Francesco, il santo che si abbassa
Domenikos Theotokopoulos, detto El Greco, "San Francesco d'Assisi in meditazione", 1595 circa, Art Institute of Chicago (CC0)
La sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola, Francesco d'Assisi accoglie quella che nel Cantico delle creature ha chiamato "sorella nostra morte corporale". Per il computo liturgico il nuovo giorno è già cominciato al tramonto, con i vespri: per questo la Chiesa cattolica lo ricorda il 4 ottobre. Ottocento anni dopo quella data torna a essere festa nazionale della Repubblica Italiana, come era già avvenuto tra il 1958 e il 1977, in base a una legge che richiama "i valori della pace, della fratellanza, della tutela dell'ambiente e della solidarietà". È il Francesco che tutti crediamo di conoscere: quello che parla agli uccelli, ammansisce il lupo e incontra il sultano. Ma è davvero lui? È la domanda da cui muove Il mondo secondo Francesco d'Assisi (il Mulino, collana "Biblioteca storica", 2026), il libro con cui Antonio Musarra, docente di storia medievale alla Sapienza Università di Roma, sceglie di confrontarsi con una delle figure più raccontate (e forse fraintese) della storia occidentale.
Come per il precedente volume dedicato ai Magi e alla stella, anche questo studio nasce da un'esperienza personale: il ricordo di un cammino attraverso i monti dell'Appennino umbro che diventa l'occasione per tornare a interrogarsi sulla figura di Francesco. Ne nasce un testo che intreccia ricerca e alta divulgazione con una riflessione personale sull'enigma di un uomo la cui vicenda continua da secoli a produrre interpretazioni, immagini e domande. "Il libro nasce dall'urgenza di tratteggiare una figura aderente alle fonti, facendola dialogare con l'immaginario che alberga nelle coscienze ma restituendole anche una maggiore complessità", spiega lo storico.
“ I suoi scritti restituiscono un Francesco più complesso dell’immagine consegnataci dall'immaginario contempraneo
La scelta di metodo è netta: lasciare la parola allo stesso Francesco. "Un'operazione più rara di quanto si pensi: leggere direttamente i suoi scritti, la maggior parte dei quali poco noti al grande pubblico. Di qui il titolo". Non solo il Cantico, dunque, ma anche le lettere, la Regola, le Admonitiones, le preghiere; un corpus di una trentina di documenti dal quale emergono due pilastri concettuali capaci di scardinare l'immagine corrente del santo. Il primo è la minoritas – “non povertà, equivoco in cui cade anche Dante”, avverte Musarra. Il XII e il XIII secolo sono pieni di movimenti pauperistici, a cominciare dai valdesi, mentre la minorità è "la sequela di Cristo: non soltanto del Gesù-uomo, itinerante e povero, che esorta alla conversione, ma anche del Gesù-Dio. Il Verbo che, nell'inno della Lettera ai Filippesi, si svuota di sé nella kenosis, la discesa, e si umilia facendosi uomo". L’invito ai frati a essere subditi omnibus, sottomessi a tutti, più che un precetto morale è dunque anzitutto l’esortazione a imitare quell'abbassamento divino.
Minoritas ed eucaristia
Francesco compie però un passo ulteriore, invitando i frati a contemplare "l'umiltà di Dio" sull’altare. È il secondo punto, forse il più spiazzante per il lettore di oggi: Francesco è prima di tutto il santo dell'eucaristia. "Per comprenderlo occorre tornare al novembre 1215, quando il IV Concilio Lateranense definisce il dogma della transustanziazione e afferma la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino – spiega Musarra –. La definizione ha effetti profondi sulla vita religiosa: il XIII secolo sarà quello dei miracoli eucaristici, dell'elevazione dell'ostia, della cosiddetta ‘comunione oculare’". Tra le altre cose il Concilio stabilisce anche che i fedeli debbano comunicarsi almeno una volta all'anno, dando all'eucaristia una centralità crescente. E Francesco nei suoi scritti raccomanda continuamente il rispetto per l'ostia, dalle parole della consacrazione ai luoghi nei quali essa è conservata: "In un certo senso è figlio del Concilio”, sintetizza lo storico.
Basilica superiore di San Francesco d’Assisi, 2010. Foto: Sergio D’Afflitto (CC BY-SA 3.0).
In questa luce va riletto anche Greccio: non semplicemente il "primo presepe" della tradizione, ma qualcosa di più denso e profondo. Tommaso da Celano racconta che nella notte di Natale del 1223 il sacerdote celebra la messa utilizzando una mangiatoia (praesepium) come altare: l'identità tra l'ostia consacrata e il Bambino che sta per nascere è dichiarata nella scena stessa. "Francesco parla questo linguaggio – osserva Musarra –. Credo si sia messo in testa di comunicare una verità teologica, la transustanziazione, con il suo stile efficace e diretto, capace di arrivare a tutti. Ed è questa la cifra fondamentale degli ultimi dieci anni della sua vita".
Se questa è la trama che emerge dagli scritti, occorre allora ripensare anche l’immagine di Francesco consegnata alla sensibilità contemporanea, che “più che corrispondere alla realtà del suo tempo è il frutto della progressiva desacralizzazione che attraversa il Novecento”. Durante il fascismo il santo viene trasformato anche in figura nazionale, con un ruolo centrale di Arnaldo Fortini, podestà di Assisi e protagonista delle celebrazioni del 1926 per il settimo centenario della morte: fino al 1939, quando il santo viene proclamato patrono d'Italia. In seguito negli anni Sessanta e Settanta la contestazione ci consegna il Francesco pacifista: dal creato si passa alla natura e prende forma il santo amico di tutti gli esseri viventi, figura traducibile in sensibilità e culture diverse. "Una costruzione assolutamente a fin di bene, di cui il mondo aveva bisogno – osserva Musarra –. L'importante è esserne consapevoli: più lo siamo, più capiamo l'importanza e l'originalità di Francesco rispetto al suo tempo". E forse anche al nostro, sembra suggerire il successo del recente viaggio di papa Leone XIV in Francia, che ha registrato la partecipazione di decine di migliaia di giovani. Proprio nel Paese che ha dato il nome al santo di Assisi, e che più di altri ha fatto della laicità un tratto della propria identità, ha destato stupore il risveglio di interesse per la fede cristiana, non solo come ricerca spirituale ma anche attraverso forme concrete di appartenenza.
“ Per Francesco minoritas significa seguire Cristo fino all’abbassamento: una prospettiva che lega la sua spiritualità anche al cuore della fede eucaristica
Sorella morte e lo stile francescano
Anche sul congedo dal mondo le fonti restituiscono un Francesco diverso da quello dell'immaginario comune: “più che della morte corporale Francesco è preoccupato della seconda morte”, spiega Musarra. È l'orizzonte escatologico del Cantico: beati quelli che la morte troverà nella volontà di Dio, perché "la morte secunda no 'l farrà male". La stessa tensione si legge nel tau con cui Francesco firma alcuni documenti, come nella chartula autografa donata a frate Leone: l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico, segno che nel libro di Ezechiele viene tracciato sulla fronte dei salvati e che poi torna nell’Apocalisse. La comunità a cui pensa Francesco, ponendosi alla sequela di Cristo secondo la forma del Vangelo, cioè secondo la forma dell'abbassamento, ha una meta precisa: non la prima morte, ma la sconfitta della seconda. Nel Duecento torna con forza il tema della resurrezione della carne, del corpo che si ricongiunge all’anima: è il secolo delle stimmate – quelle ricevute da Francesco alla Verna nel 1224, primo caso del genere documentato –, ma anche del culto di reliquie come la Sacra Cintola di Prato, legato dalla tradizione all’Assunzione corporea della Vergine. "Francesco guarda a questo orizzonte – conclude lo storico –. Per questo può chiamare la morte sorella: perché porta alla vita eterna".
Cosa direbbe allora Francesco di una festa nazionale in suo onore? “Non avrebbe certamente aspirato a tanto – sorride Musarra –. Nella sua ottica di nascondimento e di imitazione di Cristo avrebbe cercato altre vie”. Eppure proprio quell'atteggiamento di sottomissione oggi può forse parlare anche a un mondo laico. "Chiunque lo incontrasse restava colpito dalla sua mitezza, e insieme dalla fermezza della sua parola. Come quando va dal sultano: proclama la propria fede e la propria visione del mondo, ma con uno stile mite, ripudiando la forza, convincendo con l'esempio e con la parola". Uno stile di relazione che passa dal riconoscimento dell'altro e dall'umiltà, senza rinunciare alla propria identità. Non il santo dunque che benedice le nostre buone cause, ma un uomo che chiede qualcosa di più scomodo: abbassarsi. “In un’epoca che sembra andare in tutt'altra direzione, forse si potrebbe imparare proprio da Assisi a costruire un altro tipo di relazioni: umili, rispettose e non interessate”. Abbassamento dell’ego e fermezza nei principi: un esempio non proprio banale per la società e il mondo di oggi.