Data center in orbita? La Cina li mette in fondo al mare
Oltre a richiedere un afflusso costante di energia, i data center hanno bisogno di un sistema di refrigerazione che spesso comporta il prelievo di ingenti quantità di acqua. Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, il consumo idrico globale dei data center destinati all’Intelligenza Artificiale potrebbe raggiungere già a fine decennio l’equivalente del bisogno domestico annuale di 1,3 miliardi di persone. La superficie che occuperebbero viene stimata invece attorno ai 14.500 km quadrati, ossia il doppio dell’intera area metropolitana di Jakarta, l’imponente capitale dell’Indonesia. La sola Amazon ha dichiarato che nel 2025 le sue operazioni globali per il mantenimento dei data center hanno prelevato quasi 10 miliardi di litri d’acqua.
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[image or embed]— IPBES (@ipbes.net) 23 giugno 2026 alle ore 10:55
La Cina però potrebbe aver trovato un’alternativa a questo scenario. A maggio di quest’anno è stato attivato un data center sottomarino, installato a 10 km al largo della costa di Shanghai. Circa 2.000 server sono stati racchiusi in capsule sigillate per resistere alla pressione e i 24 MW dell’impianto vengono alimentati per il 95% da energia eolica off-shore, generata da pale eoliche poco distanti che spuntano dalla superficie del mare. Le informazioni elaborate raggiungono la rete passando attraverso cavi sottomarini che connettono l’impianto alla terraferma.
Il progetto è costato all’incirca 226 milioni di dollari ed è il frutto della collaborazione tra l’azienda HiCloud Technology e la compagnia statale China Communications Construction. Secondo quanto riportato dal governo cinese, trovandosi a 10 metri di profondità, rispetto a un impianto equivalente costruito sulla terraferma consente di ridurre di oltre il 20% i consumi energetici. Questo perché il raffreddamento, che solitamente richiede un sistema dedicato che assorbe circa un terzo dell’energia dell’intero impianto, è completamente affidato all’acqua marina. Di conseguenza, rispetto a un normale data center, la riduzione dichiarata del consumo idrico è del 100%.
With an initial capacity of 24 megawatts, the innovative data center uses seawater as a natural cooling system. www.wired.com/story/china-...
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Non si tratta in realtà del primo data center sottomarino al mondo. The Guardian riporta che HiCloud ne aveva già lanciato uno nel 2023 a Hainan, un’isola tropicale nel sud del Paese, che però non era alimentato da energia rinnovabile. Anche Microsoft nel 2018 aveva esplorato un progetto pilota a Orkney, in Scozia. L’efficienza tuttavia non aveva mai raggiunto livelli sufficienti a poter portare l’impianto sul mercato.
La Cina ora è riuscita a ottimizzare tutti i passaggi produttivi, dalle operazioni sottomarine all’eolico offshore, e a offrire un’opzione industriale funzionale e competitiva. È verosimile che il calore emanato dal data center e assorbito dal mare alzi la temperatura dell’acqua circostante, ma trattandosi di pochi gradi in un’area circoscritta non dovrebbe costituire un rischio per la biodiversità marina. Tuttavia, sarà importante monitorare l’impatto ambientale del progetto nella sua fase operativa.
Un altro punto interrogativo riguarda la capacità di effettuare interventi di manutenzione in un ambiente sicuramente complicato, ma meno di altri.
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Per quanto possa sembrare fantascienza, Elon Musk con la sua compagnia SpaceX ha dichiarato più volte di voler puntare a creare una flotta di data center in orbita attorno alla Terra. Lì infatti non si correrebbe il rischio di congestionare la rete elettrica con una domanda concentrata in pochi nodi, perché l’energia solare per alimentarli sarebbe abbondante, né si incontrerebbe la resistenza dei residenti terrestri che non vogliono impianti rumorosi e ingombranti nei loro quartieri.
A prima vista sembrerebbe un’idea percorribile, ma secondo due ingegneri della Penn State University, intervenuti su The Conversation, non si può non considerare che “lo spazio è un ambiente estremamente ostile. Le radiazioni danneggiano i dispositivi elettronici. Questi ultimi, inoltre, generano enormi quantità di calore, ma dissiparlo nello spazio è sorprendentemente difficile. Le riparazioni sono straordinariamente costose e ogni chilogrammo lanciato in orbita comporta ancora costi molto elevati”.
Ci sarebbe poi da considerare che per una parte del loro tragitto attorno al nostro pianeta, i data center sarebbero schermati dall’ombra terrestre. Inoltre l’orbita terrestre è già affollata non solo di satelliti, ma anche di detriti generati da 60 anni di attività spaziale: satelliti dismessi e collisioni hanno generato frammenti che potrebbero danneggiare i data center spaziali.
Alla luce di queste sfide, per cercare alternative al consumo di acqua, di suolo terrestre e di energia prelevata dalla rete elettrica, l’ambiente sottomarino può risultare una soluzione più percorribile.