”.

Se la Repubblica Democratica del Congo (RDC) – teatro del conflitto nel Nord Kivu e cuore dell’estrazione dei minerali strategici – non è un grande produttore di petrolio, la vicina Repubblica del Congo, o Congo-Brazzaville, è uno dei principali produttori africani di greggio e sempre più orientata allo sfruttamento del gas naturale. La dipendenza dalle esportazioni di petrolio e gas rende il Paese vulnerabile alla volatilità dei prezzi internazionali, contribuendo ad esacerbare disuguaglianze e corruzione, rallentando lo sviluppo di settori come agricoltura, eco-turismo ed energie rinnovabili. Esiste poi il nodo critico del gas flaring, la pratica di bruciare in torcia il gas associato all’estrazione di petrolio quando non viene recuperato o commercializzato. Secondo i dati della Banca Mondiale, il Congo-Brazzaville è tra i Paesi in cui l’intensità del flaring è cresciuta maggiormente negli ultimi anni. Oltre a rappresentare uno spreco energetico significativo – in un contesto in cui una parte rilevante della popolazione non ha accesso stabile all’elettricità –, questa pratica contribuisce alle emissioni di CO₂ e rilascia sostanze inquinanti nocive per la salute e per gli ecosistemi.

È proprio in Congo-Brazzaville che si concentrano grandi progetti energetici legati all’export verso l’Europa. Il 7 febbraio 2026, a Pointe-Noire, il presidente Denis Sassou Nguesso e l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi hanno celebrato il primo carico di gas naturale liquefatto (LNG) dall’impianto flottante Nguya FLNG (Floating Liquefied Natural Gas). Il progetto, parte del programma Congo LNG – una serie di impianti galleggianti per la liquefazione del gas naturale, consente di trasformare il gas estratto offshore in forma liquida per il trasporto via nave verso i mercati internazionali. Segna l’ingresso del Paese nel mercato globale dell’export di gas e l’Italia è una delle destinazioni principali.

“È sviluppo o predazione?” si chiede Kamate. La risposta torna sempre su quei contratti opachi o negoziati in modo non trasparente che garantiscono energia all’Europa ma lasciano al Congo i debiti e l’inquinamento.

Nella Repubblica Democratica del Congo il conflitto tra conservazione e sfruttamento fossile raggiunge invece il suo apice nel Parco Nazionale dei Virunga. Patrimonio mondiale dell’UNESCO, il parco ospita ecosistemi unici, dalle foreste tropicali ai vulcani e ai monti Ruwenzori; vi vivono le ultime popolazioni di gorilla di montagna ed è un enorme serbatoio di assorbimento dei gas serra. Recentemente, il governo ha annunciato nuove concessioni per l’estrazione di petrolio e gas proprio entro i confini del parco. “Trivellare Virunga è un atto di guerra contro il pianeta”, denuncia Kamate. “Grazie alla pressione di campagne come Congo Fossil Free, nel 2024 siamo riusciti a ottenere una sospensione temporanea delle aste, ma la minaccia è continua. Intanto le milizie usano le aree protette come rifugio e base per il bracconaggio, alimentando un circolo vizioso in cui la distruzione ecologica finanzia anche l’acquisto di nuove armi”.

Nonostante la complessità della situazione, la narrativa che emerge dall’attività di Kamate e dai recenti summit non è più quella di ‘vittima climatica’. L’Africa sta rivendicando il suo ruolo di leader e innovatore. La Dichiarazione di Nairobi e la recente petizione alla Corte Africana dei Diritti dell’Uomo del maggio 2025 rappresentano punti di svolta. Si chiede un parere consultivo sugli obblighi degli Stati nel contesto della crisi climatica. Kamate, coordinando la sezione RDC di Debt for Climate, punta il dito contro il meccanismo del debito estero: “i Paesi africani sono costretti a estrarre risorse per ripagare debiti contratti spesso da regimi dittatoriali o per infrastrutture fossili che non servono alla popolazione. Il debito è la catena che impedisce la decolonizzazione economica. Chiediamo la cancellazione del debito come forma di riparazione per i danni climatici già subiti”. L’emergenza climatica sta infatti colpendo l’Africa in modo sproporzionato: dalle siccità nell’Africa meridionale che minacciano 60 milioni di persone, alle inondazioni in Ciad e Ghana. 

E fare attivismo nel Nord Kivu è ancora mortale. Kamate ha perso amici e colleghi. Dal 2022 è costretto a vivere lontano da casa sua per sfuggire ad arresti e violenze. Ciononostante continua a viaggiare, portando la sua testimonianza nelle università e nei centri di cultura europei. Cosa può fare un cittadino europeo? “Boicottate i prodotti che non garantiscono trasparenza totale”, suggerisce Kamate. “Chiedete all’Europa di parlare del Congo con la stessa urgenza con cui parla giustamente di Gaza o dell’Iran. Non abbiamo bisogno di pietà, ma di supporto politico attivo”. L’Italia, come grande importatore di risorse e sede di aziende energetiche globali, ha una responsabilità particolare. “La giustizia climatica non riguarda solo il taglio delle emissioni di CO2 a Milano o Roma, ma la tracciabilità delle filiere a Goma e la fine del saccheggio a Brazzaville. La transizione ecologica deve essere capace di integrare competenze sociali, cooperazione e solidarietà transnazionale”.

In un contesto geopolitico dove la violenza sembra l’unico strumento di potere, la scelta di Kamate è radicale. “La violenza ha fallito. La nonviolenza è l’unica chance che resta al Congo - e al mondo intero. Organizziamo cortei, sit-in, ma anche programmi radiofonici e gruppi di dialogo. La nostra campagna Adopt a Tree Not a Weapon (Adotta un albero, non un’arma) mira a convincere i giovani a lasciare le milizie per diventare custodi della foresta. La nonviolenza è l’unico modo per cambiare il sistema e togliere legittimità a chi distrugge il nostro futuro”.

“Tra dieci anni?” sorride Kamate “Sogno un Congo dove la pioggia non faccia paura perché i suoli sono stabili, dove le miniere siano gestite dalle comunità e dove il freddo che tiene insieme le vette non sia un ricordo geologico, ma una realtà climatica protetta. Sogno un Nord Kivu dove i giovani non debbano scegliere tra imbracciare un fucile o morire in una miniera. Sogno una terra dove la bellezza della nostra natura sia finalmente un dono, e non una maledizione. Non c’è pace senza giustizia climatica. La pace in Congo passa per le vostre scelte di consumo e per il coraggio dei giovani che qui e lì difendono con i loro corpi e le loro idee la terra e la dignità”.

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