Il fascino discreto dell’autocrazia
Photo: Simone Masetto - Una Collina di Libri
Per gran parte dei tre decenni successivi al crollo dell'Unione Sovietica la democrazia liberale è sembrata l’esito finale della storia umana. Le elezioni si diffondevano in tutti i continenti, i regimi autoritari apparivano destinati a riformarsi o a scomparire, e concetti come Stato di diritto, diritti individuali e separazione dei poteri erano diventato parte di un vocabolario politico apparentemente universale.
Oggi quella fiducia si è dissolta e le autocrazie hanno riguadagnato slancio, mentre le istituzioni democratiche attraversano una fase di crisi. L'invecchiamento della popolazione, le crescenti disuguaglianze economiche, il calo della fiducia nelle istituzioni e l'indebolimento dei legami sociali alimentano il malcontento in molte società occidentali; allo stesso tempo la rivoluzione digitale, un tempo celebrata come forza di apertura e democratizzazione, sta offrendo ai governi autoritari nuovi strumenti per proiettare la propria influenza ben oltre i propri confini. Attraverso piattaforme social, reti di disinformazione e sofisticate campagne di propaganda, le autocrazie hanno imparato a sfruttare le fratture presenti all'interno dei sistemi democratici.
È questo il punto di partenza di Autocrazie (titolo originale Autocracy, Inc., appena ripubblicato in Italia da Mondadori tra i tascabili), l'ultimo libro Anne Applebaum. In esso la storica e giornalista premio Pulitzer, invece di descrivere i regimi autoritari come Stati isolati che perseguono agende separate, sostiene che essi operino sempre più come una rete informale ma efficace, scambiandosi risorse, tecnologie e strategie con l’obiettivo di preservare e incrementare il proprio potere.
Abbiamo incontrato Applebaum a Vittorio Veneto durante la rassegna Una Collina di Libri, dove è intervenuta in dialogo con Francesco Chiamulera e Radosław Sikorski – attuale ministro degli Esteri polacco, nonché suo marito. La conversazione ha spaziato dall'evoluzione del potere autoritario alla guerra in Ucraina, passando per le sfide che le società democratiche si trovano ad affrontare. Quello che ne è emerso non è semplicemente un avvertimento sulla forza delle autocrazie, ma una riflessione sulle condizioni in cui le democrazie possono sopravvivere, adattarsi e, in ultima analisi, prevalere.
“ Spesso le persone immaginano che l’autocrazia funzioni meglio. Ciò che tendono a dimenticare è quanto male funzionino in realtà la maggior parte dei regimi
Il manuale degli autocrati
Uno degli equivoci più comuni riguardo al mondo autoritario contemporaneo, insiste Applebaum, è l'idea che esso formi un blocco ideologico coerente. I regimi che esamina in Autocrazie non condividono una visione del mondo, né una traiettoria storica comune: l’ordinamento di fatto a partito unico della Cina, con la sua sofisticata architettura, ha poco a che fare con la Russia di Vladimir Putin, la teocrazia rivoluzionaria dell'Iran e la dittatura dinastica della Corea del Nord. Ciò che li unisce è qualcosa di più pragmatico: la determinazione a monopolizzare e mantenere il potere.
“Si tratta di Paesi governati da leader o partiti che cercano di controllare ogni potere economico, sociale e politico” spiega la studiosa. “Politicizzano i tribunali, controllano l'informazione e per loro il linguaggio della democrazia liberale – giudici e media indipendenti, diritti umani, l'idea che i cittadini possano influenzare il governo – è pericoloso”.
Applebaum mette in guardia dal vedere il mondo attraverso la lente semplicistica di una nuova Guerra Fredda; il confine tra democrazia e autocrazia non è né fisso né assoluto: i movimenti democratici continuano a esistere all'interno degli stati autoritari, da quello delle donne in Iran agli attivisti pro-democrazia a Hong Kong, mentre idee e influenze autoritarie penetrano sempre più nelle stesse società democratiche. “È un mondo grigio, non in bianco e nero – continua Applebaum –. C'è una battaglia di idee in corso non solo tra Stati, ma anche al loro interno. In ogni democrazia esiste un dibattito su quale tipo di sistema politico prevarrà”.
Un tema centrale della serata è stata la trasformazione della propaganda nell'era digitale. A differenza dell'Unione Sovietica, che cercava di proiettare un'immagine attraente di un radioso futuro socialista, i regimi autoritari di oggi perseguono un obiettivo diverso. “Il regime di Putin non ha bisogno che amiamo la Russia – osserva Applebaum –. Vuole semplicemente che ci odiamo a vicenda”.
Invece di promuovere un'ideologia universale la propaganda autoritaria contemporanea mira dunque a minare la fiducia, amplificare le divisioni ed erodere la credibilità delle istituzioni democratiche. Inondando la sfera pubblica di narrazioni contraddittorie e attacchi alle istituzioni – dalle università ai giornali, fino agli stessi sistemi elettorali – gli agenti dell’autoritarismo spingono i cittadini a ritirarsi dalla vita pubblica; “Se convinci le persone che non possono capire e fare nulla, le tieni nel nichilismo e nell'apatia – avverte –. Lo scopo della propaganda autoritaria è fare in modo che le persone restino a casa, non partecipino e lascino la politica agli oligarchi, ai dittatori e ai piccoli gruppi che detengono il potere”.
La democrazia è anche un (duro) lavoro
Il ragionamento porta naturalmente a una domanda più ampia: perché così tanti cittadini, anche nelle società democratiche, sembrano attratti dai leader forti e dai modelli autoritari? “La maggior parte delle civiltà umane nel corso della storia sono state autocrazie: monarchie, sistemi tribali, regimi totalitari… – dice Applebaum a Il Bo Live –. Per molti versi, l'autocrazia è una forma di organizzazione politica molto naturale; la democrazia è molto più difficile: richiede solidarietà sociale, partecipazione, compromesso e impegno costante”.
L'autocrazia, sostiene la giornalista e saggista, si presenta sempre come la soluzione facile: “Le persone pensano che una sola persona al comando potrebbe sistemare tutto, prendere tutte le decisioni, tagliare la burocrazia e semplificare problemi complessi. Gli esseri umani preferiscono naturalmente le risposte semplici, quindi spesso immaginano che l'autocrazia funzionerebbe meglio: quello che tendono a dimenticare è quanto male funzioni la maggior parte delle autocrazie”.
Applebaum rifiuta sia la compiacenza che il fatalismo: “Non sono ingenua, anche le democrazie possono perdere: hanno perso negli anni Trenta del secolo scorso. E anche nell’antica Roma la repubblica alla fine cadde”. La questione, sostiene, non è se la democrazia sia intrinsecamente più o meno forte, ma se i cittadini siano disposti a sostenerla. "La democrazia richiede un lavoro costante, la vera domanda per le nostre società è se siamo disposti a continuare a farlo: mantenerne le istituzioni e partecipare alla vita pubblica. In definitiva, è una decisione che ogni generazione deve prendere per sé”.
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La difesa della cultura democratica deve estendersi anche alla sfera digitale, dove Applebaum individua una delle battaglie politiche decisive dei prossimi decenni. “Le democrazie devono certamente diventare più assertive – dice –. Non parliamo abbastanza di quali siano effettivamente i nostri valori, da dove vengano, quanto siano radicati nella storia europea”. Il problema non è la censura, ma capire i meccanismi che plasmano sempre più il dibattito pubblico.
“Nel caso dei social media, abbiamo permesso che le regole venissero stabilite da persone che non sono interessate alla discussione democratica: il loro obiettivo è massimizzare il coinvolgimento. Vogliono tenerci online, farci arrabbiare, tenerci emotivamente coinvolti e spesso dividerci, perché è così che guadagnano”.
Per Applebaum, la questione non è quindi quali opinioni politiche debbano prevalere online, ma chi ha il diritto di stabilire le regole che governano lo spazio pubblico digitale. L'Europa ha cominciato ad affrontare il problema attraverso la regolamentazione, ma si aspetta una resistenza feroce da parte delle aziende tecnologiche, i cui modelli di business dipendono esattamente da quelle dinamiche.
La conversazione infine approda inevitabilmente alla guerra in Ucraina, il conflitto che più di ogni altro è diventato il banco di prova della tenuta dei sistemi democratici. Contrariamente alla percezione diffusa di un'avanzata russa inarrestabile, Applebaum vede una realtà più complessa: “L'Ucraina non sta perdendo e la Russia non sta vincendo. E per Putin questa è già una sconfitta significativa”.
“ La resistenza ucraina rivela un paradosso della guerra contemporanea: innovazione, partecipazione civica e capacità di adattamento possono compensare i vantaggi delle grandi potenze autoritarie
A più di quattro anni dall'inizio della guerra le forze russe restano incapaci di compiere progressi significativi sul campo di battaglia. Si sono inoltre dimostrate incapaci di proteggere le raffinerie petrolifere e le infrastrutture energetiche chiave, che le forze ucraine possono ora colpire con efficacia crescente, mentre nel frattempo l'Ucraina ha fatto passi avanti sul piano tecnologico sviluppando droni e intercettori.
Per Applebaum, la contraddizione centrale che il Cremlino si trova ad affrontare è il crescente divario tra propaganda e realtà: “Vittoria, distruzione dell'Ucraina come nazione indipendente e rimozione di Volodymyr Zelensky: gli obiettivi dichiarati di Putin restano invariati, ma stanno diventando sempre più irraggiungibili. Prima o poi lo stesso Putin o chi gli succederà dovrà riconoscere la realtà e mettere fine alla guerra”.
Al momento la studiosa considera improbabile un'escalation nucleare: “Pechino ha chiarito che non la accetterebbe sia pubblicamente che, credo, privatamente. Attualmente la Cina è il principale mercato e partner commerciale della Russia, e lo sforzo bellico russo dipende in larga misura da componenti, elettronica e altre forniture provenienti da essa. Per questo motivo, non ritengo l'escalation nucleare uno scenario al momento probabile”.
Applebaum chiude su una nota che né eccessivamente entusiastica né disperata, ma radicata nella storia. I concetti alla base della democrazia liberale, sostiene, sono sopravvissute perché rispondono ad aspirazioni umane durature: “Le idee dello stato di diritto, dei diritti e dei limiti al potere sono straordinariamente resilienti. Le persone che non hanno ancora queste libertà le desiderano, ed è anche per questo che vale la pena difenderle”. Le autocrazie possono sembrare efficienti, decise e seducenti, ma il punto di forza più grande della democrazia non è mai stato la semplicità. È la sua capacità di correggersi, rinnovarsi e – quando i cittadini scelgono di difenderla – resistere.