Il fiume, la fabbrica e le “baracche” Krivaja nel Friuli post-sisma
Panorama di Zavidovići in Bosnia (© Krivaja Homes)
Krivaja è prima di tutto un fiume dalle acque cristalline che attraversa le foreste della Bosnia Erzegovina. Ma per migliaia di persone in Friuli rimaste senza un tetto dopo il devastante terremoto del 1976, questa parola è diventata anche sinonimo di casa, di ripartenza e di una straordinaria catena di solidarietà capace di superare i confini imposti dalla Guerra Fredda. Le “baracche” Krivaja — come venivano chiamate le casette giunte dall’allora Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia — furono tra i moduli abitativi temporanei più ambiti del post-terremoto, lasciando un’impronta indelebile nella memoria collettiva di quel territorio.
Anche la giornalista Giada Messetti nel suo libro Quando tornano le rondini (Mondadori, 2026) riporta una testimonianza sulle “baracche” che erano di vari tipi, ma “le più ambite erano le Krivaja. Venivano dall’ex Jugoslavia, sembravano dei mini chalet. Erano distribuite alle singole famiglie purché disponessero di un terreno su cui poterle installare. Poi c’erano le Volano e le Cocel, utilizzate nei villaggi, e le Della Valentina, molto belle, installate soprattutto in Carnia. E infine le Tecna. Erano dei box in semplice lamiera e, per questo, non molto gradite”.
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Dopo la violenta scossa del 6 maggio, la sequenza sismica dell’11 e 15 settembre rese vani i primi tentativi di rientro nelle abitazioni danneggiate e riparate, imponendo una ricostruzione a lungo termine. Ma fin da quell’estate del ’76 il Friuli era già stato raggiunto da un imponente sforzo di soccorso internazionale, e in questo scenario, la Jugoslavia si distinse per un intervento massiccio e immediato. Il posizionamento politico di quello Stato “non allineato” riusciva a garantire una notevole libertà d’azione, mossa anche dal desiderio di portare aiuto alle comunità di lingua slovena insediate lungo la fascia confinaria e nella Slavia friulana (come abbiamo raccontato anche qui).
I dati raccolti nel libro Il terremoto in Friuli. Esperienze e ricordi 1976-2026 (a cura di Aurelio Pantanali e Miroslav Žerajić) testimoniano la portata di questo impegno: con un contributo valutato tra i 3,5 e i 4,6 miliardi di lire dell’epoca, la Jugoslavia è stato il terzo donatore internazionale, preceduta soltanto da Stati Uniti e Austria. Il sostegno jugoslavo alla popolazione friulana si concretizzò soprattutto in opere permanenti: il governo federale e la Repubblica di Slovenia costruirono 90 edifici antisismici distribuiti in nove comuni del cratere (tra cui Lusevera, Taipana e San Pietro al Natisone), oltre a strutture comunitarie come la “Casa della Cultura” a Prato di Resia, la palestra-sala parrocchiale di Liessa e il campo sportivo di Travesio.
Zavidovići, la città del legno, e la ricostruzione friulana
Ma torniamo alle Krivaja: per capire da dove venivano quelle casette simili a chalet di montagna, occorre spostarsi a Zavidovići, una città di 40.000 abitanti che si trova proprio lungo il corso del fiume Krivaja, là dove confluisce nella Bosna. Le origini dello stabilimento che le produceva risalgono alla fine dell’Ottocento, quando sotto l’Impero Austro-Ungarico la ditta triestina Morpurgo-Parente avviò in questa zona una segheria per sfruttare i fitti boschi di abeti e faggi della zona. Agli italiani seguirono poi gli imprenditori austriaci Eisler e Ortlieb fino al 1949, quando quel primo nucleo industriale si sviluppò fino a diventare uno dei più grandi complessi industriali o kombinat socialisti dell’Europa orientale.
Negli anni d’oro, la Krivaja (come era stata rinominata in epoca jugoslava e come si chiama ancora oggi) dava lavoro a circa 12.000 persone. E non era soltanto un impianto industriale, ma la colonna portante dell’intera vita comunitaria della cittadina e dei dintorni. Infatti, oltre a produrre mobili e prefabbricati che venivano esportati in tutto il mondo, la ditta gestiva scuole di formazione professionale, sosteneva società sportive e organizzava persino i soggiorni estivi al mare per i figli e le figlie dei propri operai.
L’antica segheria a Zavidovići © Krivaja Homes
Facendo un salto in avanti nel tempo fino al 1976, quando l’amministrazione regionale del Friuli-Venezia Giulia avvia i contatti istituzionali con Belgrado per reperire alloggi d’emergenza: la Krivaja si presenta come uno dei principali produttori di moduli abitativi prefabbricati dell’intera federazione. Oltre ai moduli ricevuti come donazione diretta, la regione italiana acquista più di 1000 casette prefabbricate Krivaja che andavano dai 25 ai 55 metri quadri: le più piccole erano composte da un soggiorno con cucina, una camera e un bagno, mentre le più grandi avevano una camera in più.
E dalla Bosnia non partirono soltanto il legno e gli altri materiali da costruzione, ma anche squadre di operai specializzati inviate direttamente dalla ditta per curarne il montaggio una volta giunti a destinazione. Le casette di fabbricazione jugoslava registrarono subito un gradimento straordinario da parte delle persone residenti e dei sindaci per l’estetica gradevole, l’eccellente durabilità, la funzionalità e la facilità di posa. Soprattutto se confrontate con altri modelli, dato che gli appalti furono necessariamente diversi per coprire le esigenze di migliaia di famiglie rimaste senza un tetto.
Cosa rimane oggi delle Krivaja
I prefabbricati vennero distribuiti durante l’inverno e la primavera 1976-77 in diversi punti strategici della ricostruzione: Gemona accolse la concentrazione più numerosa con 850 casette, Buja e Osoppo ricevettero rispettivamente 100 e 62 unità, mentre a Dogna ne arrivarono 40. In particolare, nella frazione di Chiutmartin venne realizzato un vero e proprio “villaggio Krivaja” in cui molte delle abitazioni costruite allora sono visibili ancora oggi. Infatti, nonostante fossero state concepite per rispondere a un’emergenza temporanea, la qualità costruttiva delle casette made in Bosnia ha permesso loro di resistere per mezzo secolo.
La grande fabbrica di Zavidovići ha attraversato periodi complessi: ha resistito con tenacia alla sanguinosa guerra degli anni Novanta (durante la quale le maestranze lavoravano comunque per preservare gli impianti) ma ha subito i contraccolpi di una non facile privatizzazione post-bellica che ha portato anche alla perdita di parte degli archivi storici. Ciononostante, il ramo produttivo delle case in legno ha saputo ripartire, riuscendo anche a non dimenticare la lunga storia dell’azienda.
Come ci ha confermato anche Saša Tadić, attuale addetto alle vendite internazionali di Krivaja: “le persone a Zavidovići hanno ricordi affettuosi della fabbrica durante l’ex Jugoslavia: era il cuore dello sviluppo della nostra città, attirando persone e contribuendo molto alla crescita. Direi che abbiamo mantenuto il calore, la dedizione e la professionalità dei tempi d’oro, pur modernizzando continuamente i nostri sistemi costruttivi per rispondere agli standard internazionali odierni. Oggi è bello parlare con i colleghi più esperti, molti si avvicinano alla pensione: la loro passione, maestria e orgoglio nel lavoro restano qualcosa di molto importante”.
Villaggio Krivaja, a Dogna in provincia di Udine (da Google Maps)