SOCIETÀ

L’elettrificazione dell’Europa, tra capacità produttiva e dipendenze commerciali

L’Europa importa da Paesi extra-europei l’85% dei combustibili fossili che consuma. Nel 2025 i circa 8 milioni di veicoli elettrici in circolazione nel Vecchio Continente hanno evitato l’importazione di 67 milioni di barili di petrolio, equivalenti a più di 4 miliardi di euro.

Passare a soluzioni elettriche non solo nei trasporti, ma anche nel riscaldamento (e raffrescamento) degli edifici con le pompe di calore, così come nella generazione dell’energia stessa, con pannelli fotovoltaici e turbine eoliche, consentirebbe al nostro continente di abbassare sensibilmente il costo delle importazioni di petrolio e gas, che nel 2025 prima della guerra in Iran ammontavano a più di 330 miliardi di euro.

A metà luglio la Commissione Europea ha presentato l’Electrification Action Plan, un’iniziativa legislativa che mira a raddoppiare la percentuale di energia elettrica utilizzata in Europa, portandola entro al 2040 al 46% dei consumi energetici totali. Entro la stessa data, la Commissione vorrebbe portare da 8 milioni a 120 milioni i veicoli elettrici a batteria in circolazione e far crescere da 30 milioni a 100 milioni le pompe di calore installate.

Oltre a ridurre i costi delle importazioni, nonché le emissioni di anidride carbonica, il piano di elettrificazione è volto a rafforzare la produzione industriale della filiera europea delle tecnologie green, che a loro volta dipendono ancora dalle importazioni. Un recente rapporto di Ember ha analizzato quali potrebbero essere i punti di forza della nostra manifattura e quali invece le dipendenze.


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Una filiera complessa

Come avviene per molti beni consumati in Europa (dall’agricoltura alle costruzioni), il settore manifatturiero europeo delle tecnologie pulite non copre internamente l'intera catena del valore. Le materie prime critiche, come per esempio le terre rare con cui si costruiscono i magneti delle pale eoliche, o il litio impiegato nelle batterie, devono in buona parte venire importate.

Tuttavia una volta estratti, i minerali presenti in batterie, pannelli solari e turbine eoliche possono in linea di principio venire riutilizzati, a patto che venga predisposta una filiera per il recupero delle materie prime. L’economia circolare è un ingrediente essenziale per non sviluppare nuove dipendenze commerciali.

Anche nel segmento delle componenti l’Europa dipende da altri Paesi. Una turbina eolica per esempio è fatta di pale, torri e navicelle (l’involucro che contiene le parti meccaniche), così come una pompa di calore è composta di compressore, scambiatore di calore, ventole e elettronica. Molte sono spesso prodotte in Paesi extra-europei.

Secondo Ember invece, “l'Europa dispone già di una solida base manifatturiera” per quanto riguarda le fasi finali della catena del valore, quelle che permettono l'assemblaggio del prodotto che poi finisce sul mercato. In questo segmento, l’analisi di Ember mostra che l’Europa è in grado di soddisfare una quota significativa della domanda interna in diversi settori.

La capacità manifatturiera europea

“L'Europa è in grado di mettere in produzione un numero di veicoli elettrici e turbine eoliche pari a circa il doppio di quelli installati o immessi sul mercato ogni anno, e quasi il triplo nel caso delle pompe di calore” si legge nel rapporto.

Nel 2025 per esempio, l'azienda danese Vestas è stata il principale fornitore di turbine eoliche onshore (a terra) al di fuori della Cina, mentre la tedesca Siemens Gamesa è stata il maggiore fornitore globale di quelle offshore (in mare). La capacità produttiva europea raggiunge circa i 30 GW all'anno, mentre nel 2025 ne sono state installate soltanto 14 GW. L’anno scorso infatti le esportazioni hanno superato i 3 miliardi di euro.

A fronte di una domanda annuale di circa 2,6 milioni di veicoli elettrici a batteria, Ember stima che nonostante le difficoltà dell’industria dell’automotive, in Europa possono venire assemblate ogni anno 4,6 milioni di unità. I ricavi dell’export nel 2025 sono infatti stati superiori ai 28 miliardi di euro.

Anche il 93% delle celle per batterie destinate ai mezzi di trasporto può essere prodotto in Europa, nonostante le importazioni di anodi e catodi restino fortemente dipendenti dall’estero. Per quanto riguarda le pompe di calore, le circa 270 aziende europee del settore, molte delle quali hanno sede in Italia, sono in grado di produrre 7,5 milioni di unità all'anno, pari a quasi tre volte la domanda annua complessiva.

L’anno scorso l’industria solare, quella eolica, delle batterie e delle auto elettriche impiegava circa 1,8 milioni di persone: entro fine decennio potrebbe arrivare a superare i 2,3 milioni secondo Ember.

Un import radicalmente diverso

A differenza di altre tecnologie, ad oggi l’Europa ha una limitata capacità produttiva per quanto riguarda i pannelli solari e le loro componenti: li importa in gran parte dall’Asia e in particolare dalla Cina.

Tuttavia, Ember sottolinea che “l'elettrificazione non si limita a sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con una nuova dipendenza, ma trasforma profondamente la natura stessa del rischio”. Vi è una differenza fondamentale infatti tra l’importazione di combustibili e quella di infrastrutture elettriche: i primi forniscono energia ma si esauriscono con il consumo, richiedendo un flusso commerciale continuo. Le seconde una volta acquistate consentono di generare energia prodotta in Europa per decenni.

La differenza è spiegata anche dai numeri: “per generare 10 TWh di elettricità nell'arco di 20 anni è sufficiente un'unica fornitura di pannelli solari nel primo anno, mentre un sistema basato sul gas naturale liquefatto richiede l'importazione di una nave metaniera ogni anno per l'intero periodo”. Lo stesso vale per il trasporto: “una singola fornitura di veicoli elettrici può sostituire l'importazione di 56.000 barili di petrolio greggio all'anno, pari a un totale di 840.000 barili nel corso della loro vita utile di 15 anni”.

Per ridurre ulteriormente la dipendenza commerciale dall’estero, una volta importate e utilizzate, le tecnologie per l’elettrificazione possono venire disassemblate in Europa e i materiali di cui sono composte possono venire recuperati e riutilizzati. “Le aziende europee stanno già creando filiere nazionali per l'approvvigionamento di terre rare ottenute dal riciclo dei rifiuti derivanti dalle tecnologie green, con l'obiettivo di soddisfare il 30% della domanda entro il 2030”.

Inoltre se le importazioni di tecnologie green venissero interrotte, ne risentirebbe soltanto la crescita delle infrastrutture: quelle esistenti continuerebbero a produrre energia per i trasporti, le aziende e le abitazioni. Le interruzioni di forniture di gas naturale o di petrolio greggio invece producono ripercussioni immediate sui prezzi dell’energia e sul costo della vita. La transizione all’elettrico mette quindi al riparo anche dagli shock geopolitici che hanno già segnato gli anni ‘20 di questo secolo.

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