In Groenlandia. Il diario d’amore di Daniela Tommasini
La città di Nuuk in Groenlandia. Foto: Shutterstock
L’odore delle bistecche di narvalo che friggono sul fuoco. La quiete spezzata dal rumore, improvviso, di un iceberg che si frantuma. In lontananza, un qajaq in mezzo al mare, lontano dal fiordo. Sono momenti, esperienze e sensazioni che la geografa culturale Daniela Tommasini conosce molto bene, da quando più di trent’anni fa ha messo per la prima volta piede in Groenlandia.
Da allora, non ha mai smesso di tornarci per motivi di studio e di piacere.
Nel suo libro In Groenlandia. La terra del nulla e del tutto: un diario d’amore (Ponte alle grazie, 2026), Tommasini raccoglie le memorie dei suoi viaggi nell’isola artica dal 1994 al 2025.
L’abbiamo raggiunta a Trieste, dove si trovava per presentare l’opera al Festival Scienza e Virgola, e le abbiamo chiesto come è iniziato il suo amore per questo luogo.
“La prima volta che sono andata in Groenlandia, nell’aprile del 1994, non sapevo nulla di quel posto”, ci racconta. “Ricordo che rimasi folgorata da tutta quella luce emanata dal ghiaccio bianchissimo. Vidi davanti a me uno spazio enorme, che mi sembrava infinito, e pensai che quella fosse una terra del nulla. Poi, man mano che studiavo e conoscevo il posto, mi sono accorta che si trattava piuttosto della terra del tutto: le persone che vivono lì hanno tratto da quel luogo tutto ciò che occorre loro non solo per sopravvivere, ma per vivere, grazie a un grandissimo ingegno e a una straordinaria capacità di adattamento”.
D’altronde, come scrive l’autrice, in Groenlandia è la natura a dettare le regole e gli inuit sono storicamente abituati a leggere i cambiamenti del paesaggio e dell’ambiente, adattandosi di conseguenza.
Lo scopriamo attraverso i racconti di Tommasini, che partecipa in prima persona alle spedizioni di caccia alle foche, impara ad affrontare le bufere di neve e instaura un profondo rapporto di amore per questa terra e le persone che la abitano, con alcune delle quali l’autrice ha stretto vere e proprie amicizie, che il libro segue nel tempo. Ci sembra quasi di vederli, tra gli altri, il cacciatore Viggo e sua moglie Anitse, con la quale Tommasini costruisce un rapporto fatto di gesti, più che di parole. E poi Ane, esperta di lavori tradizionali in perline e pelle di foca, e Gerda, ingegnera, fotografa, libraia dalla mente vulcanica e il cuore grande.
Oltre a loro, moltissimi altri uomini, donne, adolescenti, bambini, a cui attraverso le pagine ci si affeziona, come ai protagonisti di un romanzo. Li vediamo crescere, cambiare, fare nuove esperienze, cambiare casa e lavoro, partecipiamo a matrimoni, malattie, nascite, morti.
“Se sono riuscita a costruire un rapporto con molti abitanti del posto, è anche perché ho raccontato loro di venire da un piccolo comune del Friuli, di non aver potuto parlare la nostra lingua madre (il friulano) a scuola, di aver dovuto lasciare il mio paese per motivi di studio e lavoro”, ci spiega Tommasini. “Naturalmente, le mie vicende non possono essere neanche lontanamente paragonate a quelle delle persone locali, ma mi hanno aiutata a costruire con loro una vicinanza. Trovarmi in una comunità periferica, venendo io stessa da un paese periferico, mi ha legata molto a questo luogo. Fin da subito qui ho sentito qualcosa di familiare”.
Tommasini sorride, poi, ripensando al momento in cui ha smesso di sentirsi un’osservatrice esterna e ha capito di essere stata accettata dalla comunità. “Moltissimi anni fa, stavo camminando in un villaggio e mi venne incontro una signora che avevo già conosciuto, la quale mi disse: ‘da lontano pensavo che fossi una turista, e invece poi ho visto eri tu, Daniela!’ Quello è stato il momento in cui ho capito che qualcosa era cambiato.
Da allora, ce ne sono stati molti altri, come essere invitata ad entrare nelle case anche quando c'erano già ospiti, sentendomi dire ‘anche tu sei famiglia’, ricevere inviti alle feste più importanti (come le cresime, in particolare), trovare facilmente ospitalità anche in villaggi che non avevo mai visitato. Le persone che conoscevo mi dicevano, infatti 'se vai là, cerca questa famiglia, dì loro che ti mando io'; e loro mi aprivano la porta, sapendo che ero amica di amici.
Ormai di amicizie ne ho costruite molte e continuo a farne di nuove. Il mio impegno, d’altronde, è sempre stato quello di coltivare, anche a distanza, i rapporti che ho intessuto”.
In più di trent’anni di viaggi in Groenlandia, Tommasini ha osservato questa terra cambiare profondamente; a partire dal rapporto con il turismo che negli ultimi anni, a suo avviso, “è aumentato in modo esponenziale, soprattutto in certe località, con l'arrivo sempre più frequente di grandi navi da crociera. All'inizio le persone locali erano curiose e aperte: intonavano i canti popolari, indossavano i costumi tradizionali, ne spiegavano il significato. Poi il numero di visitatori è cresciuto, e ci si è resi conto che il loro passaggio non lasciava nulla alla comunità: i souvenir tradizionali fatti di perline, osso e pelli d’animale non erano apprezzati, la cultura locale non veniva davvero approfondita. Di fronte a questi comportamenti di disinteresse (se non, alle volte, di vera e propria maleducazione), l'atteggiamento delle persone locali è cambiato. Per non parlare poi del fatto che le tasse pagate dalle navi da crociera per attraccare vengano riscosse dal governo centrale. Alla comunità locale non rimane praticamente nulla”.
Ai suoi ricordi personali Tommasini alterna nel libro questa e altre riflessioni sui problemi sociali vissuti dalle comunità locali e al difficile rapporto con il governo danese.
In poche decine di anni, l’arrivo degli europei ha infatti trasformato radicalmente una società millenaria. Per quattromila anni gli inuit avevano condotto una vita nomade, costruendo insediamenti laddove il mare e la terra offrivano più risorse. Con la colonizzazione danese, a partire dal Settecento, cambiarono prima le case (dal modello tradizionale alle casette di legno scandinave, fino ai condomini degli anni Cinquanta e Sessanta) poi i ruoli sociali, i rapporti di genere, le credenze. Una trasformazione imposta dall'esterno, spesso con metodi violenti, che ha lasciato ferite profonde ancora oggi visibili.
“Quello con i danesi è stato sempre un rapporto di amore e di ostilità”, spiega Tommasini. “Trovo emblematico il fatto che quando nel 1721 il missionario Hans Egede giunse in Groenlandia alla ricerca dei vichinghi (ormai estinti da qualche secolo) scrisse nel suo diario che, non avendoli trovati, avrebbe cristianizzato i 'selvaggi' del posto. Le credenze degli inuit vennero così ridicolizzate e i loro riti demonizzati. Furono vietati, per esempio, i riti sciamanici e i tatuaggi tradizionali, che avevano la funzione di segnare momenti precisi della crescita di bambini e bambine fin all’epoca del nomadismo”.
Tra gli episodi più gravi raccontati nel libro, troviamo anche quello che passò alla storia come L’Esperimento dei piccoli danesi, avviato negli anni Cinquanta nel Novecento, quando ventidue bambini e bambine inuit vennero strappati alle loro famiglie per essere portati in Danimarca ed educati come danesi, nel tentativo (fallito) di formare una nuova classe dirigente; e poi l’impianto senza consenso di spirali contraccettive in migliaia di donne e ragazze inuit tra gli anni Sessanta e Settanta, nell’ambito di una politica danese per limitare le nascite nella popolazione nativa.
“Oggi c'è sempre più consapevolezza dei soprusi subiti, e finalmente anche il governo danese ha riconosciuto molti degli errori fatti”, osserva Tommasini. “I giovani groenlandesi sono preparati, hanno studiato, viaggiato, parlano le lingue, e hanno dato vita ad associazioni che riuniscono i popoli indigeni per mantenere viva la loro cultura e la loro identità. Conosco molte giovani donne che hanno ripreso a farsi i tatuaggi tradizionali, con l’intento di riappropriarsi della loro storia e della loro cultura attraverso un gesto evidente e tangibile come questo.
Inoltre, il rinnovato interesse del presidente degli Stati Uniti per la Groenlandia sta in parte riavvicinando la popolazione al governo danese obtorto collo, per avere la protezione di un paese NATO”.
In un momento in cui la Groenlandia è tornata, suo malgrado, al centro dell'attenzione mondiale, l’opera di Tommasini ci permette di conoscere un po’ più da vicino la storia e le ferite di questa terra che il mondo ha a lungo ignorato o sfruttato, ma anche la bellezza di questi luoghi e la straordinaria tenacia delle persone che li abitano.