Gran Chaco, la foresta che brucia per la pelle di lusso
REUTERS/Agustin Marcarian
Tra Paraguay, Argentina e Bolivia si estende il Gran Chaco, un mosaico di foreste spinose, savane e zone umide; una trincea viva che brucia a velocità crescente, storicamente condannata a una cronica invisibilità. Seconda foresta più grande del Sudamerica, ma molto meno conosciuta dell’Amazzonia, subisce uno dei tassi di deforestazione più rapidi del pianeta. Secondo i dati del satellite Landsat della NASA e gli studi dell’Università del Maryland, il Paraguay ha perso quasi 4,4 milioni di ettari di foresta tra il 1987 e il 2012. Un processo guidato dalla filiera della pelle, che passa per le mani delle grandi industrie italiane e incide direttamente sulla sopravvivenza dell’ultimo popolo incontattato fuori dal bacino amazzonico: gli Ayoreo Totobiegosode.
I leader Ayoreo Porai Picanerai e Darajidi Rosalino Picanerai sono arrivati tra Roma e Milano per denunciare il genocidio silenzioso del loro popolo. Dai banchi del Comitato per i diritti umani della Camera fino ai corridoi del Vaticano e del Ministero degli Affari Esteri, la loro voce chiede giustizia: “La nostra gente vive su un’isola di foresta che si rimpicciolisce ogni giorno. Abbiamo paura, in fuga costante dal rumore delle scavatrici”.
La foresta è sistematicamente rasa al suolo con un approccio brutale e opporsi significa mettere a repentaglio la propria vita. Il Chaco perde vegetazione nativa al ritmo di circa un campo da calcio al minuto. Il motore di questa distruzione è l’allevamento di bestiame. Il Paraguay è oggi tra i primi dieci esportatori di carne bovina al mondo e la pelle è il ‘sottoprodotto’ di lusso che garantisce la tenuta dei bilanci degli allevamenti: senza i ricavi derivanti dal cuoio, infatti, molte aziende zootecniche situate in zone remote non avrebbero profitti sufficienti a giustificare i costi di gestione, rendendo l’abbattimento della foresta economicamente insostenibile.
“ Il Chaco perde vegetazione nativa al ritmo di circa un campo da calcio al minuto
In questa scacchiera, l’Italia occupa un ruolo centrale, in quanto principale destinazione mondiale delle pelli paraguaiane. Riceve oltre la metà delle esportazioni globali del Paese, che confluiscono nel distretto conciario di Arzignano e in altre eccellenze del Nord Italia per servire i giganti dell’automotive come BMW, Porsche e Ferrari, o i grandi nomi dell’arredamento.
Gli Ayoreo Totobiegosode, i custodi ancestrali del Chaco, sono l’ultimo gruppo indigeno in isolamento volontario in America Meridionale, al di fuori dell’Amazzonia. Per loro, la foresta è “Eami”, che significa sia mondo che casa: la selva non è una risorsa né uno spazio da gestire; è l’unico mondo possibile. Il popolo di Rosalino Picanerai si nutre solo di ciò che trova nella foresta e ha scelto di restare in isolamento per sfuggire alle dinamiche del mondo occidentale, ma ora è circondato. Poche decine di persone costrette a rifugiarsi in una manciata di macchie verdi scure immerse in un oceano di terra marrone e grigia, dove i bulldozer hanno rimosso ogni traccia di vita vegetale per fare spazio ai recinti. Le immagini satellitari sono spietate.
Il contatto forzato con i coloni è fatale. Senza difese immunitarie contro le malattie esterne e costretti ad abbandonare le proprie fonti di cibo e acqua — fiumi e lagune sono contaminati dal bestiame o prosciugati per l’irrigazione — gli Ayoreo che sopravvivono alla distruzione della foresta si ritrovano nella miseria estrema, spesso costretti a lavorare in condizioni disumane negli stessi allevamenti che hanno distrutto la loro casa.
Le inchieste condotte dalla ONG britannica Earthsight hanno tracciato il percorso del cuoio. Il pellame proveniente dagli allevamenti che operano all’interno dei territori indigeni paraguaiani confluisce nelle concerie europee. I dati più recenti mostrano che l’82% delle esportazioni paraguaiane verso l’Italia proviene ancora da esportatori legati al land grabbing — l’accaparramento delle terre — e alla deforestazione illegale. Grandi aziende di trasformazione alimentare come Minerva Foods e Frigorífico Concepción sono state accusate da Global Witness di essere fornite da allevamenti responsabili di aver deforestato oltre 75.000 ettari del Chaco tra il 2021 e il 2023. Parte di questo business alimenta anche la produzione globale di collagene, venduto nei mercati di massa come Amazon e Costco.
Le eccezioni sono poche: nel 2023, a seguito di un intenso dialogo con Survival International, il gruppo italiano Pasubio – leader nel settore dell’automotive – ha annunciato la decisione di rinunciare ad acquistare pellame da fornitori legati alla minaccia delle foreste Ayoreo. In un panorama dove la tracciabilità è ancora un miraggio, resta uno dei pochissimi esempi concreti di responsabilità aziendale, in cui l’impresa arriva prima della legge.
La visita dei leader Ayoreo in Italia avviene in un momento di scontro politico a Bruxelles. L’Unione Europea ha varato il Regolamento contro la deforestazione (EUDR), una legge che dovrebbe vietare l’importazione di prodotti come cacao, caffè, gomma, soia, legno, olio di palma e pelle provenienti da terre deforestate dopo il 31 dicembre 2020. Ma nonostante la legge sia già approvata, la lobby europea della pelle sta esercitando pressioni forti per ottenere una revisione o un rinvio della sua applicazione, sostenendo che la pelle sia solo uno scarto della carne che altrimenti finirebbe in discarica.
Le prove sul campo smentiscono questa narrazione: la vendita delle pelli rappresenta una fetta fondamentale delle entrate per il mercato del bestiame e sono spesso il pilastro della sostenibilità economica degli allevamenti. Secondo gli Ayoreo e le associazioni ambientaliste, includere la pelle nel regolamento EUDR è essenziale se si vuole far fronte al problema, obbligando per esempio i produttori a mappare i propri fornitori tramite coordinate GPS, garantendo che i loro sedili in pelle o i capi di alta moda non abbiano comportato l’abbattimento di un pezzo di Gran Chaco.
Oltre a un dramma culturale e umanitario, il collasso del Chaco è un disastro ecologico. La foresta secca è un serbatoio di carbonio e quando viene abbattuta la CO2 immagazzinata nel legno e nel suolo viene rilasciata nell’atmosfera. La perdita di vegetazione sta già rendendo il clima paraguaiano più fragile: la capacità del terreno di assorbire l’acqua è diminuita, portando a inondazioni violente e siccità prolungate. Si prevede che la crisi climatica, unita alla pressione diretta delle attività umane sul territorio - deforestazione e sovrasfruttamento delle risorse, porterà a una riduzione della produttività agricola del Paraguay fino al 43% entro la fine del secolo: un paradosso crudele per un Paese che sta distruggendo le proprie difese naturali proprio per espandere l’agricoltura e l’allevamento.
Inoltre, il Chaco ospita una biodiversità straordinaria: oltre 3.400 specie di piante, 500 specie di uccelli e mammiferi come il giaguaro, il puma e il formichiere gigante. La frammentazione dell’habitat riduce queste specie in minuscole ‘isole’ biologiche, rendendole vulnerabili agli incendi, che nel Chaco sono aumentati di intensità a causa della siccità e della pratica del debbio, ossia incendiare la foresta per ripulire i pascoli.
Gli Ayoreo hanno chiesto all’Italia di guardare in faccia la realtà della globalizzazione: un mondo dove un acquisto a Milano può cancellare, in un istante, una cultura millenaria che ha scelto il silenzio della foresta come unica forma di libertà e resistenza. Come ha ricordato Rosalino Picanerai uscendo dal Vaticano: “i fiumi non trasportano solo acqua, trasportano la memoria delle foreste perdute”. Nel caso del Paraguay, questa memoria è impressa indelebilmente sul cuoio delle nostre automobili e delle nostre borse.
I leader indigeni sono tornati in Paraguay con una promessa di attenzione da parte delle istituzioni italiane, consapevoli che la loro battaglia si sposta sempre più nei tribunali e nei parlamenti dell’Occidente. Lo slogan “Non sulla nostra pelle” rappresenta il J’accuse a un sistema dove il prezzo di un abitacolo confortevole è una terra spogliata dalla vita e un popolo che sprofonda nel fango nel tentativo di difenderla. La filiera della pelle che attraversa Paraguay, concerie europee e industria dell’automotive dimostra come le decisioni prese da aziende, consumatori e legislatori europei abbiano effetti diretti sulla sopravvivenza di ecosistemi e popolazioni indigene a migliaia di chilometri di distanza.
La capacità dell’Europa di regolamentare le proprie catene di approvvigionamento incide direttamente sulla conservazione delle foreste di tutto il mondo. Solo chiudendo i mercati dell’Unione ai prodotti legati alla deforestazione l’Europa può diventare da motore di estinzione a strumento di tutela per le culture millenarie e la biodiversità del pianeta.