La fame diminuisce, ma per milioni di persone il cibo resta un lusso
Un agricoltore in un campo di mais in Iowa - REUTERS/Evelyn Hockstein
Il rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World 2026, realizzato da 5 agenzie specializzate delle Nazioni Unite, è un mix di luci e ombre, tra progressi concreti, ma ancora fragili e disomogenei, con interi continenti sempre più vulnerabili per quel riguarda l’accesso al cibo.
Partiamo dalle luci: la fame globale diminuisce per il terzo anno consecutivo. Nel 2025 ha colpito il 7,8% della popolazione mondiale, rispetto all’8,1% registrato nel 2024 e all’8,6% del 2023. Si tratta di un miglioramento per quasi 14 milioni di persone nell’ultimo anno, non poco. Ma se il bicchiere può apparire mezzo pieno, il piatto resta ancora inesorabilmente vuoto per un’enorme porzione di popolazione (circa 645 milioni di persone). Un’insicurezza alimentare acuta non soltanto diffusa, ma anche persistente e ricorrente, come aveva già sottolineato la dirigenza della FAO, aggiungendo che “la crisi non può essere più considerata temporanea, ma strutturale”. Il che allontana ancor di più l’orizzonte del 2030 fissato proprio dalle Nazioni Unite, con l’ambizioso programma “Zero Hunger”, adottato nel 2015, come secondo dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) fissati dall’Environment Programme (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) per porre fine alla povertà, ridurre le disuguaglianze e costruire società più pacifiche e prospere entro, appunto, il 2030. Quasi un’utopia, vista la concomitanza dei tanti conflitti in corso e delle conseguenze spesso drammatiche dei cambiamenti climatici (due le carestie in corso: Striscia di Gaza e Sudan, con il Sud Sudan a un passo dal baratro), che producono spirali di privazioni, di povertà e di sofferenza difficilmente affrontabili.
Politiche forti, investimenti mirati
Quindi non si può che accogliere con favore la notizia che nel suo complesso l'insicurezza alimentare è notevolmente migliorata: “Nel 2025 - ricorda la FAO - circa 2,1 miliardi di persone hanno sperimentato insicurezza alimentare moderata o grave, quasi 86 milioni in meno rispetto a un anno prima. I maggiori risultati sono stati registrati in Sud America e Asia, in particolare nel Sud dell’Asia”. Al punto da spingere lo stesso direttore generale della FAO, Qu Dongyu, a dichiarare: “Questi numeri sono importanti perché mostrano che la fame non è inevitabile. Con politiche economiche forti, protezione sociale e investimenti sostenuti in sistemi agroalimentari più efficienti, inclusivi, resilienti e sostenibili, possiamo piegare la curva della fame.”
Ma nonostante i numeri assoluti siano positivi, è evidente che la crisi sia ben lontana dall’essere considerata risolta. Prendendo come riferimento anche quel che denunciava lo scorso aprile il Global Report on Food Crises 2026: “L'insicurezza alimentare acuta e la malnutrizione rimangono a livelli pericolosamente alti e profondamente radicati, con crisi sempre più concentrate in un gruppo centrale di paesi. Nella sua decima edizione, il rapporto mostra che la fame acuta è raddoppiata nell'ultimo decennio”. Con crisi alimentari sempre più prolungate (“dal 2016 a oggi 33 paesi sono stati sempre presenti in ogni edizione); mentre il numero di persone in grave insicurezza alimentare che necessitano di un’azione urgente, nei paesi dove gli shock economici sono stati il principale fattore, è triplicato passando da circa 10 a quasi 30 milioni negli ultimi 8 anni.
Leggi anche:
Cambiare il sistema alimentare
Rapporto FAO-OCSE 2025: consumo cibo in crescita ma ancora troppe disparità di accesso
Il “costo” sempre più alto di una dieta sana
Gli autori congiunti del rapporto dell’ONU (FAO, UNICEF, OMS, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, FIDA, e il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, PMA) dicono anche di più. Perché non si può trascurare l’enorme problema del “costo” di una corretta alimentazione, perché le disparità tra i continenti sono in continuo aumento, e perché l’Africa rischia di diventare l’epicentro mondiale della fame, con oltre 300 milioni di persone che, si stima, rischiano di scivolare in quel baratro.
Il rapporto spiega chiaramente che, ad oggi, una persona su tre (parliamo di 2,69 miliardi di persone) non può permettersi una dieta sana ed equilibrata perché, molto semplicemente, costa troppo rispetto alle sue possibilità. Gli esperti l’hanno anche quantificato questo costo: è pari a 4,28 dollari statunitensi al giorno, da rapportare allo stesso potere d’acquisto nella valuta locale (nel 2021 il costo era stato stimato in 3,44 dollari, nel 2017 era di 2,94 dollari).
Maximo Torero, uno degli autori del rapporto, economista capo dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, punta il dito contro le politiche governative che si sono spesso concentrate sul sovvenzionamento di cereali e alimenti di base amidosi, piuttosto che su carne, latticini, frutta e verdura. “Questo significa calorie, ma non una diversità dietetica", ha detto al quotidiano britannico Guardian, sottolineando peraltro l’impatto di questi alimenti sui tassi di obesità e su malattie come il cancro e il diabete (secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità l'obesità negli adulti è passata dal 12,1% nel 2012 al 16,2% nel 2024). La soluzione? Secondo l’economista sarebbero necessari e urgenti investimenti nelle infrastrutture, nella ricerca e nello sviluppo: “Catene di approvvigionamento più efficienti potrebbero ridurre i costi di carne e latticini, così come di frutta e verdura”.
Come rileva anche il Direttore Generale della World Health Organization (l’OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus: “Pur accogliendo con favore i chiari progressi fatti nella riduzione della fame, una dieta sana rimane ancora inaccessibile per una persona su tre a livello globale. L’obesità sta aumentando e i progressi nella nutrizione materna e infantile sono in arresto. Ma sappiamo cosa funziona: politiche che rendono il cibo sano la scelta più facile, promuovere l’allattamento al seno, tassare prodotti poco salutari e proteggere i bambini dal marketing dannoso. Le diete sane non sono un lusso: sono la base della salute e devono essere alla portata di tutti”.
L’argomento è enorme, per dimensioni e per importanza. Un’analisi approfondita sulla “crisi alimentare globale 2026” era stata pubblicata pochi mesi fa sul sito FoodFacts.org, la piattaforma informativa gestita dalla Freedom Food Alliance, un'organizzazione no-profit con sedi nel Regno Unito, con dati assai interessanti: 318 milioni di persone affrontano la fame a livello globale, più del doppio rispetto al livello del 2019; 41 milioni sono alla Fase 4 dell'IPC (la Classificazione Integrata delle Fasi dell’Insicurezza Alimentare: al 5° posto c’è la carestia); Gaza e Sudan sono contemporaneamente, ed è la prima volta in questo secolo, in uno stato di carestia confermata; i prezzi dei fertilizzanti ureici sono aumentati di circa l’81% su base annua dopo la crisi dello Stretto di Hormuz; il Programma Alimentare Mondiale avrebbe bisogno di 13 miliardi di dollari nel 2026, ma si prevede che ne riceverà appena la metà.
La professoressa Toni Farmer, dell’Università della Pennsylvania e della Rowan University, dove insegna corsi su agricoltura rigenerativa, gestione integrata dei parassiti e il futuro dell'alimentazione, non ha dubbi: “Stiamo assistendo a una diminuzione delle rese globali delle nostre principali colture di base: e questo rappresenta il 70% della dieta globale. La linea temporale che si profila è crudele: in circa cinque anni, i prezzi del cibo diventeranno una preoccupazione costante di fondo per le famiglie comuni”. Ma come si potrebbe tentare di abbassare il costo di una dieta sana? L’Unicef indica alcune delle possibili strade: “Le attività post-farmgate – vale a dire lavorazione, logistica e all'ingrosso – rappresentano dal 70 al 75% di quanto i consumatori pagano per il cibo. Migliorare l'efficienza in queste fasi è essenziale per abbassare i prezzi degli alimenti deperibili che compongono le diete sane. Ridurre i costi richiede azioni specifiche per il contesto: affrontare gli elevati costi alimentari di origine animale e i deficit della catena del freddo in Africa, migliorare i trasporti e ridurre i costi delle verdure in America Latina e nei Caraibi, e rafforzare la gestione post-raccolta della frutta in Asia”.
“ La carestia non riguarda solo il cibo: è il collasso deliberato dei sistemi necessari alla sopravvivenza umana António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite
L’emergenza record è in Africa
Perché ogni continente ha le sue peculiarità, con disuguaglianze che, come si accennava prima, sono in costante aumento. Lo spiega bene l’ong Action Against Hunger: “In Africa soffre di fame il 20% della popolazione (1 persona su 5), ovvero 309 milioni di persone; in Asia il 6%, pari a 292 milioni di persone; In America Latina e nei Caraibi il 4,8% (32 milioni), mentre in Oceania è l’8% della popolazione, vale a dire 3,7 milioni di persone.
Particolarmente preoccupanti i dati che arrivano dal continente africano: nel 2010 erano a rischio 171 milioni di persone, a fronte dei 309 milioni di oggi. Una gran parte delle responsabilità è dovuta alle crisi climatiche e all’intensificarsi dei conflitti, che provocano sfollamenti e shock economici. Tra le nazioni più colpite ci sono il Sudan, il Sud Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia, la Nigeria. In Uganda sono morte nei giorni scorsi 19 persone per “fame da siccità prolungata”, il che ha spinto il governo locale ad avviare la distribuzione di aiuti alimentari d’emergenza. Ma anche in Zimbabwe, Zambia, Malawi e Namibia si stima che fino al 40% della popolazione si trovi ad affrontare una situazione di grave insicurezza alimentare, soprattutto a causa di siccità e inondazioni.
“In alcuni paesi, un bambino su tre è malnutrito: la Somalia ha i tassi più alti, ma Ciad, Zambia, Uganda, Kenya e Guinea-Bissau superano il 30% di sottonutrizione”, spiegava pochi mesi fa Gilbert Phiri, coordinatore senior per l’Iniziativa per la Fame Zero in Africa presso la Croce Rossa Internazionale. “Ma affrontare questa crisi non significa solo riconoscere la portata della necessità. Bisogna ripensare il modo in cui rispondiamo all'insicurezza alimentare. Gli aiuti a breve termine salvano vite in caso di emergenza, ma sono temporanei. Soluzioni durature affrontano invece le cause profonde, danno potere alle comunità e costruiscono sistemi duraturi. Combinano salute, istruzione, agricoltura e sviluppo economico affinché le persone possano nutrirsi anno dopo anno”.
Basterebbe volerlo. Basterebbe impegnarsi nel contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici (gli effetti dei fenomeni estremi meteorologici come El Niño nel 2026 e 2027 potrebbero aggravare la situazione attuale) e, possibilmente, tornare a investire per ridurre le crisi. Come ha ribadito proprio pochi giorni fa la FAO: “Il divario tra le esigenze di sicurezza alimentare e i finanziamenti disponibili è ai massimi storici. Le crisi si stanno aggravando, gli shock si intensificano, eppure continuiamo a sottoinvestire nell’agricoltura, lo strumento più conveniente che abbiamo. Sostenere la produzione agricola risponde ai bisogni a livello locale, riduce la dipendenza dagli aiuti esterni e allevia le pressioni migratorie”. Per non parlare dei conflitti, delle carestie create a tavolino. Come aveva spiegato, ancora lo scorso anno, con parole chiarissime e più che mai attuali, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: “Quello di Gaza è un disastro causato dall'uomo, un fallimento dell’umanità stessa. La carestia non riguarda solo il cibo: è il collasso deliberato dei sistemi necessari alla sopravvivenza umana. La gente muore di fame. I bambini muoiono. E chi ha il dovere di agire sta fallendo”.