Gli effetti della guerra in Iran sugli investimenti nella transizione energetica
Nel 2015 gli investimenti globali nel settore energetico ammontavano a circa 2.700 miliardi di dollari l’anno. Secondo l’ultimo Energy Investment Outlook dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), nel 2026 questo flusso di capitali raggiungerà i 3.400 miliardi, in aumento del 5% rispetto all’anno scorso.
Circa 2.200 miliardi di dollari saranno destinati complessivamente alle energie rinnovabili, al nucleare, alle reti elettriche, ai sistemi di accumulo, ai combustibili cosiddetti sostenibili, all’efficienza energetica e in generale all’elettrificazione. 1.200 miliardi di dollari finiranno invece nelle filiere dell’industria del petrolio, del gas naturale e del carbone.
Danni irreversibili
Tre quarti di questi investimenti sono stati decisi prima dell’inizio della guerra mossa da Stati Uniti e Israele all’Iran. Saranno visibili solo nel tempo molte delle conseguenze della chiusura dello stretto di Hormuz e della minor produzione di Paesi del Golfo, come il Qatar, che si è visto bombardare i suoi impianti di gas naturale liquefatto.
Secondo una mappatura della IEA, più di 30 impianti sono stati danneggiati in Medio Oriente, tra raffinerie, industrie petrolchimiche e siti produttivi. I costi di ricostruzione sono stimati nell’ordine delle decine di miliardi di dollari. “Qualunque sia il modo e il momento in cui questa crisi terminerà, lascerà un segno duraturo sulle strategie e sui flussi di investimento nel settore energetico” sostiene la IEA.
Mentre la crisi di 4 anni fa aveva interessato principalmente l’Europa, che si trovava esposta alla dipendenza dal gas naturale russo, quella in corso oggi ha colpito più duramente i Paesi del Medio Oriente e dell’Asia, cui era destinato quasi il 90% dei combustibili fossili esportati dallo stretto. “La fiducia nell’affidabilità del transito attraverso lo Stretto di Hormuz è stata profondamente scossa e potrebbe rimanere fragile anche dopo che sarà stata raggiunta una soluzione al conflitto immediato” sottolinea il rapporto.
Petrolio, gas e carbone
Nel breve termine molte compagnie energetiche hanno incassato più degli anni precedenti per via del rialzo del prezzo del petrolio. Nonostante questo, nel 2026 gli investimenti nell’oro nero caleranno per il terzo anno consecutivo, scendendo sotto i 500 miliardi di dollari. “Vi sono segnali che le compagnie petrolifere stiano ricalibrando le proprie aspettative per i prossimi anni, assumendo che i prezzi del petrolio si stabilizzeranno a livelli superiori rispetto a quelli precedenti al conflitto, man mano che i Paesi ricostituiranno le proprie scorte”.
Discorso diverso per il gas naturale, che nel 2026 vede gli investimenti salire a 330 miliardi di dollari, il valore più alto raggiunto negli ultimi 10 anni. In parte si tratta di un trend avviato già prima della guerra in Iran: nel 2025 erano stati approvati progetti per l’esportazione di altri 100 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto, il 90% dei quali negli Stati Uniti. Anche il Qatar aveva puntato a rafforzare la sua posizione di esportatore di GNL, ma i danni subiti lo costringeranno ad allungare i tempi.
Alla crescita della domanda di gas stanno contribuendo anche i data center, che hanno bisogno di afflussi costanti di energia elettrica: chi li installa, soprattutto negli Stati Uniti, ritiene che siano le turbine a gas delle centrali termoelettriche la tecnologia più affidabile cui rivolgersi. L’investimento in elettricità generata da gas arriverà a 120 miliardi di dollari quest’anno.
Anche il carbone ha goduto di un rinnovato interesse guidato dai timori legati alla sicurezza energetica. Nel 2026 gli investimenti sono arrivati a 180 miliardi di dollari, il valore più alto dal 2012, guidati per il 70% dalla Cina, seguita dall’India, che li ha triplicati negli ultimi 10 anni.
Rinnovabili
Per quei Paesi che finora sono dipesi dall’importazione di combustibili fossili, le risorse energetiche domestiche sono ora diventate la strada maestra per navigare l’incertezza globale e rispondere alle nuove esigenze di sicurezza energetica.
Ai progetti di energie rinnovabili vengono ora destinati 665 miliardi di dollari l’anno: poco più della metà vanno solo all’energia solare (365 miliardi), circa 200 miliardi vanno a quella eolica e 75 miliardi all’idroelettrica.
Dal 2024 tuttavia gli investimenti complessivi in elettricità rinnovabile sono leggermente calati, dopo anni di forte crescita. Secondo la IEA questo dipende da diversi fattori: in primis dal drastico calo del costo dei pannelli fotovoltaici, ma anche da un cambio di politiche da una parte della Cina (dove i produttori sono esposti a una maggiore incertezza di guadagno rispetto al passato) e dall’altra degli Stati Uniti, che hanno cambiato le regole dei permessi e degli incentivi tentando di mettere il bastone tra le ruote alla crescita delle rinnovabili.
In Africa e in Asia le importazioni di pannelli solari sono nettamente aumentate: nel primo quadrimestre del 2026 le Filippine per esempio hanno importato tre volte i pannelli che avevano importato nello stesso periodo nel 2025, mentre 15 Paesi africani a inizio 2026 ne hanno già importati per 400 milioni di dollari, quando nell’intero 2025 ne avevano spesi 650 milioni.
Nucleare
Anche il nucleare secondo la IEA potrebbe riacquistare importanza nel mix energetico di diversi Paesi, anche se le cifre degli investimenti sono relativamente piccole confrontate con quelle delle rinnovabili. A livello globale gli investimenti nel nucleare sono attorno agli 80 miliardi di dollari e in 15 Paesi sono in costruzione centrali per circa 78 GW. Il 94% di questi progetti però sono basati su tecnologia russa o cinese e Pechino da sola rappresenta un terzo dei nuovi investimenti. Una quarantina di Paesi inoltre, inclusa l’Italia, ha mostrato interesse per i nuovi piccoli reattori modulari (SMR o Small Modular Reactor), di cui tuttavia ad oggi non esiste nessun impianto commerciale nel mondo.
L’era dell’elettricità avanza
Secondo la IEA, il conflitto in Medio Oriente sta accelerando l’avvento di quella che aveva già definito due anni fa l’era dell’elettricità. La vendita di veicoli elettrici nel Sud-est asiatico era già raddoppiata nel 2025 e molti di quei Paesi hanno già deciso di espandere gli incentivi alla mobilità elettrica in risposta alla crisi energetica.
A inizio 2026 in Europa sono tornate a crescere (del 17%) le vendite di pompe di calore elettriche, così come sono tornati a crescere a livello globale gli investimenti nelle infrastrutture di rete elettrica, ora a 550 miliardi di dollari, e quelli nelle batterie, che hanno raggiunto i 100 miliardi. Queste ultime due sono componenti essenziali per abilitare l’elettrificazione, ma molto rimane ancora da fare. Molti Paesi per esempio, soprattutto quelli che stanno sviluppando la loro crescita, non hanno standard di efficienza energetica per la costruzione di nuovi edifici.
Un traino importante per l’elettrificazione è inoltre rappresentato dalle grandi aziende tech, che stanno sempre più diventando grandi investitori nel settore energetico: nel 2025 hanno firmato il 40% di tutti i contratti di scambio di energia elettrica a prezzo fisso per un periodo prolungato (PPA o power purchase agreement). Oltre ad assicurarsi la fornitura da grandi impianti rinnovabili e quella ti centrali termoelettriche a gas, stanno anche investendo in altre soluzioni che potrebbero garantire afflusso costante di energia: gli SMR appunto e le centrali geotermiche.
“Un sistema energetico più elettrificato può raggiungere molteplici obiettivi di politica energetica e ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili, ma può anche introdurre nuove dipendenze nelle catene di approvvigionamento che devono essere affrontate” ricorda la IEA. L’indipendenza dai combustibili fossili non deve però portare a vincolarsi all’export della Cina, che domina il mercato dei pannelli fotovoltaici, ma anche delle batterie e dei veicoli elettrici. La ricetta per evitare questo scenario è investire in ricerca e sviluppo nel settore energetico.
Gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone restano importanti sostenitori dell’innovazione energetica, ma la Cina oggi rappresenta oltre un terzo degli investimenti pubblici globali in ricerca e sviluppo nel settore energetico, e raggiunge il 40% degli investimenti privati.
“Gli shock petroliferi degli anni ’70 portarono a una crescita esplosiva della spesa pubblica e aziendale in ricerca e sviluppo e innovazione, i cui effetti si avvertono ancora oggi. Un fenomeno analogo oggi avrebbe un’enorme influenza sulle future tendenze energetiche” sottolinea la IEA. Lo spazio di manovra però non è ampio, perché “l’energia oggi compete con altre priorità di innovazione, nell’intelligenza artificiale e nella difesa”.