Ecoansia: curare il “mal di futuro” che colpisce le nuove generazioni
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I sentimenti di paura, rabbia e preoccupazione per il futuro del Pianeta sono delle risposte razionali a una minaccia reale. In alcuni casi, però, queste emozioni possono diventare così intense da interferire con il sonno, la scuola o il lavoro, ostacolare la costruzione di relazioni con le altre persone o impedire persino di immaginare il proprio futuro a lungo termine. È quello che sta succedendo a un numero crescente di ragazzi e ragazze in tutto il mondo, alle prese con quella che viene spesso definita ecoansia o ansia climatica: un disagio psicologico legato alla consapevolezza della crisi climatica e dei suoi effetti sull’ambiente naturale e sulle comunità umane.
Nell’ultimo decennio è stata dedicata una crescente attenzione scientifica a questo problema, alle sue diverse manifestazioni e alle sue possibili conseguenze, che sembrano interessare soprattutto la popolazione più giovane, ovvero bambini e bambine, adolescenti e giovani adulti.
Orygen, il Centro nazionale di eccellenza per la salute mentale giovanile in Australia, ha pubblicato di recente due contributi sull’argomento. Il primo è un report che raccoglie le esperienze e le preoccupazioni di oltre 16.000 adolescenti australiani. Secondo questa indagine, i cambiamenti climatici compromettono in misura differente il benessere di oltre il 75% del campione. Si tratta di un risultato in linea con quelli tratti da altri studi che hanno approfondito questo fenomeno a livello internazionale, tra cui uno dei più ampi condotti finora, realizzato nel 2021.
Il secondo studio coordinato da Orygen, pubblicato su The Lancet, passa in rassegna gli approcci terapeutici oggi disponibili per chi soffre di ecoansia e disagio climatico. Viene segnalato un aumento della consapevolezza tra i professionisti della salute mentale riguardo a questo problema, ma la ricerca sull’efficacia di trattamenti terapeutici mirati non sembra procedere di pari passo.
Più nel dettaglio, il report – condotto insieme all’associazione di volontariato Mission Australia – ha coinvolto 16.230 adolescenti tra i 14 e i 19 anni. L’impatto dei cambiamenti climatici sul loro benessere emotivo è stato calcolato attraverso la valutazione di diversi fattori: la preoccupazione per le comunità umane e gli ecosistemi, il senso di lutto legato alla perdita di paesaggi naturali e di biodiversità, il livello di sicurezza percepito, la misura in cui tali sentimenti negativi interferiscano con le attività quotidiane – il sonno, la scuola, le relazioni – e la fiducia nell’azione collettiva.
I risultati mostrano che i giovani australiani si dividono sostanzialmente in quattro gruppi. Il primo comprende chi non si sente particolarmente turbato dal problema. Il secondo include chi riesce a “funzionare” normalmente nella vita quotidiana, ma riporta un benessere emotivo alterato. Il terzo è composto da chi vive un disagio elevato che interferisce di fatto con le attività di tutti i giorni. Il quarto, infine, riguarda chi, a causa di questo disagio, prova una ridotta sensazione di sicurezza e una profonda sfiducia nell’efficacia dell'azione collettiva.
Nel complesso, i dati mostrano che il cambiamento climatico influisce negativamente – in misura più o meno grave – sul benessere di oltre tre persone giovani su quattro. A stare peggio sembrano essere soprattutto ragazzi e ragazze che appartengono a fasce di popolazione più vulnerabili, come quelli che vivono in luoghi particolarmente esposti agli eventi meteorologici estremi, quelli in condizioni di svantaggio socioeconomico, di genere non binario, i NEET (che non studiano né lavorano), e quelli che fanno parte di minoranze etniche o di comunità aborigene. Questi dati, come segnalano gli autori e le autrici, suggeriscono come i cambiamenti climatici rischino di esacerbare le disuguaglianze già esistenti a livello sociale.
Come anticipato, i risultati sono in linea con quelli emersi da altri studi internazionali, che suggeriscono come il cambiamento climatico sia in grado di compromettere la salute mentale delle persone giovani sia in maniera diretta – ovvero attraverso l'esperienza in prima persona di inondazioni, ondate di calore, sfollamenti o qualunque altro tipo di disastro ambientale in grado di interrompere quelle reti sociali fondamentali soprattutto durante l’adolescenza – sia indiretta – cioè quando la consapevolezza crescente dei problemi ecologici provoca ansia, disperazione, incertezza sul futuro e rabbia di fronte all’insufficiente risposta politica.
Questo è il motivo per cui un gruppo di ricercatori e ricercatrici di Orygen, insieme ad altri delle università di Melbourne, di Oxford e dell’Imperial College di Londra, ha cercato di delineare una panoramica delle possibilità terapeutiche disponibili per le persone giovani che sperimentano questi problemi. Sono partiti dalla premessa che non esista un approccio universalmente valido e che la scelta dell'intervento più adatto dipenda dalla persona e dal contesto specifico. Sottolineano, inoltre, come le terapie considerate non siano rivolte solo ai pazienti e alle pazienti giovani, sebbene siano questi ultimi a riportare più di frequente problematiche di disagio legate al clima.
Hasini Gunasiri – prima firmataria dello studio – e coautori hanno preso in esame sia interventi definiti “preventivi” – il cui fine, cioè, è quello di evitare che un disagio iniziale si trasformi in un problema più serio – sia approcci più strutturati, necessari per chi manifesta già una condizione di salute mentale più grave. Tra i primi vengono menzionati, per esempio, quelli basati sul contatto con la natura, che secondo diversi studi di cui abbiamo parlato già parlato produce un effetto positivo sulla sfera emotiva e psicologica, e quelli che promuovono l’attivismo climatico. Questi ultimi, però, da una parte possono aiutare a sentirsi agenti attivi del cambiamento e a costruire reti sociali con altre persone con gli stessi interessi, ma dall’altra espongono anche al rischio di burnout: impegnarsi molto e constatare che la situazione non cambia può, in altre parole, alimentare i sentimenti di delusione. Per i casi più seri, vengono segnalate invece la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) e i suoi sviluppi più recenti – tra cui la Schema Therapy (ST) e la Terapia di Accettazione e Impegno (ACT) – fino alla terapia farmacologica per le situazioni più complesse.
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Il problema, però, è che le prove di efficacia dimostrate da questi approcci applicati specificamente al disagio climatico sono ancora scarse e disomogenee. Per gli interventi preventivi mancano studi specifici e a lungo termine; per quelli più strutturati, come la TCC, l'efficacia in relazione al disagio climatico rimane in gran parte teorica o testata solo in poche occasioni.
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Gunasiri e coautori segnalano per questo la necessità di condurre nuove e più ampie ricerche sull’argomento, evidenziando in particolare alcuni aspetti che consigliano di tenere in considerazione nei lavori futuri. Il primo riguarda il ruolo dei social media, il cui utilizzo può rivelarsi in alcuni casi un fattore protettivo – perché connettersi con coetanei che condividono le stesse preoccupazioni può ridurre la percezione di isolamento e rafforzare il senso di comunità – ma in altri può acuire il disagio, perché espone al rischio di entrare in una “bolla” di notizie in cui si viene bombardati continuamente da contenuti riguardanti disastri ambientali.
Nello studio viene poi menzionata l’importanza di promuovere un’adeguata formazione degli operatori sanitari rispetto al problema dell’ansia climatica. Secondo Hasini e colleghi è fondamentale che questi ultimi non sminuiscano le preoccupazioni di chi esprime questo disagio, ricordando che esso non si basa su una preoccupazione irrazionale, bensì su fatti reali. A questa formazione andrebbero affiancate, secondo i ricercatori e le ricercatrici, delle campagne antistigma nelle scuole, negli ospedali e nei luoghi di lavoro.
Viene segnalata, infine, l’importanza di condurre studi che indaghino la relazione tra cambiamenti climatici, salute mentale e approcci terapeutici da punti di vista diversi da quello dei ricercatori occidentali, tenendo conto che sia il concetto di salute mentale che le pratiche di tutela della stessa variano considerevolmente a seconda del contesto culturale di riferimento.
Sulla base di tutte queste considerazioni, Gunasiri e coautori insistono sulla necessità di continuare la ricerca sull’ansia climatica e investire nella qualità e la quantità dei servizi di salute mentale soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, dove l'accesso a queste strutture è spesso compromesso dalla loro scarsa disponibilità e capillarità sul territorio, dai lunghi tempi d'attesa, dai costi elevati o dallo stigma diffuso. È importante agire perché, come sottolineano, il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide più significative per la salute mentale e il benessere delle nuove generazioni.