SOCIETÀ

Qual è la peggior specie?

Per una persona vegetariana, come chi scrive, la natura problematica di quel che accade negli allevamenti intensivi non dovrebbe essere una novità. Per molti vegetariani, infatti, il tema della crudeltà riservata, specialmente negli allevamenti commerciali, agli animali è tra le principali motivazioni della scelta di non consumare carne e pesce (ci sono poi anche le ragioni legate all’impatto ambientale degli allevamenti, che però non sono il fulcro del libro, e su cui perciò non ci soffermeremo). Per questo, non credevo che leggere  “La peggior specie”, di Maurizio Torchio (Sellerio 2026), mi avrebbe potuto portare a rimettere in discussione le mie scelte alimentari, e le ragioni sottostanti. 

“La peggior specie” è a tutti gli effetti un romanzo, un thriller, ambientato nella provincia italiana – nelle Langhe, per la precisione. La storia ruota attorno a un allevamento di maiali ben noto nella zona: uno di quelli di media grandezza (parliamo di migliaia di animali allevati e macellati ogni anno), ma ancora a conduzione familiare; uno di quelli radicati nel territorio, che danno lavoro a mezzo paese, che plasmano l’identità di una comunità. Uno di quelli di cui il Nord Italia è punteggiato, con migliaia di allevamenti e milioni di animali uccisi ogni anno.


Leggi anche: Fabbricare carne. Passato, presente e futuro degli allevamenti


Il thriller sociale: tra le Langhe e la realtà degli allevamenti

Questo thriller non è popolato da individui, quanto piuttosto da tipi umani: quei tipi umani che animano il dibattito sul consumo di carne e sull’eventualità della sua riduzione. Torchio mette in scena una varietà di personaggi legati al mondo suinicolo: dai padron aziendali ai piccoli allevatori, dalle persone comuni, consumatrici di carne per abitudine, che non vogliono sentirsi messi in discussione, agli attivisti per la liberazione animale, infinitamente divisi in un pulviscolo di realtà separate da differenze ideologiche che, dall’esterno, non paiono così insormontabili, ma dall’interno sono tutto. Nel romanzo, tutti questi tipi umani interagiscono, s influenzano a vicenda, e mostrano le reciproche debolezze, le incoerenze di ognuno.

Il casus belli è anche il motore di tutta la storia. Qualcuno dall’interno dell’azienda ha fatto trapelare un video che mostra le vessazioni a cui i dipendenti sottopongono i maiali portati a morire. Il video viene trasmesso in televisione di domenica pomeriggio, e il telespettatore medio – tipicamente, carnivoro – si ritrova faccia a faccia con la realtà degli allevamenti commerciali: la crudeltà, che gli stessi lavoratori, che definiscono il macello un “inferno”, ritengono necessaria per quel tipo di attività. La crudeltà immortalata nel video non è un’eccezione, come vogliono far credere il proprietario dell’azienda e “lo specialista”, un non meglio specificato consulente che è stato ingaggiato per ripulire la reputazione dell’azienda e far rientrare lo scandalo.

È proprio quest’ultimo il protagonista del romanzo: per raggiungere il suo obiettivo lavorativo – identificare il traditore, riportare l’ordine in azienda e farla tornare nel buio mediatico – lo specialista si infiltra tra i lavoratori e, soprattutto, tra gli attivisti animalisti della zona, dei quali cerca di comprendere le ragioni e, soprattutto, le divisioni interne. Ma è proprio questa posizione di doppiezza che lo lacera, mettendolo nell’insostenibile posizione di vedere – e in parte condividere – le ragioni di entrambe le parti.

Oltre la ragione: come la narrativa svela i nostri angoli bui

Questa lacerazione avviene perché, su temi tanto identitari e divisivi come la scelta di cosa mangiamo o non mangiamo, non importa la prospettiva che si sceglie: in ogni caso, è molto difficile compiere scelte esclusivamente razionali, mettendo da parte l’emotività. 

Da una parte c’è chi sceglie di assumere una posizione (ancora) minoritaria, che potrebbe precludere l’accesso a una parte della cultura – si pensi alla cultura culinaria, che in Italia è una parte fondante dell’identità familiare, cittadina, regionale, ed è solo in rari casi compatibile con diete vegane – e far percepire chi prende questa strada come diverso da chi si trova dall’altra parte. Dove si trova chi sceglie di non mettere in discussione quanto ricevuto in eredità dalla nostra cultura – il mangiare prodotti animali – nella sua declinazione contemporanea – l’uccisione di massa, necessaria per rispondere a una domanda sempre crescente, su scala globale – e di conseguenza accetta, seppur inconsapevolmente, la crudeltà che per questa industria è un motore inevitabile.


Leggi anche: L’impatto dell’industria della carne, tra questioni etiche e interessi economici


In questo libro, dicevamo, le voci dei personaggi mettono in scena tutte le posizioni possibili sul tema, mostrandole nella loro nudità, con tutte le loro incoerenze e, soprattutto, senza prendere posizione. Per questo, chi legge è quasi costretto a interrogarsi su quale di questi personaggi e delle loro posizioni risuoni maggiormente con la propria sensibilità, quale rispecchi di più le proprie scelte (e incoerenze).

Nel caso di chi scrive – vegetariana, appunto – un merito di questo volume sta nell’aver messo a nudo gli angoli bui di una scelta personale, spingendomi a riflettere sulla possibilità di essere ricaduta nella contraddizione che pensavo di aver superato: ignorare, ancora una volta, la crudeltà dell’industria zootecnica, che non si esaurisce nella produzione diretta di carne, ma è richiesta anche per la produzione di latte e uova, come Torchio chiarisce nel corso del racconto, tramite le parole di attivisti arrabbiati e ancora convinti della propria causa.

Un romanzo come “La peggior specie”, che tratta in modo apparentemente collaterale la questione del mangiare carne, agisce in modo diverso da un saggio, che dà informazioni e parla alla parte razionale di noi. Un romanzo, infatti, porta alla riflessione in modo più indiretto, ma non per questo meno profondo. Inoltre, a differenza di un saggio, una storia come quella raccontata da Torchio rende visibile l’intreccio di dolori e ingiustizia che ruotano intorno a un’azienda suinicola: gli animali, certo, vittime per eccellenza, ma anche i lavoratori di queste fabbriche, che devono accettare condizioni di lavoro disumane con conseguenze fisiche e psicologiche difficili da affrontare.

Ed è proprio incontrando le singole storie – di animali e di umani – che da astratta e razionale la riflessione può spostarsi sul piano individuale e morale. Come ha spiegato lo scrittore stesso, affrontare la questione su questo piano è l’unico modo per affrontare il grande rimosso collettivo degli allevamenti: “La questione dei nostri rapporti con gli animali non umani non è una questione da anime belle”, dice Torchio, ma è una questione che riguarda tutti, e per questo dobbiamo sforzarci di non girarci dall’altra parte, ma di iniziare ad affrontare “l’intreccio tra il dominio dell’uomo sugli altri animali e lo sfruttamento, l’oppressione dell’uomo sull’uomo”.
 

POTREBBE INTERESSARTI

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012