Un ingorgo in orbita: la Terra, vista dallo spazio, è sempre più affollata
Dei satelliti Cubesat lanciati in orbita terrestre nel 2024. Foto: NASA
Alla fine del 2025 orbitavano attorno alla Terra quasi 45.000 oggetti catalogati dai sistemi di sorveglianza spaziale: satelliti operativi, relitti di razzi ormai spenti, frammenti di esplosioni e collisioni passate. È il numero più alto mai registrato da quando, nel 1957, è iniziata l'era spaziale, e continua a crescere. Lo spazio intorno al pianeta non è un vuoto senza limiti, ma una risorsa finita, le cui corsie più trafficate iniziano a somigliare, sempre più da vicino, a un ingorgo. L'ultimo rapporto annuale dell'Agenzia Spaziale Europea sullo stato dell'ambiente spaziale, relativo ai dati del 2025, restituisce la fotografia più aggiornata di questo squilibrio: il traffico verso l'orbita bassa non è mai stato così intenso, gli sforzi per ripulire lo spazio dai satelliti e dai razzi a fine vita migliorano ma restano largamente insufficienti, e un indicatore sintetico introdotto dalla stessa ESA per misurare la sostenibilità a lungo termine dell'orbita terrestre bassa segnala un peggioramento improvviso e marcato nell'arco di un solo anno.
Il traffico ai massimi storici
Nel corso del 2025 sono stati effettuati oltre 300 lanci, che hanno portato in orbita più di 4.000 nuovi payload (il carico utile a bordo di un razzo, ndr): il ritmo più alto mai registrato dall'inizio dell'era spaziale. Buona parte di questa crescita è dovuta alle missioni rideshare, cioè lanci che portano in orbita più satelliti contemporaneamente per conto di clienti diversi, una pratica diventata negli ultimi anni il modo più comune per raggiungere lo spazio. A trainare i numeri sono soprattutto le grandi costellazioni di satelliti per le telecomunicazioni, il cui dispiegamento sistematico, secondo il rapporto ESA, ha conosciuto nel 2025 un'ulteriore accelerazione, con l'avvio in orbita di diversi nuovi gruppi di satelliti di grandi dimensioni. Il fenomeno, del resto, non è nuovo: dal 2015 il traffico verso l'orbita bassa terrestre ha cambiato natura, spostandosi progressivamente verso sistemi più piccoli, operatori commerciali e, appunto, le grandi costellazioni, in un contesto competitivo che coinvolge sia attori pubblici sia privati.
Gli sforzi di pulizia non bastano
Ad accompagnare questa crescita ci sono, in teoria, le linee guida internazionali per la mitigazione dei detriti spaziali, che chiedono a chi opera in orbita di smaltire correttamente satelliti e razzi a fine vita, riducendone il tempo di permanenza in orbita dopo la fine della missione. I dati raccolti dall'ESA mostrano però un quadro a due velocità. Sul fronte dei razzi vettore, i progressi sono concreti: la pratica del rientro controllato, cioè il rientro pianificato e guidato in atmosfera, è passata dal 10% a oltre il 65% dei casi nell'ultimo decennio, e nel 2025 i rientri controllati hanno superato per la prima volta in modo sistematico quelli incontrollati. Sul fronte dei satelliti che non appartengono a una costellazione, invece, la situazione resta critica: solo tra il 5 e il 50% di quelli giunti a fine vita nell'ultimo decennio riesce effettivamente a rispettare la cosiddetta regola dei 25 anni, il limite di tempo raccomandato prima che un oggetto lasci l'orbita bassa dopo la fine della propria missione. Applicando la soglia più severa dei 5 anni, introdotta di recente dallo stesso standard di mitigazione dei detriti dell'ESA, la quota di successo scende ulteriormente, fino al 35% nei casi migliori. Le grandi costellazioni, al contrario, risultano già naturalmente conformi alla regola dei 25 anni in quasi 9 casi su 10: non tanto per una gestione particolarmente virtuosa, quanto perché operano su orbite già basse, che decadono rapidamente anche senza alcun intervento attivo.
Il confronto tra la quantità di oggetti lanciati annualmente in orbita bassa e quella totale in orbita -Fonte: rapporto ESA Space Environment 2026
L'indice di rischio ambientale
Per misurare in modo sintetico quanto tutto questo pesi sulla sostenibilità dello spazio orbitale, l'ESA utilizza un indicatore che combina la probabilità di collisione catastrofica tra oggetti con la gravità delle sue conseguenze, proiettando l'effetto di ogni oggetto in orbita sui successivi cento anni. Il valore dell'indice viene poi confrontato con una soglia di riferimento, corrispondente a un livello di rischio considerato accettabile per la sostenibilità di lungo periodo dell'ambiente spaziale. Nell'edizione più recente del rapporto, proiettando l'attuale traffico spaziale e le attuali pratiche di smaltimento, l'indice di rischio per l'orbita bassa risulta 50 volte superiore a questa soglia. Nell'edizione dello scorso anno, lo stesso indicatore era stimato circa quattro volte superiore: un peggioramento di circa un ordine di grandezza in appena 12 mesi, che la stessa ESA attribuisce soprattutto alla crescita prevista della popolazione futura di oggetti in orbita, legata al dispiegamento delle grandi costellazioni.
L'evoluzione delle collisioni in orbita bassa - Fonte: rapporto Space Environment ESA
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I detriti e la sindrome di Kessler
Il dato più difficile da correggere riguarda però ciò che accadrebbe anche se il traffico spaziale si fermasse da un giorno all'altro. Le simulazioni contenute nel rapporto ESA mostrano che, anche in uno scenario senza alcun nuovo lancio dopo il 2026, le collisioni tra gli oggetti già presenti in orbita farebbero comunque crescere nel tempo la popolazione di detriti in orbita bassa: è il meccanismo noto come sindrome di Kessler, teorizzato per la prima volta nel 1978, secondo cui superata una certa densità di oggetti le collisioni stesse iniziano a generare nuovi detriti a un ritmo che si autoalimenta. Nello scenario più realistico, quello che prosegue le pratiche attuali di lancio e smaltimento, il modello dell'ESA stima quasi 1.800 collisioni catastrofiche cumulative nell'arco del prossimo secolo. A rendere il quadro ancora più complesso è la composizione stessa del rischio: secondo l'ESA, il 96% del rischio ambientale complessivo in orbita bassa è oggi concentrato in oggetti ormai inattivi, per due terzi corpi di razzi dismessi da decenni e per il resto satelliti spenti, mentre i satelliti attivi e le costellazioni, pur essendo quelli più visibili e discussi, pesano complessivamente solo per il 5%. Il problema, insomma, non riguarda soltanto chi lancia oggi, ma anche l'eredità accumulata da 70 anni di attività spaziale.
Il rischio, piccolo ma crescente, per chi sta a terra
Chi si occupa di detriti spaziali guarda con attenzione anche a un altro dato, meno discusso ma in crescita: il rischio per le persone a terra legato ai rientri incontrollati in atmosfera. Nel 2025 sono rientrati oltre 1.200 oggetti intatti, un record storico: la maggior parte si disintegra per effetto del calore e dell'attrito con l'atmosfera, ma alcuni frammenti, per dimensione e resistenza dei materiali, possono sopravvivere fino a impattare al suolo. L'ESA stima questo rischio combinando il numero e l'area dei frammenti sopravvissuti al rientro, la probabilità di impatto in una determinata fascia di latitudine, che dipende soprattutto dall'inclinazione orbitale dell'oggetto, e la densità di popolazione nell'area interessata, usando le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite. Il rischio individuale, cioè la probabilità che una singola persona venga colpita da un frammento capace di causare lesioni gravi (l'ESA usa come soglia un'energia cinetica di almeno 15 joule), resta estremamente basso.
Il rischio aggregato, cioè il numero atteso complessivo di vittime su scala globale, è però cresciuto sensibilmente nell'ultimo quinquennio, sia per i razzi sia per i satelliti, ed è destinato secondo l'ESA ad aumentare ulteriormente se il numero di rientri continuerà a salire senza l'adozione di criteri di progettazione pensati per favorire la completa disintegrazione in atmosfera.
Il rapporto ESA arriva peraltro in un momento in cui il tema dell'autonomia spaziale europea è tornato al centro del dibattito politico. Al Summit Internazionale sullo Spazio di Parigi, il 9 settembre scorso, il direttore generale dell'ESA, Josef Aschbacher, ha chiesto ai governi europei un impegno di lungo periodo per garantire all'Europa una capacità di accesso allo spazio autonoma, in particolare per il volo umano, invitando i leader presenti a scegliere se l'Europa vuole restare passeggera o pilota delle proprie missioni. La decisione è ora rimandata alla Conferenza Ministeriale ESA prevista a dicembre a Roma. Nello stesso periodo, a ricordare che l'orbita terrestre non è soltanto un problema di traffico e detriti ma anche un terreno sempre più conteso dal punto di vista militare, gli Stati Uniti hanno confermato per la prima volta, attraverso la propria Space Force, di avere armi dispiegate in orbita, suscitando le proteste di Cina e Russia.
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Le linee guida internazionali per la mitigazione dei detriti spaziali esistono, nella loro prima versione, da oltre vent'anni, e i dati raccolti dall'ESA mostrano che il livello di conformità globale sta effettivamente crescendo. Il problema, semmai, è la velocità: il traffico spaziale cambia natura più in fretta di quanto la comunità internazionale riesca ad adeguare pratiche, regole e infrastrutture di smaltimento. La stessa ESA, nel presentare il rapporto, sottolinea che la sola prevenzione non è più sufficiente, e indica nella rimozione attiva dei detriti già presenti in orbita una possibile direzione complementare alle misure esistenti. Se questa strada si rivelerà percorribile su scala sufficiente, e in quali tempi, resta una domanda aperta.