SOCIETÀ

L’Islanda al voto per avvicinarsi all’UE. E c’è chi propone di formare un esercito

Da un lato l’esigenza di difendere la propria indipendenza e l’assoluta sovranità sulle risorse naturali, a partire dalla pesca; dall’altro la possibilità di rafforzare i legami con l’Europa per garantire una maggiore e più efficace difesa del paese in un contesto di crescente instabilità geopolitica, e ottenere al tempo stesso benefici economici, come una maggiore stabilità della valuta, con migliori tassi d’interesse e inflazione più bassa. L’Islanda è di fronte al classico bivio: se votare “sì” al referendum che si terrà il prossimo sabato, 29 agosto, che autorizzerebbe il governo locale a riprendere i colloqui con Bruxelles per un’eventuale adesione all’Unione Europea; o se invece scegliere il “no”, e restare definitivamente fuori dalla prospettiva comunitaria. Questione di scelte. Ma anche se dovesse vincere il “sì” nulla sarebbe definitivo, come aveva ribadito lo scorso maggio la prima ministra Kristrún Frostadóttir, a capo di una coalizione di centrosinistra formata da Alleanza Socialdemocratica, Partito della Riforma e Partito Popolare, intervenendo in Parlamento: “È chiaro che questo voto serve a ottenere soltanto un mandato per negoziare”, aveva dichiarato. “Non credo che dovremmo farci bloccare dalla retorica: sono certa che potremmo concludere un buon accordo. Ma il popolo avrà la prima e l’ultima parola su tutto questo”. L’eventuale adesione formale dell’Islanda all’Unione Europea richiederebbe infatti un secondo passaggio alle urne per la ratifica finale, e questo non accadrebbe prima del 2028.


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Ghiaccio, pesca e turismo

L’Islanda non è un piccolo stato (la superficie è di oltre 100.000 kmq, più grande di Ungheria o Portogallo), collocata lassù nell’Oceano Atlantico del Nord, a ridosso del Circolo Polare Artico, tra la Groenlandia e le Isole Faroe. Ma è tra le nazioni meno popolate al mondo (non a caso è stata chiamata “Ice land”, terra del ghiaccio): appena 400.000 abitanti, con un elettorato che alle ultime elezioni parlamentari, nel 2024, era di circa 268.000 persone. Un paese che ha nella pesca la sua “spina dorsale” economica, oltre al turismo che continua nella sua crescita costantenonostante il fallimento, verso la fine dello scorso anno, della compagnia aerea low-cost Play. Una nazione ricca, con un prodotto interno lordo che il Fondo Monetario Internazionale stima pari a 43,80 miliardi di dollari, con un tasso di crescita dell’1,9% e con un PIL pro capite di 100.048 dollari, il che colloca l’Islanda al 7° posto nella classifica mondiale. Il podio è occupato dal Principato di Monaco, dal Liechtenstein e da Lussemburgo. Insomma, un’economia sana, stabile e diversificata, con il 100% della produzione elettrica proveniente da fonti rinnovabili, il che la pone come leader globale nella lotta contro il cambiamento climatico. 

Tutti argomenti che alimentano le ragioni dei più scettici: chi ce lo fa fare? Perché mai dovremmo rinunciare alla sovranità assoluta sulle nostre risorse e aderire, per fare l’esempio più spinoso, alla Politica Comune della Pesca dell’Unione Europea che stabilisce anche “quote di cattura” e che potrebbe aprire quelle acque alla concorrenza, e dunque consentire l’accesso ad altri pescherecci provenienti dagli altri stati membri dell’UE? Al pari dei pescatori, che rischiano lo smantellamento del loro sofisticato sistema di quote, anche gli agricoltori locali temono di dover rinunciare, con l’applicazione della Politica agricola comunitaria (PAC), ai sussidi pubblici applicati ad hoc dai governi islandesi proprio per compensare il clima rigido e il piccolo mercato interno del paese. 

Il “ripensamento” del 2013

Va anche detto che l’Islanda non è del tutto digiuna di Europa, anzi: già dal 1994, fa parte dello Spazio Economico Europeo (SEE), in pratica il cosiddetto “mercato unico”, che consente la libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali. È anche membro dell’area Schengen (una zona di libera circolazione alle frontiere senza il controllo dei passaporti) e dell’Associazione Europea di Libero Scambio (EFTA). Questo vuol dire che già oggi l’Islanda applica una larga quota del diritto comunitario, senza tuttavia poter votare all’interno delle istituzioni europee. Per l’Unione Europea invece sarebbe importante riuscire a portare l’Islanda nel blocco, per aumentare la propria presenza nell’Artico, in una fase storica in cui la regione è diventata un centro di crescente competizione tra grandi potenze.

Peraltro, non è la prima volta che Reykjavik valuta l’opzione dell’adesione all’UE: era già accaduto nel 2009, subito dopo il crollo finanziario del 2008 che aveva messo in ginocchio il suo sistema bancario e la sua valuta, la corona islandese, che perse in pochi giorni oltre il 50% del suo valore rispetto all’euro. I tre più grandi istituti di credito, Kaupthing, Landsbanki e Glitnir, le cosiddette “banche vichinghe”, erano falliti quasi contemporaneamente, con debiti superiori agli 85 miliardi di euro. Decisivo fu l’intervento del Fondo Monetario Internazionale che, il 19 novembre 2008, approvò un pacchetto di salvataggio da 2,1 miliardi di dollari. 


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Ma le trattative per l’adesione all’UE subirono prima un freno in coincidenza della ripresa dell’economia (qui una dettagliata analisi pubblicata dalla Oxford Academic), mentre furono completamente abbandonate nel 2013 quando salì al potere una coalizione euroscettica di centrodestra, che due anni più tardi, nel 2015, comunicò formalmente a Bruxelles che l’Islanda non doveva più essere considerata un paese candidato. Decisione che scatenò polemiche, dal momento che fu presa in solitaria dall’esecutivo, senza alcuna approvazione parlamentare né attraverso un referendum popolare.

Trump, la Russia e un paese disarmato

Ora però i tempi sono cambiati, così come gli scenari geopolitici. E di certo a dare una gran spinta agli unionisti è stato Donald Trump con le sue mire d’espansione nell’Artico, con il suo proposito, finora soltanto verbale, di conquistare la Groenlandia, “quel grande pezzo di ghiaccio” indispensabile, a suo dire, per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ma lo scorso gennaio, nel discorso tenuto al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Trump aveva più volte confuso Groenlandia con Islanda: soltanto un lapsus o una minaccia esplicita? Il Dipartimento di Stato statunitense si era poi affrettato a rassicurare la ministra degli esteri islandese, Thorgerdur Katrín Gunnarsdóttir, che Trump intendeva davvero parlare di Groenlandia. Ma la mossa non è bastata a frenare i timori: “È così importante per noi vedere un gruppo di nazioni affini unirsi su principi e valori”, ha poi dichiarato la ministra degli esteri, apertamente favorevole all’adesione. 

Ma l’elemento paura continua ad agitare la politica, anche in una nazione dalla tradizione orgogliosamente pacifista. Perché oltre alle parole sconnesse di Trump (che ha recentemente tagliato i fondi destinati alla NATO) c’è da segnalare anche il pericoloso incremento delle attività dei sottomarini russi nell’Atlantico del Nord. E perché l’Islanda, che è membro fondatore della NATO, non ha un proprio esercito, né una Marina, né una forza aerea (qui un documentario storico della Nato, datato 1955). Dal 1949, anno di adesione al Trattato del Nord Atlantico, Reykjavik ha delegato la propria sicurezza alla stessa NATO e agli Stati Uniti, con i quali nel 1951 fu siglato un accordo bilaterale. In compenso, ospita missioni di polizia aerea a rotazione della NATO dalla base di Keflavík. “Il mio popolo è disarmato e lo è dai tempi dei nostri antenati vichinghi”sostenne il ministro degli esteri islandese dell’epoca, Bjarni Benediktsson, in occasione della firma del Trattato di Washington. “Non abbiamo né possiamo avere un esercito, ma il nostro paese è, in certe circostanze, di vitale importanza per la sicurezza dell’area dell’Atlantico del Nord”. Quasi 80 anni dopo un piccolo movimento nazionalista (i fondatori si definiscono “I Guardiani dell’Islanda”) chiede a gran voce l’istituzione di una propria forza di difesa nazionaleun esercito permanente formato da 2.000 uomini, altri 2.000 riservisti e una capacità di mobilitazione in tempo di guerra di 40.000 soldati. “Questa forza agirebbe come prima linea di difesa fino all’arrivo dei rinforzi della NATO”, ha spiegato Arnór Sigurjónsson, ex ufficiale delle forze armate norvegesi, uno dei fondatori del movimento. Il reclutamento, secondo i piani, avverrebbe su base volontaria e con la prospettiva di un salario adeguato.

L’insieme di tutti questi argomenti determinerà l’orientamento al voto per il referendum di sabato prossimo. I sondaggi suggeriscono comunque che il margine tra i due schieramenti sarà esiguo. Una rilevazione di Gallup, pubblicata il 27 giugno scorso, dava il “sì” al 52% contro il 48% dei contrari alla ripresa delle trattative per l’adesione alla UE. Il sondaggio più recente accredita il 51,3% al “sì” (percentuale ricavata non dal totale, ma da tutti coloro che avevano risposto al questionario) contro il 48,7% di “no”, ma con un 8,5% di indecisi e un 3,4% che ha preferito non rispondere. Insomma, la partita è ancora apertissima. I seggi resteranno aperti dalle 9 alle 22 di sabato 29 agosto (le 20 ora italiana). Visto il numero esiguo dei votanti, è probabile che il risultato sarà ufficializzato entro poche ore. 

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