L’incendio di Bordeaux e la transizione energetica della Francia
Vigili del fuoco al lavoro nel Sud della Francia per contenere gli incendi causati dalle ondate di calore e dalla siccità - REUTERS/Sarah Meyssonnier
Verso fine luglio erano 115.000 gli ettari andati a fuoco in Francia. Nel dipartimento della Gironda, nel sud-ovest del Paese, ne sono bruciati almeno 42.000: 240 case sono state distrutte e 220.000 tra residenti e turisti sono stati costretti ad abbandonare le loro abitazioni.
Nella città di Bordeaux sono ricomparse le mascherine FFP2: ne sono state distribuite 2,5 milioni, per difendere i cittadini dal fumo che rendeva l’aria irrespirabile, oltre 20 volte sopra i livelli di sicurezza. Per alcuni giorni si è addirittura valutato di evacuare l’intera città: l’operazione avrebbe coinvolto circa 1 milione di persone.
Nonostante la quarta ondata di calore da inizio maggio, sabato 1 agosto le fiamme risultavano sotto controllo e la vita nella regione, seppur con qualche eccezione, si è riavviata lentamente verso la normalità, anche se i danni devono ancora presentare il conto.
Responsabilità umane
Secondo Le Monde, il 90% degli incendi che quest’anno hanno interessato la Francia sono stati innescati, più o meno involontariamente, dall’uomo, la cui responsabilità tuttavia andrebbe fatta risalire molto più indietro nel tempo.
La foresta andata in fumo in Gironda infatti fu fatta costruire da Napoleone III a metà del XIX secolo: al suo posto sorgevano zone umide, considerate insalubri e poco produttive dal regnante, che fece piantare principalmente pini marittimi per sostenere l’industria del legname. Una foresta artificiale però, dominata da una monocoltura, ha capacità ridotte di difendersi dal fuoco rispetto a un ecosistema naturale dotato di una vasta varietà di specie vegetali.
Oltre alle modalità di innesco e alla costruzione stessa della foresta, l’azione umana, seppur più invisibile, si cela dietro anche una terza dimensione. Le condizioni di siccità della vegetazione e del suolo generate dal cambiamento climatico sono state il carburante che ha alimentato le fiamme e che ha reso più grave l’impatto dell’incendio, secondo un’analisi della World Weather Attribution.
La stessa associazione, in un’altra analisi, aveva già individuato nelle emissioni antropiche la causa remota delle ondate di calore: la seconda, quella di giugno, sarebbe stata virtualmente impossibile in un mondo in cui le temperature medie fossero rimaste quelle di due secoli fa, quando ancora non bruciavamo enormi quantità di gas, petrolio e carbone.
E proprio la principale azienda dell’Oil & Gas francese, Total Energies, nei giorni in cui si accendevano i primi focolai attorno a Bordeaux, annunciava profitti record per il secondo quadrimestre dell’anno: circa 6 miliardi di dollari, quasi il doppio di quanto aveva realizzato nello stesso periodo nel 2025, quando i prezzi del petrolio non erano gonfiati dal conflitto in Medio Oriente.
Emissioni degli incendi in Francia nel mese di luglio. Copernicus, Fire Emissions Watch
Il piano di transizione francese
Mentre in Europa circa i tre quarti dell’energia consumata proviene dai combustibili fossili, questa percentuale si ferma poco prima del 60% in Francia: il petrolio utilizzato soprattutto nei trasporti rappresenta il 38%, mentre il gas usato dall’industria e dagli edifici arriva al 19%. Il carbone si assesta al di sotto dell’1%.
Già nel 2017 la Francia aveva adottato un piano climatico con cui si impegnava ad abbandonare gli idrocarburi entro metà secolo. Inoltre, il Paese che ha ospitato la firma dell’accordo di Parigi è stato l’unico a presentarsi lo scorso aprile a Santa Marta, in Colombia, con un piano nazionale dettagliato per realizzare il transitioning away from fossil fuels, l’allontanamento dai combustibili fossili. L’attuale 60% dovrà diventare il 40% nel 2030 e il 30% nel 2035, per raggiungere la neutralità climatica a metà secolo. Il carbone dovrà venire abbandonato alla fine di questo decennio, il petrolio entro il 2045 e il gas entro il 2050.
Le tappe intermedie prevedono di portare al 66% dei veicoli venduti quelli elettrici entro il 2030: l’automotive francese dovrà arrivare a produrne 1 milione l’anno. L’elettrificazione dei trasporti sarà un passaggio fondamentale, così come la diffusione delle pompe di calore elettriche per il riscaldamento (e il raffrescamento) degli edifici: l’obiettivo è arrivare a installarne 1 milione all’anno entro il 2030, mentre dalla fine del 2026 non sarà più possibile mettere caldaie a gas nei nuovi edifici. È prevista inoltre la decarbonizzazione delle 50 maggiori industrie del Paese entro la stessa data e un aumento del 25% del trasporto pubblico.
In questo senso, il piano francese per l’elettrificazione, presentato il 23 aprile, è stata un’anticipazione di quello europeo, proposto dalla Commissione a metà luglio.
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Per soddisfare una domanda crescente, servirà produrre più energia elettrica a basse emissioni, aumentando di circa il 30% la generazione da qui al 2035 e arrivando a un consumo domestico annuale stimato in 618 TWh.
Oggi il nucleare francese produce i due terzi dell’elettricità che serve al Paese. Per aumentare la generazione elettrica però sono previsti solo due nuovi reattori, mentre si punterà ad allungare la vita di quelli esistenti. La crescita maggiore prevista per i prossimi anni verrà invece dalle rinnovabili e dai carburanti alternativi.
Da qui a dieci anni la Francia punta a 15 GW di eolico offshore, che dieci anni fa era fermo a 1 GW. Quello installato sulla terraferma, onshore, dovrà crescere invece ai ritmi che ha tenuto finora: circa 1,3 GW ogni anno. Il solare fotovoltaico dovrà triplicare entro il 2035 e verranno costruiti 8 GW di elettrolizzatori per produrre idrogeno verde.
Il biometano dovrà aumentare di sei volte e gli altri biocarburanti dovranno raddoppiare, così come dovrà raddoppiare il recupero del calore per rimpiazzare quello generato dalla combustione di idrocarburi.
Il dibattito pubblico
Oggi il dibattito climatico in Francia è in larga parte dominato dalla questione dell’aria condizionata, che manca nella maggior parte delle abitazioni. Marine Le Pen, la leader del Rassemblement National che intende candidarsi alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, ha promesso un piano di nuove installazioni anticipando i suoi avversari politici e appropriandosi di un tema forte.
Anche se la maggior parte dei francesi ha definito insopportabile la canicola di giugno e luglio, un recente sondaggio ha mostrato che una buona parte di loro (i due terzi degli intervistati) si è detta convinta che l’aria condizionata non risolva il problema del caldo estremo alla radice. I condizionatori infatti assorbono calore dagli ambienti interni per rilasciarlo all’esterno, contribuendo all’aumento delle temperature delle città durante le ondate di calore. Inoltre, se l’energia generata per alimentarli non dovesse essere a basse emissioni, il riscaldamento non farebbe altro che aggravarsi. Per togliere qualche grado alle città meglio allora puntare su soluzioni più strutturali, come l’aumento delle aree verdi, dei sistemi di ombreggiatura o la riduzione del traffico.
Il tema è già fortemente polarizzato e potrebbe essere che i risultati del sondaggio incorporino anche una sorta di giudizio politico. Ma si potrebbe dare anche un’altra interpretazione, più ottimistica: si potrebbe pensare che l’opinione pubblica francese sia consapevole della complessità della sfida climatica, che è legata a doppia mandata a quella energetica.