Nell'isola di Rakiura è stato usato un pesticida contro specie invasive
Foto di Sara Segantin
“È biodegradabile, si dissolve nell’acqua, scompare nel nulla”. A sentire il Dipartimento della Conservazione (DOC) della Nuova Zelanda, il 1080 — la forma sintetica del fluoroacetato di sodio — usato per proteggere il canto degli uccelli nativi, sembra quasi un male necessario, ma innocuo, quasi invisibile. Le direttive istituzionali lo descrivono come lo strumento cardine per la sopravvivenza delle specie ancestrali di Aotearoa, un prodigio di biosicurezza che svanisce senza lasciare tracce. Tuttavia, a Stewart Island - Rakiura in lingua Māori, l’ultima isola abitata prima dell’Antartide, il vento che soffia dalle foreste porta una storia diversa. È una storia di fratture profonde tra la teoria scientifica e l’impatto biologico reale, e di una comunità che si sente ostaggio di una strategia di conservazione calata dall’alto, percepita come torbida e forzata. Il fluoroacetato è il fulcro di una guerra biochimica che solleva interrogativi etici e scientifici sulla gestione della biodiversità.
Il 1080 fu sintetizzato per la prima volta in Polonia nel 1896, ma fu durante la Seconda Guerra Mondiale che i ricercatori ne scoprirono il potenziale come rodenticida. In Nuova Zelanda è stato usato per eradicare i predatori introdotti - ratti, ermellini e opossum - a partire dagli anni ’50, quando il governo si rese conto che stavano portando alla scomparsa di rane, rettili e di uccelli iconici come il pukunui, il piviere della Nuova Zelanda. Per sostenere il progetto Predator Free 2050, lo Stato investe ogni anno decine di milioni di dollari nel monitoraggio e nella distribuzione di questo tossico, prodotto quasi esclusivamente dalla Animal Control Products, una società di proprietà statale che opera sotto il marchio Orillion. Ma se il prezzo economico è evidente - e solleva già di per sé non poche polemiche, quello per la salute degli ecosistemi non è altrettanto chiaro.
Il 1080 agisce attraverso un mimetismo biochimico noto come “sintesi letale”. Una volta ingerito, il fluoroacetato viene convertito in fluorocitrato, una molecola che blocca l’enzima aconitasi all’interno del ciclo di Krebs. Questo processo interrompe la produzione di energia cellulare (ATP), portando al collasso degli organi vitali e a una morte lenta e dolorosa che può durare diverse ore. La difesa del governo poggia sulla selettività metabolica: i mammiferi, avendo un metabolismo elevato, sono estremamente sensibili al veleno, mentre uccelli e rettili presentano una tolleranza superiore. Sebbene il 1080 sia biodegradabile grazie all’azione di batteri del suolo come lo Pseudomonas e il Fusarium, che spezzano il legame carbonio-fluoro, il tempo di degradazione dipende però da temperatura e umidità. In un ecosistema freddo e umido come il Sud della Nuova Zelanda, le esche e le carcasse possono rimanere letali per settimane, trasformando la foresta in un serbatoio di tossicità secondaria per specie non bersaglio, inclusi i cani domestici e la fauna selvatica.
Uno dei casi più drammatici riguarda il Kea, un pappagallo estremamente intelligente che vive prevalentemente nelle aree montane della South Island. La sua curiosità neofila lo spinge a testare i pellet di 1080, specialmente nelle zone dove ha imparato a cercare cibo umano. Nonostante la sua maggiore tolleranza biochimica, i dati sono spietati: il monitoraggio dei Kea radiomarcati ha mostrato che circa il 12% della popolazione monitorata è morta in seguito alle operazioni aeree. Il 1080 viene infatti distribuito tramite elicotteri che ricoprono migliaia di ettari con esche di cereali pressati - pilloline azzurre frutto di un metodo industriale che non distingue tra l’opossum e il pappagallo curioso.
A Rakiura, la frattura tra dati ufficiali e realtà diventa una voragine. Durante le operazioni conclusesi tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 - denominate Freshwater 1080, il problema è emerso in maniera evidente. Mentre il governo prevedeva un impatto marginale, le rilevazioni della Stewart Island Hunters Association e i rilievi post-operativi del DOC in zone ad alta densità hanno confermato un crollo del 97% della popolazione di cervi dalla coda bianca nelle aree trattate con esca standard. Anche dove è stato utilizzato un repellente - molto più costoso e quindi meno usato, il calo è stato del 75%. Per la comunità locale, il cervo è sussistenza e identità. “Il 1080 è dannoso per tutto ciò che respira aria”, afferma Furnah Ahmad, proprietaria della Ruggedy Range Wilderness Experience. Camminare tra le carcasse di animali che marciscono sotto le felci arboree è, per lei, la negazione stessa della conservazione.
“Sono arrivati con gli elicotteri” racconta un pescatore, “sei apparecchi e boooom, hanno ricoperto l’isola di veleno. È per la conservazione dicono, per uccidere ratti e animali invasivi, ma io ho visto le carcasse di uccelli e cervi e insetti. Se li vedo ancora nel mio cielo io tiro fuori il fucile”. Il clima è teso. I responsabili locali del DOC parlano a monosillabi, rifiutando riprese e nomi, ma storcono la bocca e fanno chiari cenni di dissenso. Le case e le strade dell’isola sono tappezzate di cartelli gialli con scritte rosse e nere: “No al 1080”, “Basta avvelenare il Paradiso”, “Giù le mani dalla nostra isola”.
Foto di Sara Segantin
“Avevamo l’acqua migliore del mondo” commenta un artigiano di Oban, la cittadina principale di Rakiura, durante il quotidiano ritrovo serale con i suoi concittadini “adesso chi la beve? Dicono che non fa danno, ma i cartelli avvisano di non toccarla”. Il Ministero della Salute stabilisce infatti un limite di sicurezza di 2 parti per miliardo (ppb), assicurando che un adulto dovrebbe bere 70.000 litri d’acqua contaminata per morire. Eppure, la cartellonistica invita alla prudenza e ad evitare di bere dopo la distribuzione delle esche; inoltre, una volta che gli animali soccombono al veleno, le loro carcasse restano a marcire per settimane nel sottobosco, continuando a inquinare i torrenti e i bacini idrici ogni volta che piove — “ossia tutti i giorni” commenta ironico il più anziano della combriccola, alzando gli occhi verso il soffitto mentre fuori l’ennesimo scroscio sferza i vetri. A Rakiura piove per circa 250-275 giorni l’anno: gli abitanti sostengono che se le nuvole smettono di distribuire acqua per un po’ è solo perché stanno prendendo la rincorsa per farlo meglio dieci minuti dopo. La diffidenza rimane e i residenti chiedono analisi condotte da enti indipendenti e non dagli stessi dipartimenti che gestiscono la sperimentazione.
Nate Smith, una giovane guida naturalistica del posto, ha condotto un’inchiesta indipendente inoltrandosi nelle zone più selvagge di Rakiura, dove la disseminazione delle esche è avvenuta in maniera massiccia. Ha raccolto immagini di carcasse di specie non bersaglio in tutte le aree visitate. “Quelli che mandano gli elicotteri dalle loro poltrone nella capitale dovrebbero venire a vedere qui. Perché non se li spargono a casa loro questi veleni?” Ma per sua stessa ammissione i suoi non sono certo gli strumenti di un’università o un ente di ricerca, che dovrebbe farsi carico di condurre ricerche adeguate e specifiche sugli impatti nel breve e nel lungo termine del 1080.
La tensione a Rakiura non è limitata alla sfera ecologica, ma investe il diritto delle comunità di partecipare alle decisioni che riguardano il proprio territorio. Perché, si chiedono i locali, invece di finanziare il colosso della produzione chimica, non si pagano i giovani dell’isola per gestire trappole meccaniche? Lo si faceva in passato: creava lavoro e non aveva effetti collaterali. Il governo risponde che il lancio aereo è molto più economico per coprire aree vaste e impervie. Il costo di un’operazione aerea è di circa $20-$30 per ettaro, mentre il controllo manuale con trappole può costare 10 volte tanto. Per contro, il 1080 richiede cicli continui ogni 2-3 anni, poiché le popolazioni di ratti si riprendono rapidamente. Dal punto di vista degli abitanti, si tratta di una maledizione senza fine, un circolo vizioso di avvelenamento perpetuo che non risolve il problema, ma lo cronicizza a spese della terra e della salute. Rakiura, che dista 30 km dalla terraferma di South Island ed è raggiungibile con un’ora e mezza di traghetto da Bluff, dipende amministrativamente dalla città di Invercargill. Questa distanza fisica si traduce in distanza politica: le decisioni vengono imposte da lontano su un territorio che si sente trattato come un laboratorio di tossicologia a cielo aperto. “Siamo poche centinaia di anime e distanti da tutto” commenta amara la capitana del traghetto, “fanno gli esperimenti qui perché sanno che siamo isolati, fuori dai radar del mondo. Non possiamo decidere per noi stessi. A nessuno importa di noi”.
Leggi anche: Il fiume con diritti: la lezione Māori di Whanganui
La Nuova Zelanda è il primo Paese ad aver riconosciuto personalità giuridica alla natura, con la storica sentenza che nel 2017 ha interessato il fiume Whanganui, eppure sceglie di far piovere veleno sulle sue foreste più antiche. Il 1080 è sicuro? “Non è un interferente endocrino, non causa il cancro”, dicono i tecnici. Ma per i locali, la sicurezza non è un valore statistico. È poter bere l’acqua del torrente senza paura. È sapere che la conservazione non passa attraverso la violazione dell’ecosistema.
La protesta monta, dalle spiagge remote del sud fino alla cima del monte Taranaki, lungo le strade e fra i fiordi della costa occidentale. I cittadini chiedono alternative: trappole manuali, monitoraggio umano, investimenti in tecnologie meno indiscriminate. Il governo resiste, forte di un pragmatismo che punta a massimizzare il risultato nel minor tempo possibile, accettando ‘danni collaterali’ che le popolazioni locali considerano invece inaccettabili.
Il conflitto sul 1080 è simbolo dello scontro tra due modelli culturali ed economici: da un lato un approccio tecnocratico e industriale che vede la natura come un sistema da “aggiustare” con interventi massivi e standardizzati; dall’altro una visione organica e olistica, che considera l’essere umano parte dell’equilibrio, dove la cura del territorio è fatta di presenza, relazione e responsabilità quotidiana. Secondo le comunità indigene non ci può essere vera soluzione dove si privilegia il controllo alla relazione spezzando i legami con le comunità e le dinamiche della terra. Ha ancora senso parlare di ‘natura incontaminata’ in un territorio amministrato come un laboratorio, la cui sopravvivenza è ridotta a una scommessa statistica su quanto veleno può sopportare un ecosistema prima di collassare?
Il caso di Rakiura porta a riflettere sul concetto di giustizia ecologica, spostando il dibattito ben oltre la composizione chimica di un veleno. La richiesta che sale dalle spiagge di Oban non riguarda solo la sospensione dei lanci aerei, ma il ritorno alla gestione diretta, alla conoscenza ancestrale, a una protezione della natura che passi attraverso la co-governance e un cambio radicale del nostro rapporto con gli ecosistemi.