Le Salomone giocano su due tavoli: Pechino e l'Occidente
Il Primo Ministro delle Isole Salomone Matthew Wale durante una recente visita in Australia - REUTERS/Hollie Adams
Da quando è diventato primo ministro, a maggio 2026, Matthew Wale ha provato a tenere un piede in due staffe: riavvicinarsi ad Australia e Stati Uniti senza rompere apertamente con la Cina, il partner che dal 2019 ha riversato sulle Isole Salomone centinaia di milioni di dollari in aiuti e un patto di sicurezza mai reso pubblico. Il 29 agosto 2026 quell'equilibrio è stato messo alla prova: Manasseh Maelanga, fino a pochi giorni prima ministro degli Affari Interni, ha depositato in Parlamento una mozione di sfiducia contro Wale, lasciando contestualmente la coalizione di governo. Il testo, riportato da Radio Free Asia, accusa il premier di aver preso "ripetutamente decisioni unilaterali su questioni di importanza nazionale senza consultazione adeguata". Sullo sfondo ci sono anche un audit sulle spese dei Pacific Games 2023 e alcune spedizioni di bauxite mai dichiarate. Ma la tempistica, a pochi giorni dal vertice dei leader del Pacific Islands Forum, non è passata inosservata: dietro la mozione potrebbe esserci anche l'insoddisfazione di Pechino per la svolta occidentale impressa da Wale.
Una crisi con troppe coincidenze
Dietro la mozione c'è forse più di una semplice fibrillazione parlamentare. Ad Honiara e nei centri studi che seguono il Pacifico circola l'ipotesi che Pechino abbia cercato di condizionare la politica interna delle Salomone proprio attraverso questo voto: agli occhi della Cina, Wale è un premier scomodo, troppo scettico verso la sua influenza per lasciarlo governare senza pressioni, spiega Alexander Vuving, docente al Daniel K. Inouye Asia-Pacific Center for Security Studies. È una lettura, però, non l'unica possibile. Tarcisius Kabutaulaka, dell'Università delle Hawaii, invita alla prudenza: le crisi di governo alle Salomone sono quasi una consuetudine, le mozioni di sfiducia si susseguono da anni e raramente hanno bisogno di un regista esterno per materializzarsi. Anche a Canberra, comunque, la cautela non basta a dissipare i dubbi: il ministro della Difesa australiano Richard Marles si è detto "fiducioso" sulla tenuta della relazione bilaterale con Honiara, ma la preoccupazione che un cambio di premier possa complicare negoziati arrivati alla loro fase più delicata resta palpabile.
I due patti con Pechino
La presenza cinese nell'arcipelago non si è mai limitata a un solo accordo. Nel 2019 le Salomone interruppero le relazioni diplomatiche con Taiwan e le stabilirono con la Repubblica Popolare Cinese, un passaggio obbligato per chi vuole intrattenere rapporti ufficiali con Pechino: la Cina, infatti, non riconosce Taiwan come Stato indipendente e pretende che i propri partner facciano altrettanto. Alle Salomone quella scelta fruttò circa 730 milioni di dollari in aiuti. Nel 2022 l'allora premier Manasseh Sogavare firmò con la Cina un patto di sicurezza quinquennale coperto da una clausola di riservatezza mai revocata, che consente tra l'altro alle navi militari cinesi di attraccare nei porti locali per "rifornimenti logistici", come raccontava già Il Bo Live all'epoca. Il think tank americano Center for Strategic and International Studies ha scritto che l'intesa rischiava di offrire a Pechino "un punto d'ingresso per costruire una struttura a duplice uso" nel Pacifico meridionale, cioè un impianto formalmente civile ma utilizzabile anche a scopi militari. Il 10 luglio 2023, il premier cinese Li Qiang e Sogavare firmarono un secondo accordo, dedicato stavolta alla cooperazione di polizia: Pechino si impegnava a "rafforzare la capacità di applicazione della legge" delle forze locali, come riportato da NPR. La mossa spinse Washington a promettere la riapertura della propria ambasciata a Honiara, rimasta chiusa per decenni, insieme a un pacchetto di aiuti da 810 milioni di dollari per il decennio successivo. Wale ha promesso di riesaminare il patto del 2022, ma finora non ha potuto renderlo pubblico proprio per la clausola di segretezza contenuta nel testo.
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L'elezione di Wale: cambio di tono, non di rotta
Wale, storico leader dell'opposizione, è stato eletto primo ministro il 15 maggio 2026. Come previsto dal sistema salomonese, non è stato un voto popolare a deciderlo, ma i deputati del Parlamento di Honiara, chiamati a scegliere il capo del governo a scrutinio segreto: 26 hanno votato per Wale, 22 per l'avversario Peter Shanel Agovaka, al termine di otto settimane di battaglie legali durante le quali il premier uscente Jeremiah Manele si era rifiutato di convocare l'aula. La sua elezione è stata letta da molti come uno spostamento deciso verso l'Occidente. Ma secondo Connor Graham, ricercatore del Pacific Islands Program del Lowy Institute, la lettura andrebbe ridimensionata: "Ciò che cambia sotto Wale è il tono, la trasparenza e l'apertura ai partner tradizionali; ciò che non cambia è il peso strutturale" di sette anni di investimenti cinesi. Il patto di sicurezza del 2022 resta formalmente in vigore, le torri di telecomunicazione costruite da Huawei continuano a operare nell'arcipelago, e lo stesso Wale ha in parte ammorbidito le posizioni critiche verso Pechino tenute da leader dell'opposizione, orientandosi verso quello che Graham definisce un "coinvolgimento internazionale equilibrato". Sullo sfondo resta un debito pubblico quasi triplicato rispetto al periodo pre-pandemia, che spiega perché Honiara non possa permettersi di chiudere le porte a nessuno dei suoi donatori.
La corsa, lenta, di Canberra e Washington
Se la Cina si è mossa per anni con accordi rapidi e riservati, le contromosse occidentali sono arrivate più lentamente. L'accordo di polizia australiano da 190 milioni di dollari, annunciato già a dicembre 2024, è rimasto bloccato per quasi un anno per quelli che l'allora premier Manele definiva genericamente "problemi di linguaggio" nel testo, senza mai specificarli; a marzo 2025 parlava di "una o due differenze" ancora da risolvere, mentre a novembre l'intesa non era ancora firmata. È stato solo a giugno 2026, con l'apertura dei negoziati per il nuovo trattato strategico con l'Australia, che l'accordo di polizia ha trovato un'accelerazione: secondo i documenti citati dall'ABC, il trattato porterà quasi un miliardo di dollari australiani in aiuti, tra cui 68 milioni destinati alle "priorità di sviluppo" dei singoli parlamentari e fondi per agevolazioni sui visti. Anche gli Stati Uniti si sono mossi con calma: lo stesso rapporto del Csis citato in precedenza raccomandava a Washington di nominare finalmente un ambasciatore a Honiara, sede tuttora vacante, di redistribuire volontari del Peace Corps nell'arcipelago e di concludere un accordo cosiddetto shiprider: un'intesa che permette agli agenti di polizia locali di imbarcarsi sulle navi militari o della guardia costiera di un altro Paese, così da poter fermare e ispezionare legalmente le imbarcazioni sospette anche al di fuori delle proprie acque territoriali, dove altrimenti non avrebbero giurisdizione. Il rapporto definiva Wale "il leader più filo-occidentale degli ultimi anni", pur avvertendo che serviva "azione concreta, non solo dichiarazioni diplomatiche". Il 28 luglio 2026, a bordo della nave della Guardia costiera statunitense Harriet Lane al largo di Honiara, quell'accordo è arrivato: consente agli agenti salomonesi di operare sulle navi americane contro la pesca illegale, mantenendo il controllo delle indagini. "Non siamo in un gioco geopolitico, non ci interessa", ha dichiarato Wale al momento della firma, pur ribadendo che la Cina resta un partner cruciale per lo sviluppo del Paese. Manasseh Sogavare, ora all'opposizione, ha criticato l'intesa sostenendo che comprometta la sovranità nazionale, mentre alcuni cittadini hanno lamentato la scarsa trasparenza parlamentare nelle trattative.
L'incaricato d'affari statunitense e il Primo Ministro delle Isole Salomone Wale (a destra) durante la firma dell'accordo bilaterale a bordo del cutter della Guardia Costiera USA - U.S. Coast Guard photo, courtesy CGC Harriet Lane
Il rischio di un Pacifico sovraffollato
Due ricercatori dello stesso think tank australiano, il Lowy Institute, offrono letture complementari su questo rischio. Anna Powles avverte che la sovrapposizione di partner di sicurezza non coordinati fra loro, dalla polizia australiana al team di collegamento della polizia cinese arrivato dopo l'accordo del 2023 fino ai nuovi accordi con gli Stati Uniti, rischia di "travolgere e minare gli sforzi per la sicurezza" nel Pacifico, alimentando sfiducia nella popolazione locale verso le forze dell'ordine e complicando persino la protezione delle comunità cinesi residenti durante eventuali disordini. Oliver Nobetau legge invece la stessa dinamica in chiave più favorevole a Canberra: descrive il trattato con l'Australia come "il massimo ritorno possibile" sui quasi 60 miliardi di dollari del bilancio della difesa australiana, utile a consolidare l'Australia come partner di sicurezza preferito ed escludere gradualmente Pechino nel lungo periodo. Il tema arriva mentre lo stesso Pacific Islands Forum discute una proposta per trasformare la dichiarazione "Ocean of Peace" del 2025, che immagina un Pacifico demilitarizzato, in un vero trattato regionale: un'ambizione che la crisi di Honiara rende, per ora, più difficile da realizzare.
Il Parlamento di Honiara dovrà ora votare la mozione contro Wale, e da quel voto dipenderà anche la direzione che le Salomone daranno alla propria politica estera nei prossimi mesi. Resta aperta la domanda che la stessa Powles pone all'intera regione: se la corsa di Cina, Australia e Stati Uniti ad assicurarsi la fedeltà degli arcipelaghi del Pacifico non finisca per produrre l'effetto opposto a quello dichiarato, indebolendo proprio la sicurezza che tutti dicono di voler proteggere.