SOCIETÀ

Epica del ciclismo. Imprese e destini di uno sport leggendario e umanissimo

Leggendario e, al tempo stesso, umanissimo. Chi ama il ciclismo, lo sa: è questo - forse tra tutti - lo sport della fatica, del sacrificio e delle grandi imprese firmate da atleti diventati leggenda. Non è per tutti: è una passione per anime romantiche, per amanti dell'epica. In pieno Tour de France, la gara per eccellenza, rintracciamo le vicende collettive e i destini di esseri umani che, in sella a una bicicletta, hanno attraversato la storia del Novecento.

Il libro Un secolo in salita, scritto da Ramon Usall e pubblicato da Mimesis, racconta la storia popolare e politica del ciclismo tra mito e fatica, conflitti e rivoluzioni in quaranta capitoli strutturati come le tappe di un grande giro. Quello di Usall, professore e sociologo catalano, è un saggio che raccoglie storie poco note e aneddoti capaci di creare inaspettati collegamenti tra sport, politica e società. 

La bicicletta è "simbolo fedele del proprio tempo", degli avvenimenti che attraversa, una pedalata dopo l'altra. Dalla nascita del Tour de France, legata al caso Dreyfus, alla leggendaria conversazione telefonica tra De Gasperi e Bartali, dalla bicicletta alleata di Michael Collins nella lotta per l’indipendenza irlandese - la popolare High Nelly del ragazzone, The Big Fella - alle imprese di Albert Richter, il campione che si oppose al nazismo. Fino a raggiungere la seconda metà del Novecento con il Tour iniziato ai piedi del muro di Berlino e l’edizione per l’Europa che, nel 1992, attraversa Francia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Germania e Italia.

Gli albori: la draisina

Le prime pagine del saggio sono dedicate all’antenata della bicicletta. Questa lunga storia in sella, infatti, inizia oltre duecento anni fa, precisamente il 5 aprile 1818, quando il barone tedesco Karl von Drais presenta a Parigi un veicolo con due ruote allineate, da condurre spingendosi con i piedi. A questo mezzo viene dato un nome che omaggia il suo ideatore: la draisina

La bicicletta a pedali, così come oggi la intendiamo, vedrà però la luce circa quarant’anni più tardi, sempre in Francia, con la nascita dei primi velocipedi. Da quel momento la sua popolarità cresce e cambia anche la sua funzione: non è più solo utile, ma può essere anche divertente. 


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"Sebbene la data esatta e l’identità del suo inventore restino oggetto di discussione - precisa Usall -, è certo che i primi modelli di questo nuovo veicolo furono commercializzati dalla Maison Michaux, fondata dall’ex carrozziere Pierre Michaux insieme al figlio Ernest. Questa giovane impresa, che nel 1869 assunse il nome di Compagnie Parisienne, ebbe un ruolo determinante nel successo popolare della bicicletta, tanto da attraversare l’Atlantico e trovare un’ottima accoglienza anche nel mercato nordamericano. Nei decenni successivi al 1860, la bicicletta conobbe una vera e propria esplosione, diventando un prodotto industriale".

La nascita del Tour de France e il caso Dreyfus

"Sulla facciata dell’ostello Au Réveil Matin, a Montgeron, a una ventina di chilometri da Parigi, spicca una targa che ricorda l’evento principale legato a quel luogo: Qui, davanti al Réveil Matin, il 1° luglio 1903, ebbe inizio il primo Tour de France organizzato da Henri Desgrange. Il Tour, la prova ciclistica per eccellenza, nacque dunque in un’estate dei primi anni del Novecento davanti a una modesta pensione della banlieue parigina; ma le sue vere origini risalgono al decennio precedente, con la nascita, nel 1892, del quotidiano Le Vélo e con lo scoppio, nel 1894, del caso Dreyfus, una vicenda che, del tutto involontariamente, finì per cambiare per sempre la storia del ciclismo".

Non è un fatto particolarmente noto e proprio per questo è degno di essere (ri)scoperto e raccontato: la nascita nel 1903 del Tour de France è strettamente legata al caso Dreyfus. La prima edizione della gara più famosa del mondo trae origine dal celebre scandalo e scontro politico che si consumò attorno alla figura del capitano Alfred Dreyfus, ingiustamente accusato di tradimento nella Francia di fine Ottocento. Le Vélo, il principale giornale sportivo francese dell'epoca, con le sue riconoscibili pagine verdi, sceglie di superare i confini della semplice cronaca sportiva e inizia a occuparsi di una questione politica che sta infiammando il dibattito e dividendo l’opinione pubblica: si schiera, infatti, in difesa di Dreyfus, capitano dell'esercito francese di origine ebraica, accusato di aver rivelato segreti militari alla Germania (accusa che si rivelerà ingiusta, senza fondamento). 


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Il sostegno a Dreyfus non è privo di conseguenze: i grandi inserzionisti pubblicitari, industriali nazionalisti convinti sostenitori della colpevolezza del capitano, scelgono di tagliare i finanziamenti al giornale e fondano un secondo quotidiano, L'Auto Vélo, diventato poi solo L’Auto. La rivalità tra le due testate è aspra e nel 1903, nel tentativo di battere il rivale e migliorare le proprie sorti finanziarie, messe alla prova dalla disputa relativa al nome della testata, Henri Desgrange, direttore de L'Auto, annuncia la nascita del Tour de France: una scommessa inizialmente considerata folle, una corsa a tappe pensata per attraversare l’intero Paese. La maglia gialla, introdotta qualche anno più tardi e diventata storica, viene scelta proprio per ricordare il colore delle pagine del giornale stesso. 

L’idea è di Géo Lefèvre, cronista arrivato a L'Auto dopo aver lasciato la testata concorrente. "Il 15 gennaio 1903, durante un pranzo nella caffetteria parigina Zimmer, situata sotto la redazione, il giornalista propose al suo capo di promuovere una competizione che avrebbe fatto il giro della Francia in bicicletta". Quattro giorni dopo, il 19 gennaio 1903, in prima pagina, L’Auto annuncia “la più grande competizione ciclistica mai vista”.

Bartali e la telefonata di De Gasperi

Tra le storie spunta anche quella, mitica, che rintraccia i dettagli della conversazione telefonica intercorsa tra Alcide De Gasperi e Gino Bartali. Estate 1948. L'Italia è nel caos. A Roma il segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti subisce un grave attentato, raggiunto da tre colpi di pistola sparati dallo studente Antonio Pallante. La reazione è immediata, la tensione si fa subito altissima, gli operai occupano le fabbriche, si contano i primi morti negli scontri. Negli stessi giorni, in Francia, si corre il Tour de France. Le notizie raggiungono i corridori italiani e il clima è di forte preoccupazione. Bartali è un veterano, ha vinto il Tour dieci anni prima, molti lo considerano ormai alla fine della carriera, ha accumulato ben 21 minuti di ritardo dal leader della classifica, il francese Louison Bobet. La sera del 14 luglio, nell'albergo della squadra italiana a Cannes, squilla il telefono. 

Il resto lo racconta Usall: "Nella notte, il telefono della stanza di Gino Bartali squillò a un’ora piuttosto insolita. Quando il corridore sollevò la cornetta, scoprì con sorpresa che il suo interlocutore era Alcide De Gasperi, capo del governo italiano e dirigente della Democrazia Cristiana, partito verso cui il ciclista toscano nutriva evidenti simpatie. Il presidente del Consiglio si rivolse al ciclista fiorentino per renderlo partecipe della situazione critica che si viveva in Italia e per esigere da lui un’impresa sportiva capace di deviare l’attenzione della popolazione. Sebbene non si conoscano i termini esatti della conversazione, la leggenda narra che De Gasperi gli chiese di vincere la successiva tappa alpina, con arrivo a Briançon, come il campione italiano aveva già fatto nell’edizione del 1938. A tale richiesta il corridore avrebbe risposto: Farò ancora meglio. Vincerò il Tour de France".

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