SOCIETÀ

Giornata mondiale per la libertà di stampa. Perché è fondamentale difendere il giornalismo

Mohammed Samir Washah, corrispondente di Al Jazeera a Gaza, ucciso l’8 aprile per l’attacco mirato di un drone sulla sua macchina. Amal Khalil, reporter libanese del giornale locale Al-Akhbar, uccisa il 22 aprile da un attacco aereo israeliano contro un edificio in cui si era rifugiata qualche ora prima. Sono solo gli ultimi due di una lunga lista di giornalisti uccisi in zone di conflitto. Ci sono poi i giornalisti uccisi in paesi non sicuri, quelli minacciati dai governi e quelli nel mirino della criminalità organizzata, così come quelli che sono oggetto di minacce anche da parte di quelle che sono considerate rispettabilissime aziende, industrie, multinazionali, per aver fatto il proprio dovere e aver denunciato violazioni di leggi ambientali, di diritti del lavoro e via dicendo. 

Quest’anno più che mai l’ambizioso titolo della Global Conference organizzata da UNESCO il 4-5 maggio a Lusaka, in Zambia, in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa che ricorre oggi, 3 maggio, suona quasi pretenzioso, visto il contesto globale: Shaping a future at peace. In realtà, ci dice UNESCO, il concetto è proprio quello. La libertà di stampa non è un vezzo, è una delle componenti centrali dei sistemi democratici. Non a caso, qualunque regime autoritario lavora prima di tutto per controllare l’informazione e reprimere qualunque forma di dissenso, anche informativo. 

E purtroppo, ci dice UNESCO, la libertà di espressione nel mondo si è ridotta, utilizzando una serie di indicatori inseriti nel World Trends Report in Freedom of Expression and Media Development, del 10% dal 2012, in poco meno di 15 anni. Una regressione, sottolinea l’organizzazione, “comparabile per scala ai periodi più instabili del XX secolo (Prima e Seconda guerra mondiale, Guerra fredda).” E se le ragioni di questa regressione sono molteplici, dall’aumento dei conflitti globali (più di 60 attivi nel mondo oggi) alle campagne di disinformazione orchestrate da soggetti diversi, inclusi vari governi, che mirano a minare la fiducia e pongono rischi per la sicurezza nazionale e internazionale, fino alla contrazione attiva degli spazi democratici con un aumento di quasi il 50% degli sforzi per controllare i media e restringere appunto la libera informazione. 

Quasi a corollario, proprio la Global Conference finisce al centro di una vivace discussione pubblica, perché negli stessi giorni e sempre a Lusaka, doveva tenersi il RightsCon, summit globale sui diritti umani nell’era digitale. Invece, per decisione del governo di Lusaka, a pochi giorni dall’inizio, RightsCon viene cancellata, per motivi che paradossalmente sembrano andare proprio nella direzione di una richiesta di maggior controllo da parte del paese africano rispetto ai temi e ai partecipanti che dovevano riunirsi. Le reazioni si stanno facendo sentire ovunque, come è evidente da questo post Ig del Pulitzer Center.

Ha senso rileggere Joseph Pulitzer oggi?

Potremmo andare avanti, ma non sono discorsi nuovi. Ne abbiamo già parlato anche qui, su questo giornale, in diverse occasioni. La stampa è sempre più sotto attacco. Gli spazi di approfondimento, verifica, inchiesta, cronaca coraggiosa, si restringono giornalmente. 

I metodi sono diversi: dall’uccisione diretta dei giornalisti, come ha fatto e continua a fare, ad esempio, il governo israeliano con una campagna tremenda nei confronti delle giornaliste e giornalisti palestinesi, con attacchi mirati denunciati da tutte le organizzazioni internazionali, o quello russo nei confronti dei giornalisti ucraini così come di quelli dissidenti nel proprio paese, alla situazione di estremo rischio in cui lavorano molti colleghi in paesi ad alto tasso di corruzione e di controllo da parte della criminalità, come succede in diversi paesi sudamericani. 

Ma anche attraverso un uso molto disinvolto delle querele temerarie, le cosiddette SLAPPS (Strategic Litigation Against Public Participation), che rendono sempre più difficile il lavoro dei giornalisti indipendenti, costringendoli a trascorrere molto tempo e a impiegare risorse che non hanno a difendersi da accuse spesso pretestuose, il cui unico obiettivo è zittire l’informazione. L’Italia è uno dei paesi europei con più alto numero di SLAPPS, secondo il report di CASE, la Coalizione contro le SLAPPS che da un lato monitora i dati e dall’altro preme per l’adozione della direttiva europea che dovrebbe regolamentare l’uso di questo strumento evitandone un utilizzo meramente vessatorio.  

Insomma, le condizioni al contorno rendono questo mestiere difficile e pericoloso in molti casi. 

Non parliamo qui di chi gode di una rendita di posizione e sceglie, più o meno volontariamente, di tradire il mandato etico di questo lavoro, che ci obbliga a fare informazione sempre e comunque in coscienza, a non rinunciare mai a dare una notizia o ad approfondire un tema di pubblico interesse quando lo incrociamo, e a farlo sempre e comunque dalla parte del pubblico e non da quella dei potenti di turno. 

Perché questo è il giornalismo. Non un amplificatore della voce di chi comanda, di chi gestisce, di chi vuole controllare il mondo. Al contrario, il giornalismo, quello degno di questo nome, è un'operazione continua di controllo del potere, di analisi delle politiche e del loro impatto, della gestione dei fondi, delle scelte sui territori e via dicendo. 

Il giornalismo, degno di questo nome, è ancora quello che veniva descritto da Joseph Pulitzer in un famoso discorso in cui spiegava i fondamenti della sua idea di professionalizzare il giornalismo attraverso la costruzione di una scuola di formazione dedicata, quella che ancora oggi è una delle principali istituzioni nel campo, la Columbia Journalism School, avviata nel 1912, dopo la morte del suo promotore. Ci teniamo a sottolineare che Joseph Pulitzer era un giornalista, editore, poi imprenditore di successo e perfino politico, non un attivista estremista. Tanto che pure lui, in più di un’occasione, promosse un giornalismo talora sensazionalista e non sempre limpido. Eppure, nell’ideare la scuola e ragionare sulla professione giornalistica, Pulitzer mise le basi per quello che rimane, oggi, il quadro di riferimento etico e deontologico del giornalismo.

In quel discorso, Pulitzer sottolinea che chi lavora come giornalista deve essere una persona “di tale provata integrità da essere al di sopra del sospetto di scrivere contro le proprie convinzioni. Deve essere conosciuta come persona che preferirebbe dimettersi piuttosto che sacrificare i propri principi a qualsiasi interesse economico.“ 

E ancora, aggiunge qualche pagina più in là, in una sezione dedicata all’etica, “Senza ideali etici un giornale, per quanto prospero e capace di intrattenere, non solo è privato delle proprie splendide possibilità di servizio pubblico, ma può diventare un vero e proprio pericolo per la comunità.” 

Parole ben attuali, se ci pensiamo. Oggi l’ecosistema mediatico si è ben complicato, ma i principi dovrebbero rimanere cristallinamente gli stessi. “Oltre la conoscenza, oltre le notizie, oltre l’intelligenza, il cuore e l’anima di un giornale risiedono nel suo senso morale, nel suo coraggio, nella sua integrità, nella sua umanità, nella sua simpatia per gli oppressi, nella sua indipendenza, nella sua devozione alla sfera pubblica, nella sua tensione nel voler rendere un servizio pubblico. Senza ciò, ci possono essere giornalisti intelligenti, ma mai un giornalista davvero grande o onorabile.”


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Ha senso oggi, più che mai, rileggere queste parole, di fronte alla contrazione dello spazio e del senso profondo di questo mestiere, che pure è invece difeso con coraggio e con tanta passione da migliaia e migliaia di persone che lo praticano in tutto il mondo affrontando rischi e spesso anche condizioni lavorative estremamente precarie e ben poco confortevoli. Soprattutto al di fuori delle testate e delle redazioni più tutelate che non sempre poi onorano questo fondamentale mandato.

Di seguito, una piccola selezione di risorse e di link, di approfondimenti e di storie che possono aiutarci a capire i dati preoccupanti e terribili sullo stato della libertà di stampa nel mondo e anche nel nostro paese.

In Italia, contrariamente a quanto dichiarato dalla presidente del Consiglio in occasione della conferenza stampa di inizio anno, lo scorso 9 gennaio, in cui ha sottolineato l’impegno del suo governo in favore della libertà di stampa quale presupposto fondamentale per la democrazia, l’indice della libertà di stampa redatto annualmente da Reporters sans frontières ci posiziona al 56esimo posto, con una caduta netta dal 49esimo posto dello scorso anno, già un dato di cui essere assai poco contenti. 

Oltre ai dati, però, contano i progetti, le storie e anche le iniziative e le reti che si muovono per difendere e anzi ampliare e rafforzare la stampa indipendente. E alcuni di questi progetti si basano, moltissimo, anche sul supporto del pubblico, delle comunità, delle persone che al giornalismo serio attribuiscono un valore enorme e che non rinunciano dunque ad attivarsi per difenderlo. 

World Press Freedom Index. Il rapporto annuale di Reporters sans frontières che misura l’evoluzione della libertà di stampa in 180 paesi del mondo. Con dati, infografiche e analisi sulle cause. E una scheda dedicata interamente all’Italia

Committee to Protect Journalists - CPJ. Un'organizzazione internazionale che lavora per garantire la sicurezza dei giornalisti e per promuovere la libertà di stampa. CPJ lavora attraverso tre linee di azione: advocacy, promuovendo una cultura della libertà di stampa e facendo lobby positiva presso governi e organizzazioni per garantire i diritti dei giornalisti e dei media; awareness, documentando con dati e storie gli attacchi ai giornalisti; assistance, mettendo a disposizione risorse e strumenti per aiutare i giornalisti sotto attacco. 

2025 Report: SLAPPs in Europe – Democracy in the Dock. Il report pubblicato nel gennaio di quest’anno dalla Coalizione europea contro le SLAPPS. La documentazione è prodotta ogni anno dalla Daphne Caruana Galizia Foundation (vedi sotto), e anno dopo anno tiene traccia delle nuove querele temerarie nei paesi europei, oltre a dare conto dell’attuazione della direttiva europea  anti-SLAPP approvata a maggio 2024, e che dunque dovrebbe essere recepita dai paesi membri, inclusa l’Italia, entro il 7 maggio di quest’anno. Sappiamo già che la mera trasposizione della direttiva andrà a tutelare solo le azioni civili transfrontaliere, lasciando di fatto senza protezione oltre il 90% dei casi di SLAPP in Italia. Per questo è nata una campagna promossa da CASE Italia che chiede al governo di tenere conto anche delle Raccomandazioni integrative dell’Ue (2022/758) e del Consiglio d’Europa (CM/Rec(2024)2), che invitano gli stati a prevedere misure di protezione dei bersagli di SLAPP integrando la direttiva e garantendo un’efficace tutela di giornalisti, attivisti e cittadini impegnati nell’interesse pubblico. In particolare, la campagna chiede che le garanzie procedurali previste per i casi tranfrontalieri siano estese anche ai casi nazionali e che sia introdotto un limite massimo dell’entità delle richieste economiche di risarcimento, anche prevedendo sanzioni proporzionate per scoraggiare chi utilizza in modo seriale e fallace l’azione temeraria, oltre a prevedere che l’onere della prova ricada su chi ricorre e non sul bersaglio dell’azione temeraria.  Un tema, quello delle SLAPPS, su cui torneremo dopo il recepimento della direttiva. La questione del tetto di richiesta è in ogni caso chiave, perché esiste una reale sproporzione tra le richieste e le risorse economiche che i giornalisti e le testate, soprattutto quelle indipendenti, hanno a disposizione per far fronte a queste tutele. Una richiesta esosa può significare la chiusura della testata anche al di là dell’esito della procedura legale. 

Forbidden Stories. Una piattaforma francese nata con l’idea di portare avanti le inchieste e il lavoro dei giornalisti che sono stati uccisi o comunque messi in condizione di non procedere nel proprio lavoro. Oltre a raccontare, e portare a compimento, diverse inchieste premiate a livello internazionale, Forbidden Stories lavora molto sulla sicurezza dei giornalisti stessi, attuando protocolli, formazione e strumenti per una comunicazione che non li esponga a rischi, come il SafeBox Network. Tra i lavori che raccontano specificamente gli attacchi ai giornalisti c’è il progetto Viktoriia, in cui si racconta in modo dettagliato la detenzione e poi l’uccisione della giornalista ucraina Viktoriia Roshchyna, morta in una prigione russa nell’ottobre 2024, dopo essere stata deportata e torturata per mesi mentre lavorava a un’inchiesta nella zona di Zaporizhzhia per raccontare le storie dei civili ucraini rapiti e detenuti illegalmente dai russi. E c’è un progetto interamente dedicato ai giornalisti palestinesi uccisi dal governo israeliano nel corso del conflitto iniziato dopo il 7 ottobre 2023, il Gaza project. Il conteggio riportato in quest’ultimo progetto, aggiornato a marzo 2025, è purtroppo ormai assai datato. I giornalisti uccisi in Palestina infatti non sono più 170, ma secondo il CPJ sono oltre 260.

Daphne Caruana Galizia Foundation. La Fondazione che prende il nome dalla giornalista maltese assassinata il 16 ottobre 2017, con una bomba messa sulla sua auto, per il suo continuo e coraggioso lavoro di inchiesta e denuncia nei confronti delle autorità del suo paese. La fondazione ha lanciato da poco un proprio media indipendente e lavora in connessione con altre organizzazioni, sia per promuovere il giornalismo indipendente che in difesa della libertà di stampa e per la protezione dei giornalisti da sorveglianza e pressioni statali. 

Investigative Center of Ján Kuciak (ICJK)Una organizzazione non profit che è stata fondata dopo l’omicidio del giornalista slovacco Ján Kuciak e della sua compagna Martina Kušnírová il 21 febbraio 2018, per portare avanti il suo lavoro. Nello specifico, l’inchiesta su cui stava lavorando Kuciak aveva rivelato connessioni tra la 'Ndrangheta calabrese e le elite politiche slovacche. 

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