A dieci anni dal terremoto del Centro Italia, c'è chi aspetta ancora di tornare a casa
La più grande area SAE del comune di San Ginesio, nelle Marche - Foto di Elena Sophia Ilari
Sono passati dieci anni dal terremoto di magnitudo 6.0 che, nella notte del 24 agosto 2016, colpì il Centro Italia, devastando Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Fu l'inizio di una lunga sequenza sismica che, tra agosto 2016 e gennaio 2017, interessò Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Alle prime distruzioni seguirono infatti le forti scosse del 26 ottobre, con epicentro nell'area di Visso, e del 30 ottobre, di magnitudo 6.5, la più intensa registrata in Italia dopo il terremoto dell'Irpinia del 1980.
Un bilancio complessivo drammatico, con 299 vittime, centinaia di feriti e decine di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case. Secondo i dati del Dipartimento della Protezione Civile, il numero di assistiti passò dai 4.800 sfollati, registrati a inizio settembre, a oltre 30.000 nelle prime settimane di novembre. Furono 138 i comuni coinvolti, in un'area di circa 8.000 km quadrati. Interi centri storici furono dichiarati inagibili e la ricostruzione si annunciò fin da subito come un percorso destinato a durare anni.
Per far fronte all’emergenza abitativa nacquero le SAE, Soluzioni Abitative in Emergenza. Concepite come sistemazioni temporanee, questi moduli prefabbricati avrebbero dovuto accompagnare le famiglie fino al rientro nelle proprie abitazioni. Per molti, però, quella fase di transizione dura ancora oggi.
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A San Ginesio, uno dei comuni marchigiani colpiti dalla sequenza sismica del 2016, le SAE sono ancora parte della quotidianità di decine di famiglie. È da qui che prende avvio questo fotoreportage, attraverso le storie di chi, dieci anni dopo il terremoto, vive ancora in queste abitazioni.
Il comune di San Ginesio, nella provincia di Macerata, ad oggi conta 3.044 abitanti. Le 39 SAE realizzate dopo il terremoto sono distribuite in tre aree: 13 in viale del Tramonto, nei pressi del centro storico, 7 a Santa Maria in Altocielo e 19 a Pian di Pieca, due frazioni del paese.
Racconta Marcello, uno degli abitanti più anziani del villaggio SAE a Pian di Pieca: "Il terremoto è iniziato ad agosto, ma qui i danni più gravi li abbiamo subiti con la scossa del 30 ottobre. La mia casa era talmente compromessa che è stata demolita e, ad oggi, i lavori di ricostruzione non sono ancora iniziati. Ci si può abituare a vivere altrove, ma la propria casa resta sempre la propria casa. Stiamo cercando di andare avanti, ma vivere così a lungo in una sistemazione nata come provvisoria significa rimanere sospesi, senza sapere quando si potrà davvero tornare".
Quello che fa più male, racconta, è la sensazione che le priorità non siano sempre state rispettate: "Ci sono persone che aspettano ancora la loro unica casa, mentre altre abitazioni sono già state ricostruite. È difficile capire come vengano decisi i tempi".
Secondo il rapporto “Ricostruire è prevenire: il laboratorio sisma 2016 tra sicurezza e coesione territoriale”, presentato a Palazzo Chigi il 23 giugno 2026 da Guido Castelli, Commissario straordinario alla riparazione e ricostruzione del sisma 2016, i cantieri della ricostruzione privata completati sono 14.968, a fronte di 23.361 autorizzati, mentre i nuclei familiari ancora assistiti sono 8.759, circa il 40% in meno rispetto al 2022.
Le Marche continuano a rappresentare il territorio più impegnato nel processo di ricostruzione, con il più alto numero di famiglie assistite, 20.429 richieste di contributo e 5.526 cantieri ancora aperti.
A destra, l'arrivo di Maria Manfrini nella nuova sistemazione temporanea, 2017 - Foto di Elena Sophia Ilari
Spazi interni e quotidianità. Abitazione di Maria Manfrini
La ricostruzione, però, non riguarda solo le abitazioni: secondo molti residenti, il sisma ha aggravato una fragilità che caratterizzava già questi territori, accelerando il progressivo spopolamento delle aree interne.
"I giovani sono andati via, il lavoro è diminuito e le attività agricole faticano a sopravvivere. Sono territori bellissimi, con una storia e un patrimonio enorme. Abbiamo la montagna, il mare è vicino, ma se non si crea lavoro che futuro può esserci?" - racconta Maria, un'altra abitante della SAE in Pian di Pieca - "Noi ormai siamo anziani, ma bisogna pensare ai più giovani, senza opportunità se ne vanno. C'è la speranza che il turismo possa dare una mano" conclude Maria.
SAE a Pian di Pieca, San Ginesio - Foto di Elena Sophia Ilari
“Siamo grati di avere una casa dove vivere, ma la quotidianità non è sempre semplice. Le SAE sono abitazioni molto piccole e, quando la tua casa è ancora inagibile e tutti i mobili e gli oggetti di una vita aspettano di trovare un posto, è difficile adattarsi. È una situazione che, finché non la vivi, è difficile immaginare”. Alessandra Calvaresi ha 24 anni e anche lei vive nell'area SAE di Pian di Pieca, insieme ai genitori e alle due sorelle. Per loro, come per molte altre famiglie numerose, gli spazi delle case prefabbricate continuano a rappresentare una sfida quotidiana.
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“Dopo il terremoto del 24 agosto ci siamo trasferiti nell'ostello di San Ginesio. All'inizio c'erano solo un paio di famiglie, poi, dopo la scossa del 30 ottobre, la struttura ha accolto un numero sempre maggiore di sfollati. Da quel momento è iniziato un periodo di continui spostamenti: per un po' ci siamo divisi fra l’ostello e la nostra abitazione, poi siamo stati trasferiti in un punto di accoglienza a Sarnano. Abbiamo aspettato più di un anno prima di entrare nella SAE.”
Ripensando a San Ginesio, Alessandra vede un paese diverso da quello della sua infanzia: “Secondo me si sta facendo davvero il possibile per far tornare il paese com'era prima, ma penso anche che la cicatrice lasciata dal terremoto rimarrà sempre. Negli anni hanno chiuso diverse attività commerciali, il teatro è ancora in ricostruzione e alcune chiese non sono state riaperte. Erano luoghi importanti per San Ginesio e attiravano tante persone da fuori. Oggi - aggiunge - il paese è ancora bello, ma l'atmosfera che ricordavo da bambina non è tornata."
Interviene Andreina, madre di Alessandra: "Nonostante tutto, non ho mai pensato di andarmene".
Alberto Calvaresi e il riconoscimento per aver prestato soccorso ai detenuti nel carcere di Camerino - Foto di Elena Sophia Ilari
La testimonianza di Alessandra si intreccia con quella del padre, Alberto Calvaresi, all'epoca Assistente Capo Coordinatore del Corpo di Polizia penitenziaria. La sera del 26 ottobre 2016 era in servizio nel carcere di Camerino quando una nuova violenta scossa colpì l'entroterra marchigiano. "La prima non sembrava particolarmente preoccupante. Poi è arrivata quella più forte: sono caduti i calcinacci, è saltata la corrente e siamo rimasti al buio".
Da quel momento la priorità fu garantire la sicurezza di detenuti e personale. "Abbiamo verificato che nessuno si fosse fatto male, aperto le celle e controllato una a una tutte le sezioni. Quando è stato chiaro che il carcere non era più sicuro, è scattata l'evacuazione. Le operazioni si sono concluse intorno alle tre del mattino". Terminato il turno, iniziò un'altra emergenza, questa volta personale: anche la sua abitazione risultò inagibile e, insieme alla famiglia, fu costretto a lasciare la propria casa.
Davide Francia, la sua sistemazione provvisoria si trova in viale del Tramonto, alle porte del centro storico di San Ginesio - Foto di Elena Sophia Ilari
Il progetto delle nuova casa di Davide Francia - Foto di Elena Sophia Ilari
Foto della vecchia casa di Davide Francia. In evidenza, i danni provocati dal terremoto - Foto di Elena Sophia Ilari
Spostandoci verso l'area SAE di viale del Tramonto, a pochi passi dal centro storico, incontriamo Davide Francia. Ad accoglierci è una libreria colma di dischi in vinile. “In questa casa non c'è abbastanza spazio per la musica”, sorride, indicando la collezione che ha dovuto adattare agli spazi ridotti dell'abitazione prefabbricata. Davide vive qui dall'11 dicembre 2017, dopo oltre un anno trascorso tra sistemazioni provvisorie. “Spero di rientrare nella nuova casa tra un paio d'anni. È in costruzione accanto a dove un tempo si trovava quella dichiarata inagibile dopo il terremoto. Ormai non dovrebbe mancare molto”.
Ci accompagna fino al cantiere, non molto distante dall'area SAE. Poco dopo indica anche la piazza in cui, nelle notti delle scosse di ottobre 2016, molti abitanti di San Ginesio si ritrovarono per cercare un luogo sicuro. Per Davide, le Soluzioni Abitative in Emergenza hanno rappresentato una risposta indispensabile all'emergenza, ma non hanno mai sostituito il significato di “casa”. “Mi sono dovuto adattare alla nuova abitazione. Il concetto di famiglia e di comunità non è cambiato, ma questa non si può definire una casa: è un'abitazione provvisoria”.
La sua riflessione si allarga poi al futuro del territorio. “San Ginesio è cambiato molto, ma non soltanto per il terremoto. I cambiamenti riguardano tutti i paesi dell'entroterra”. Un motivo in più, secondo lui, per valorizzare ciò che questi luoghi continuano a offrire.
C'è una parola che attraversa tutte le testimonianze raccolte: casa. Non quella delle SAE, ma quella che si continua ad aspettare, da dieci anni. Forse è questa attesa a raccontare meglio di ogni numero il percorso della ricostruzione dei piccoli e grandi borghi del Centro Italia in seguito al terremoto del 2016.