SOCIETÀ

Il fascino del caos: perché il calcio racconta il mondo

Mentre il Mondiale entra nelle sue giornate decisive e l'attesa per la finale tra Spagna e Argentina cresce in ogni angolo del pianeta, miliardi di persone si preparano ancora una volta a condividere lo stesso rito collettivo. Per novanta minuti – o forse più – guerre, crisi economiche, tensioni internazionali e campagne elettorali sembrano passare sullo sfondo. Davanti a uno schermo, in uno stadio o in una piazza, non ci sono soltanto i tifosi delle nazionali in campo: anche chi non ha alcun interesse diretto per il risultato finisce spesso per lasciarsi coinvolgere da un evento che attraversa confini geografici, linguistici e religiosi.

Se il calcio fosse soltanto uno sport, fatto di muscoli, schemi tattici e classifiche, sarebbe difficile spiegare una simile forza di attrazione. Il pallone è piuttosto uno dei linguaggi universali della contemporaneità, un fenomeno sociale che racconta identità, conflitti, appartenenze, trasformazioni economiche e culturali. Guardare una partita significa spesso osservare, in forma concentrata, i meccanismi di una società; eppure, soprattutto nel dibattito pubblico e accademico italiano, sul calcio continua a gravare una certa sufficienza intellettuale, come se occuparsene fosse un esercizio minore rispetto ad altri temi ritenuti più "seri". Un pregiudizio che la letteratura – da Pasolini a Galeano – ha iniziato da tempo a smontare, e che oggi viene superato anche dalle scienze sociali.

È da questa convinzione che nasce Visioni di gioco. Calcio e società da una prospettiva interdisciplinare, progetto editoriale pubblicato da il Mulino e sviluppato in tre volumi usciti nel 2020, nel 2022 e nel 2024. Curato da Maurizio Lupo, Antonella Emina e, negli ultimi due volumi, Igor Benati, il progetto riunisce studiosi di discipline diverse per leggere il calcio non come un semplice intrattenimento, ma come una lente privilegiata attraverso cui osservare il nostro tempo. 

Quello che oggi è diventato un progetto di ricerca interdisciplinare nasce quasi per caso, da una ricerca d'archivio che sembrava riguardare tutt'altro. Maurizio Lupo, primo ricercatore del Cnr in servizio presso il distaccamento genovese dell'IRCRES (Istituto di Ricerca sulla Crescita Economica Sostenibile), stava studiando le importazioni di carbone transitate nel porto di Genova tra Otto e Novecento quando, spulciando tra gli archivi, si imbatté nelle cronache di alcune insolite partite disputate sui moli dai marinai britannici. Da quella curiosità prese forma una domanda molto più ampia: cosa racconta davvero il calcio?

“All'inizio si trattava di un piccolo progetto di ricerca sulla diffusione del gioco in Italia e sul rapporto con la modernizzazione economica e industriale –. Racconta Lupo –. In seguito mi sono reso conto che stavo incrociando questioni che riguardavano antropologia, sociologia e statistica, ma anche linguistica e letteratura. Così ho iniziato a chiedere ad alcuni colleghi se avessero voglia di partecipare a un progetto un po' fuori dall'ordinario; nel giro di poche settimane le adesioni sono aumentate, poi il passaparola ha fatto il resto e quella che sembrava una curiosità personale è diventata una vera e propria comunità di ricerca”.

Il calcio affascina perché prova a governare l'imprevedibile: un equilibrio fragile tra ordine, caos e libertà

Oggi quel percorso comprende tre volumi, quattro convegni nazionali, l'associazione scientifica Academic Football Lab e presto anche un centro interuniversitario dedicato allo studio del calcio. Per Lupo il motivo è semplice: “Il calcio è un prisma attraverso cui osservare la società. Permette di parlare di temi complessi con un linguaggio che tutti comprendono”.

Il calcio racconta il caos

Pur in un mondo dove lo sport è sempre più mediatizzato e seguito, il calcio mantiene da tempo un primato, in parte condiviso solo con le olimpiadi, e per Lupo la ragione non sta soltanto nella popolarità del gioco ma nella sua struttura profonda: “Incarna due caratteristiche fondamentali. La prima è il tentativo di dominare il caos, perché è uno sport a punteggio basso nel quale l'imprevedibilità rimane sempre altissima. Da sempre l'uomo è affascinato dall'idea di governare ciò che sfugge al controllo, e il calcio mette continuamente in scena questa tensione: bastano un rimpallo, un millimetro, una deviazione per cambiare una partita. È un sistema caotico nel senso matematico e fisico del termine”.

L'altra caratteristica riguarda invece il modo in cui il calcio riflette la società contemporanea: “È probabilmente lo sport che rappresenta meglio il capitalismo, perché tiene insieme due principi apparentemente opposti: cooperazione e competizione. Vince la squadra, ma all'interno di essa esistono individualità decisive; Maradona non avrebbe mai potuto vincere da solo, ma senza Maradona alcune partite non sarebbero mai state vinte. Il calcio riesce a far convivere individuo e collettività in una forma comprensibile a tutti”.

A questo si aggiunge poi un elemento storico decisivo: “Il football nasce come sport delle élite britanniche, ma di esso si appropriano immediatamente le classi popolari. Per giocare bastano due pietre come porte e una palla di stracci; non servono impianti e attrezzature costose, nemmeno le scarpe. È probabilmente questa semplicità ad averne favorito la diffusione globale”.

Proprio per la sua capacità di mobilitare masse enormi, il calcio è stato anche uno degli strumenti privilegiati del potere: “Dal Mondiale del 1934 voluto da Mussolini – che preferiva il ciclismo, ma si rese conto per primo delle capacità di mobilitazione del calcio – fino all'Argentina del 1978, passando per la Russia e il Qatar, il calcio è stato utilizzato per costruire consenso, rafforzare l'immagine internazionale e orientare enormi interessi economici. Il rapporto tra sport e politica è strettissimo, come vediamo anche oggi nelle relazioni tra Fifa e leader politici”.

Dal dominio delle grandi potenze all'ascesa di nuove nazionali, il pallone racconta i cambiamenti di un mondo in trasformazione

Eppure, osserva Lupo, esiste un limite invalicabile: “Il calcio non è mai completamente controllabile. Puoi organizzare un Mondiale, investire miliardi, costruire la narrazione perfetta, ma alla fine resta sempre un gioco dominato dal caos. La palla non è telecomandabile e possono essere pochi millimetri a decidere una partita. Ed è proprio questa imprevedibilità che rende impossibile trasformarlo in uno strumento totalmente governabile”. 

A volte inoltre lo sport produce anche figure che sfuggono alle narrazioni costruite dal potere: “Maradona è diventato un'icona non soltanto per il suo talento, ma perché a torto o a ragione rappresenta il percorso di un povero che diventa ricco senza rinunciare, almeno simbolicamente, a schierarsi dalla parte degli ultimi”, esemplifica Lupo, richiamando gli studi del sociologo Luca Bifulco dell'Università Federico II di Napoli. 

Il Mondiale cambia il mondo

Anche l'evoluzione del gioco racconta quella della società, avendo seguito dagli anni Novanta in poi la stessa traiettoria dell'economia globale: “Con la Premier League e la commercializzazione dei diritti televisivi il calcio è entrato pienamente nella fase neoliberista. Molte modifiche regolamentari — dal divieto del retropassaggio al portiere all'aumento delle sostituzioni — hanno progressivamente favorito le squadre più forti, quelle con rose più profonde e maggiori risorse economiche. È una dinamica che ricorda quella dell'accumulazione della ricchezza: oggi chi parte avvantaggiato tende a diventare ancora più forte”. Eppure, ancora una volta, il caos continua a lasciare aperti spazi inattesi: “Proprio perché il calcio conserva una quota di imprevedibilità, può ancora accadere che una nazionale considerata minore sorprenda tutti. Ed è questo che ne mantiene vivo il fascino”.

Il Mondiale racconta così anche la geografia di un pianeta che cambia. Le tradizionali potenze calcistiche non sono più sole, mentre emergono nuove realtà, favorite da trasformazioni demografiche e migratorie: “La Francia ha provato, pur con tutte le sue contraddizioni, a valorizzare i flussi migratori, mentre nazionali come il Marocco e in parte il Senegal raccontano un'altra storia ancora: moltissimi giocatori nati o cresciuti in Europa hanno scelto di rappresentare il Paese delle loro famiglie, mostrando come le seconde generazioni possano modificare la geografia del calcio mondiale”.

Secondo Lupo il sistema rimane ancora fortemente europeo, ma è sempre meno chiuso: “L'allargamento del Mondiale a 48 squadre ha consentito a molte nazionali di entrare finalmente sulla scena globale. Il livello tecnico resta concentrato nelle grandi scuole calcistiche, ma oggi anche Paesi che fino a pochi anni fa sarebbero rimasti invisibili possono raccontare la propria storia”. Ed è forse questa la forza più autentica del calcio: continuare a rappresentare un mondo che sta cambiando. Perché, anche quando i valori tecnici sembrano indicare una favorita, questo resta uno sport in cui l'ultima parola non appartiene mai ai pronostici.

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