Diego Garcia: tra neocolonialismo e diritti negati l'atollo è al centro dei conflitti
L'atollo Diago Garcia. Foto Thomson Reuters
Il colonialismo è soprattutto una raccolta di varie brutte storie di lunga durata, con premesse e appendici, annessi e connessi, impossibili da richiamare in un colpo solo, comunque da tener sempre presente, dalle nostre parti e dalle altrui. Ci vuole uno Stato e l’istituzione non esiste ovunque che da pochi secoli o decenni, però magari il fenomeno poteva accadere anche prima. Ci vuole una capacità di migrazione e una forza di conquista, quelle certo esistono da millenni, in genere connesse a presunzione religiosa o civilizzatrice. Ci vogliono “colonie”, territori oltre i propri confini unitari che l’istituzione statuale considera potenzialmente tali, dove arrivare e da occupare stabilmente. Ci sono poi i gruppi di donne e uomini, umani più o meno riconosciuti “da colonizzare”, che vi abitavano da prima, che subiscono occupazione sottomissione depredazione, e le storie si mescolano. Noi tendiamo a riconoscerci nelle madrepatrie che erano o sono anche la nostra “patria”; dello sfruttamento di territori stranieri, le “colonie”, abbiamo in vario modo goduto; e introiettato per secoli l’utilità di aver fatto emigrare militarmente la nostra comunità, imponendoci come “immigrati” occupanti, non remigrando mai, almeno culturalmente.
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Da tempo l’introiettato antico colonialismo occidentale è stato svelato, per come ancor oggi vale nel nostro vissuto, nelle nostre idee, nelle nostre pratiche, nelle nostre relazioni. Il fatto è che l’attuale geopolitica è intrisa di nuove conquiste e nuove occupazioni, oltre a non voler assolutamente abbandonare le vecchie. Prendiamo il secolare caso delle isole Chagos, una sessantina di fertili atolli corallini e piccole isole (in tutto soltanto 56 km²), almeno tre anticamente abitate da noi sapiens, a est dell’Africa, a ovest del Pacifico. L’antropico ecosistema fu raggiunto dai portoghesi all’inizio del Cinquecento e poi, per la gran parte dei secoli successivi, fu controllato dalla pur sempre lontana Mauritius (più di mille chilometri di mare), che a sua volta era una colonia francese. Col trattato di Parigi del 1814, la Francia cedette Mauritius e le sue dipendenze (comprese le isole Chagos) al Regno Unito. Ora Mauritius è uno stato insulare indipendente dell’Africa.
Abbiamo raccontato l’antica storia e geografia del colonialismo portoghese, francese, inglese e statunitense, da ultimo con l’espulsione forzata dei chagossiani fra il 1968 e il 1973 dal più esteso atollo di Diego Garcia da parte del Regno Unito per farci costruire una base militare dagli Usa e i pronunciamenti successivi di organismi del diritto internazionale sui colonizzati. E, poi, oltre un anno e mezzo fa, abbiamo aggiornato il resoconto relativamente alle più recenti contraddizioni in seno ai colonizzatori, con le sentenze sovranazionali circa la contiguità nazionale da acquisire fra i pochi attuali chagossiani e i cittadini di Mauritius. Non è finita lì, anzi negli ultimi mesi Regno Unito e Stati Uniti stanno di nuovo rivendicando i loro “diritti coloniali” su quella minuscola sfruttata zona insulare, Regno Unito ancora formalmente subalterno agli Usa, incredibile ma vero.
Dopo la sua elezione a fine 2024 e l’inizio del suo secondo mandato a inizio 2025, il presidente Donald Trump ha più volte criticato il governo britannico per aver accettato il riconoscimento degli chagossiani (l’idea di restituire le isole in nome della decolonizzazione sarebbe influenzata dall’”ideologia woke”) e la riconsegna a Mauritius della disponibilità degli atolli a fine secolo (non ora, bensì fra decenni!). Voleva condizionare la ratifica e sembra che vi sia riuscito. Come noto, la trattativa britannica fu avviata da un governo conservatore e conclusa dal governo laburista, la “restituzione” delle Chagos sarebbe avvenuta ma la concessione per l’uso della base militare (dotata nell’aeroporto di due lunghe piste parallele per gli enormi potenti bombardieri B-52 con relativi hangar, di un molo e di un porto in acque profonde per almeno venti ancoraggi, di aree alloggio e stoccaggio, di sofisticati strumenti di sorveglianza satellitare) sarebbe durata ancora per novantanove anni (!), almeno (termine estendibile), pur pagando questa volta circa 101 milioni di sterline, 115 milioni di euro ogni anno, l’affitto per l’ex colonia.
Nel corso del 2025 Londra aveva ottenuto una preliminare “approvazione” dell’accordo (raggiunto a ottobre 2024) da parte pure dell’amministrazione di Washington (accordo alla fine firmato il 22 maggio 2025). Gli sviluppi successivi hanno modificato la situazione, con l’aggressione militare statunitense e israeliana dell’Iran (senza nessun ruolo per organismi internazionali multilaterali) e l’uso operativo della base (già pesantemente attiva militarmente nel 1991, nel 2001, nel 2003). Dopo i bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno 2025 (i “dodici giorni”), la vera e propria “definitiva” guerra contro l’Iran è iniziata il 28 febbraio 2026 con massicci continui attacchi aerei e l’uccisione a Teheran dello āyatollāh Alī Ḥoseynī Khāmeneī, dei suoi familiari e delle più importanti personalità del regime (oltre che di molti civili).
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La guerra è ancora in corso, oltre due mesi dopo, interrotta talora da brevi tregue e apparenti trattative non bilaterali (per il tramite soprattutto del Pakistan); abbiamo cercato di darne conto fin dall’inizio. Il 21 marzo è stata data notizia di un attacco con due missili balistici dell’Iran verso la base delle Chagos, a quattromila chilometri di distanza, non arrivati a destinazione, uno intercettato e l’altro caduto prima. Siamo nel campo delle notizie incerte, tutte incerte, qualcuna meno ma perlopiù molto incerte. Sembra che l’Iran dapprincipio abbia confermato, poi smentito. Immagini non sono mai arrivate, tantomeno prove. Comunque, poi il governo britannico ha annunciato ufficialmente l'autorizzazione agli Stati Uniti a utilizzare quelle basi per colpire i siti iraniani coinvolti negli attacchi alle navi nello stretto di Hormuz.
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Tutto ciò allora sembrava non in contrasto con l’accordo già acquisito sul futuro molto lontano delle Chagos. Fra l’altro, la firma del trattato rientra nelle prerogative governative, pur tuttavia nella storia costituzionale convenzionale inglese serviva e serve la ratifica parlamentare, con il deposito dell’atto dinanzi al legislativo per ventuno giorni di seduta. L’oggetto del trattato “internazionale” comporta in qualche modo la cessione di sovranità territoriale e la modifica dei diritti di cittadinanza, non sarebbe stato sufficiente il semplice silenzio-assenso del Parlamento di Westminster, era indispensabile l’approvazione di una legge di “ratifica”. Non vi era unanimità di vedute, inoltre: l’estrema destra di Farage aveva criticato la scelta (aveva parlato e parla in questi giorni di vergognosa “resa”), raccogliendo pure voci contrarie all’interno della comunità dei chagossiani britannici (magari per ragioni non coincidenti).
L’accordo fra Regno Unito e Stati Uniti per la base militare a Diego Garcia risale al 1966, doveva restare in vigore cinquanta anni (2016) ed era, eventualmente, prorogabile per altri venti (2036). Sulla base anche di pareri legali sovranazionali e delle pressioni africane era maturata una differente prospettiva, si era arrivati a considerare il territorio delle Chagos appartenente a Mauritius e la base in “affitto”. Per circa un mese il governo Starmer ha provato a superare per via diplomatica le obiezioni dell’amministrazione Trump, senza successo. Ora siamo proprio giunti al ritiro del progetto dall’agenda della Camera dei Comuni, nonostante alcuni obblighi “vigenti” ormai maturati sul piano internazionale. Non sarà facile uscirne, continueremo a parlare di neocolonialismo in pratica, purtroppo.
Il 10 aprile 2026 il Regno Unito ha formalmente deciso di sospendere la ratifica in parlamento dell’accordo per la restituzione dell’”ultima colonia” nel bacino oceanico Indiano. La proposta di legge viene per ora messa in archivio. Si è ormai conclusa l’annuale sessione di lavori ed è molto probabile che l’obiettivo non sarà riproposto nemmeno nel programma governativo del prossimo anno (il 7 maggio vi è un voto amministrativo rilevante), programma che il 13 maggio verrà annunciato da Carlo III (re del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e degli altri quattordici reami del Commonwealth) in occasione del Discorso della Corona, suggello governativo dell'annuale inaugurazione solenne a Camere riunite della successiva sessione parlamentare. Né pare che ne abbiano parlato nella recente visita di Carlo d’Inghilterra a Washington e New York di fine aprile i due “re” (così Trump ha cinguettato, una volta tanto con efficace ironia politica).
Il governo di Mauritius ha reagito al “voltafaccia” britannico dicendosi vittima di uno Scontro Regno Unito-Usa e dichiarandosi pronto a riprendere le trattative diplomatiche; comunque indisponibile a rassegnarsi allo status quo oppure alla sospensione a tempo indefinito della restituzione, per “completare il processo di decolonizzazione in questa parte di Oceano Indiano". Resta il fatto che né il colonialismo europeo né il processo di decolonizzazione mondiale sono materia di storia “finita”, processi acquisiti dell’esperienza complessa di sopravvivenza e riproduzione della nostra specie nell’ecosistema planetario (purtroppo anche le recenti indicazioni nazionali per i licei italiani sono carenti di una prospettiva storica critica). Non stiamo parlando di armi o turismo, i nativi devono chiedere permesso e nemmeno i giornalisti vi sono mai potuti davvero entrare. Non è mai stata una meta di viaggio e non lo sarebbe potuta diventare (casomai) per tutto questo secolo. Solo diritti e biodiversità: c’erano umani che vi abitavano e la che la sentono “propria”, vi capita talvolta lateralmente qualche barca a vela, vi esiste la più grande barriera corallina al mondo, si valutano da lontano i rischi di sommersione connessi all’innalzamento del mare per i cambiamenti climatici antropici globali.