Groenlandia, la Danimarca risarcirà le donne vittime della contraccezione forzata
La Primo Ministro danese Mette Frederiksen e il Primo Ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen ad un incontro con le vittime a Nuuk - Ritzau Scanpix/Mads Claus Rasmussen
Più di cinquant'anni dopo l'inizio della cosiddetta Spiralkampagnen, la campagna di contraccezione condotta dalle autorità danesi in Groenlandia, le donne che subirono l'inserimento di dispositivi intrauterini e altri trattamenti contraccettivi senza aver dato il proprio consenso potranno ottenere un risarcimento dallo Stato danese.
Il Folketing, cioè il parlamento della Danimarca, ha approvato pochi giorni fa una legge che istituisce un indennizzo di 300.000 corone danesi, circa 40.000 euro, per le donne groenlandesi sottoposte senza consenso all'inserimento della spirale o alla somministrazione del contraccettivo iniettabile Depo-Provera nel periodo in cui il sistema sanitario dell'isola era ancora sotto la responsabilità di Copenaghen.
Questo è solo uno degli ultimi passaggi di una vicenda che Il Bo Live aveva raccontato nel marzo 2024, quando 143 donne groenlandesi avevano citato in giudizio proprio lo Stato danese, chiedendo quasi 43 milioni di corone per la violazione dei propri diritti umani.
La vicenda Spiralkampagnen
Per capire però la decisione del parlamento danese dobbiamo fare alcuni passi indietro e ripercorrere la storia. Negli anni Sessanta e Settanta migliaia di ragazze e donne groenlandesi furono sottoposte all'inserimento di dispositivi intrauterini nell'ambito della politica di pianificazione familiare promossa dalle autorità danesi. Entro la fine del 1970 almeno 4.070 donne e ragazze avevano ricevuto una spirale, circa la metà delle groenlandesi nate sull'isola che si trovavano allora in età fertile. Il numero complessivo delle persone coinvolte negli anni successivi non è noto con precisione.
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L'indagine storica indipendente, che è stata pubblicata nel settembre del 2025, ha raccolto le testimonianze di 354 donne diverse, ricostruendo precisamente 488 episodi di contraccezione, 410 dei quali relativi all'inserimento di una spirale. Soltanto in 47 di questi episodi risulta un consenso documentato. Negli altri casi le donne hanno dichiarato di non averlo mai espresso oppure non era stato possibile ricostruire informazioni sufficienti per accertarlo. Alcune delle ragazze coinvolte avevano appena dodici anni.
Ad aggravare un quadro già molto complesso poi c’è anche il fatto che queste non furono solamente delle decisioni individuali, ma avevano un chiaro contesto politico. La politica contraccettiva si inseriva infatti in un tentativo delle autorità danesi di contenere la rapida crescita della popolazione groenlandese e la conseguente pressione sui servizi pubblici. Le conseguenze? Basta guardare il tasso di fertilità. In quegli anni quello dell'isola diminuì drasticamente: da circa sette figli per donna nel 1966 a 2,3 nel 1974.
La storia era tornata alla luce nel 2022 grazie al podcast della radiotelevisione pubblica danese DR Spiralkampagnen. Da allora centinaia di donne hanno raccontato esperienze molto simili: visite mediche durante l'adolescenza, dispositivi inseriti senza una spiegazione adeguata, dolore, sanguinamenti e, in alcuni casi, conseguenze sulla fertilità.
Nel settembre del 2025 poi era arrivato anche il riconoscimento politico. Durante una cerimonia ufficiale a Nuuk, la prima ministra danese Mette Frederiksen aveva presentato le scuse della Danimarca alle donne coinvolte. Non aveva parlato di “errori” compiuti nel passato, ma era stata ben più chiara e diretta. Aveva definito l’accaduto una forma di “discriminazione sistematica” nei confronti delle groenlandesi, alle quali era stato sottratto il diritto fondamentale di decidere del proprio corpo.
Tutta questa storia si conclude nel 1992, questo perché in quell’anno la sanità passò dalla precedente responsabilità danese alle istituzioni autonome groenlandesi. Ma c’è da dire anche che la contraccezione senza consenso non cessò immediatamente con quel passaggio: le autorità sanitarie della Groenlandia sono a conoscenza di almeno 15 episodi successivi e anche il presidente del governo groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, ha presentato le proprie scuse per quanto avvenuto dopo il trasferimento delle competenze.
Una veduta aerea di Nuuk, la capitale della Groenlandia - Quintin Soloviev/Wikimedia Commons
La questione del genocidio
Il risarcimento economico, però, ora non chiude la vicenda. Anzi, proprio mentre il parlamento danese approvava la legge sugli indennizzi, il governo autonomo della Groenlandia, il Naalakkersuisut, ha pubblicato due nuovi rapporti dedicati agli aspetti giuridici e alle violazioni dei diritti umani connesse alla campagna contraccettiva.
Al centro dell'indagine c'era una domanda particolarmente delicata: quanto accaduto alle donne groenlandesi può essere considerato un genocidio?
La questione non è soltanto politica. L'articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio comprende infatti, tra gli atti potenzialmente riconducibili al genocidio, anche “l'adozione di misure volte a impedire le nascite all'interno di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
Imporre contraccettivi a una determinata popolazione può quindi, almeno teoricamente, rientrare nella definizione. Perché si possa parlare di genocidio è necessario però dimostrare anche un altro elemento, molto più difficile da accertare: l'intenzione di distruggere, integralmente o parzialmente, quel gruppo.
Ed è precisamente su questo punto che gli esperti incaricati dal governo groenlandese sono arrivati a conclusioni differenti. Tanto che, dopo dissensi interni al gruppo di lavoro, anziché un unico documento sono stati pubblicati due rapporti separati.
Il primo, firmato dall'avvocato Jonas Christoffersen, già direttore dell'Istituto danese per i diritti umani, e dalla ricercatrice e psicologa Jensine Nedergaard, esclude che vi siano gli elementi per parlare di genocidio. I due studiosi riconoscono che l'inserimento di dispositivi contraccettivi senza consenso, quando effettuato in condizioni coercitive, può teoricamente rientrare nelle condotte previste dalla Convenzione. Ritengono però che non esistano prove empiriche dell'intenzione, da parte dello Stato danese, delle autorità groenlandesi o del personale sanitario, di distruggere in tutto o in parte la popolazione della Groenlandia.
Il secondo rapporto, firmato dall'esperta inuit di diritto internazionale Dalee Sambo Dorough e dalla giurista Miriam Cullen, arriva invece a una conclusione un po’ diversa. Non sostiene che il genocidio sia stato dimostrato, ma considera questa interpretazione ancora una possibile conclusione, che potrebbe essere accertata soltanto da un tribunale dotato della competenza e degli strumenti necessari per esaminare l'insieme delle prove disponibili.
Dorough e Cullen si concentrano in particolare proprio sulla questione della volontà di limitare la crescita della popolazione inuit. Nei documenti esaminati emergono tecniche di forte persuasione nei confronti delle pazienti e casi nei quali la spirale non sarebbe stata rimossa neppure dopo una richiesta esplicita della donna. Secondo le due studiose, inoltre, il medico responsabile della sanità groenlandese sarebbe stato a conoscenza di alcune di queste pratiche e le avrebbe sostenute.
Il problema quindi è proprio il provare a stabilire dove sia il confine tra una politica demografica discriminatoria e l'intenzione, richiesta dalla Convenzione sul genocidio, di distruggere almeno in parte un gruppo etnico.
Una vicenda che va oltre la contraccezione
La Spiralkampagnen si inserisce però anche in un rapporto coloniale che è ben più ampio. La Groenlandia fu colonia danese fino al 1953, quando venne formalmente integrata nel Regno di Danimarca, e solo nel corso dei decenni successivi conquistò progressivamente maggiori forme di autonomia.
Gli stessi Dorough e Cullen sottolineano che un'eventuale valutazione complessiva delle responsabilità danesi dovrebbe considerare anche altre politiche discriminatorie. Tra queste ricordano l'allontanamento di bambini groenlandesi trasferiti in Danimarca per essere educati secondo lingua e cultura danesi, le discriminazioni subite dai figli di donne groenlandesi non sposate e le differenze salariali che per anni favorirono i funzionari danesi rispetto ai colleghi groenlandesi.
Non è casuale che anche la prima ministra danese Mette Frederiksen, nelle scuse pronunciate a Nuuk nel settembre del 2025, abbia inserito la vicenda delle spirali in una storia più lunga di disparità e mancanza di rispetto nei confronti della popolazione groenlandese. “Questo capitolo”, aveva detto, “non è l'unico”.
Ora, dopo la pubblicazione dei due rapporti, il governo autonomo groenlandese ha annunciato la volontà di istituire una Commissione per la verità e la riconciliazione. La legge approvata dal parlamento danese ora intanto riconosce economicamente quanto subito dalle donne. Ma i nuovi rapporti mostrano come la discussione sia tutt'altro che conclusa.