SOCIETÀ

I magazzini dell’algoritmo: il colonialismo digitale

Alla fine, rischiamo di diventare solo un magazzino di intelligenza artificiale per il mondo” la frase di Rodrigo Vallejos, attivista cileno, ha fatto il giro del mondo. 

Rodrigo, sociologo e ricercatore, ma prima di tutto “un prodotto del quartiere”, come ama definirsi lui, parla dall’avamposto di Quilicura, nella periferia nord della Regione Metropolitana di Santiago del Cile. È un territorio storicamente segnato dalle ferite dell’industrializzazione e da oltre un decennio di siccità estrema.

A questo si aggiunge oggi l’attacco dei data center, che minaccia di cancellare quel che resta delle risorse e dell’identità dei territori. Vallejos ha iniziato la sua attività sul campo difendendo un’area umida locale dall’inquinamento, per poi accorgersi, spulciando i registri del sistema di valutazione di impatto ambientale cileno, dell’arrivo silenzioso dei colossi della Silicon Valley. Prima il data center di Google nel 2015, poi i progetti di Microsoft. Investigando i dati sui consumi d’acqua sotterranea, spesso inaccessibili persino alle autorità idriche, Vallejos si è reso conto che la digitalizzazione stava presentando alla sua terra un conto fisico insostenibile. La sua voce si è inserita nel dibattito geopolitico sulla ‘nuvola informatica’.

Siamo il magazzino di intelligenza artificiale del mondo: cosa significa? 

"Il Cile è uno dei tre Paesi con la maggior concentrazione di data center dell’America Latina, insieme a Messico e Brasile. Quilicura è l’epicentro. Oggi queste strutture ospitano i dati della rete tradizionale, ma il loro destino industriale è l’intelligenza artificiale. Questo comporta massicci ampliamenti tecnologici che si traducono in un maggiore consumo energetico e in un incremento spaventoso del consumo idrico. L’impatto per le comunità è devastante. A fronte di questo enorme sacrificio ecologico e identitario, qual è la compensazione per i cittadini? Zero."

In Occidente si parla (poco) di ‘estrattivismo digitale’, intendendo che il Nord del mondo estrae capacità computazionale svuotando le risorse idriche ed energetiche del Sud globale.

"Siamo davanti a qualcosa di ancora più pervasivo. Questa non è solo una dinamica Nord-Sud. Vediamo le stesse identiche denunce e comunità in allarme in Italia, Spagna, in Irlanda, o in vari Stati degli USA come l’Arizona e la Virginia. Siamo nel pieno di un processo di colonizzazione mai visto prima. La digitalizzazione sta colonizzando l’umanità intera, in tutti i continenti, eradicando le risorse biologiche per sostituirle con quelle digitali, depauperando i territori e rubando identità."

Nelle pubblicità delle Big Tech però, la ‘nuvola’ viene venduta come sinonimo di dematerializzazione, innovazione e progresso ecologico. Non è così?

"La ‘nuvola’ offre benefici di cui tutti godiamo (questa stessa intervista non potrebbe essere letta senza di essa). Ma come ogni industria pesante, genera impatti che vengono deliberatamente invisibilizzati. La ‘nuvola’ non sta per aria, vive grazie a installazioni fisiche immense, tubature, cemento. Il nostro obiettivo come attivisti non è far sentire le persone in colpa perché usano internet, ma dare visibilità a ciò che è nascosto. Vogliamo che queste aziende rispettino i pomposi impegni ambientali (water positive, restauro degli ecosistemi) che vendono al mondo nel loro marketing e che poi puntualmente disattendono sul territorio."

Parli di depersonalizzazione estetica e culturale, di furto di identità, perché?

"Perché il cemento omologa la cultura oltre ad annientare il territorio. I paesaggi che conoscevamo da bambini vengono cancellati e le persone oltre alla terra e alla casa perdono il senso di identità e di attaccamento alla propria terra. A Quilicura, che un tempo era una zona rurale, il processo di industrializzazione è iniziato negli anni Ottanta. Intere generazioni sono cresciute in un contesto già alterato e l’identità locale è andata in gran parte perduta. Ma se non hai conosciuto il ‘prima’ rischi di normalizzare ciò che normale non è. Informare vuol dire questo: custodire memoria, spiegare cos’abbiamo perduto e cosa stiamo perdendo, quali le conseguenze e per colpa di chi."

Molti urbanisti definiscono i data center come i nuovi non-luoghi della modernità: spazi geometrici recintati, videosorvegliati da droni, che non creano piazze e occupano il suolo senza integrarsi. Sei d’accordo?

"No, penso che considerarli ‘non-luoghi’ sia un errore che ci fa sottostimare la loro reale portata. Ogni centro di questi ospita al suo interno più informazioni di quante ne contenesse l’intera Biblioteca di Alessandria. Anche se non generano posti di lavoro stabili (una volta costruiti richiedono pochissimo personale umano), una parte sterminata della nostra vita biologica e sociale risiede fisicamente lì dentro: i nostri messaggi, le nostre foto, i nostri documenti. Sono le cattedrali del potere contemporaneo, che si nutrono del territorio e delle persone lasciando intorno il vuoto relazionale - ed ecologico."

In Europa e negli USA si parla di una trappola economica: le multinazionali incassano sussidi statali e agevolazioni fiscali, mentre i residenti si ritrovano con bollette elettriche più alte e fiumi inquinati. È così in Cile?

"Sì. I colossi dell’informatica lamentano che le leggi etiche e i controlli ambientali rallentano lo sviluppo. Il risultato? Qui hanno modificato il regolamento del Sistema di Valutazione di Impatto Ambientale, escludendo i nuovi data center dall’obbligo di sottoporsi a valutazioni approfondite. Questo significa togliere ai cittadini il diritto di conoscere, partecipare e fiscalizzare i progetti, calando un velo di segretezza sugli impatti reali. Se da un lato il governo Boric ha lanciato il Plan Nacional de Data Centers per attrarre capitali, dall’altro la pressione delle destre spinge per tagliare l’imposta corporativa alle grandi imprese (dal 27% al 23%) e garantire l’invariabilità tributaria per 25 anni a chi investe più di 50 milioni di dollari. Chi paga? Le comunità locali, private dei loro diritti democratici."

A Quilicura siete riusciti a fare pressione su colossi come Google, costringendoli a rivedere i progetti originari. Qual è la chiave della resistenza locale?

"L’investigazione rigorosa combinata con la visibilità mediatica, specialmente internazionale. Oggi le marce di piazza da sole non bastano più, la politica e le aziende rispondono molto di più alle dinamiche dei media e degli influencer. C’è una palese contraddizione: usiamo i media digitali e la ‘nuvola’ per contrastare e denunciare i data center che la tengono in piedi. Ma la nostra non è un’opposizione assoluta alla tecnologia. Chiediamo trasparenza; di sapere quanta energia, acqua, suolo e risorse consumano, dati che le aziende tengono nascosti. E chiediamo che l’Europa faccia pressione per creare regolamentazioni stringenti: se ci sono leggi forti in Europa, sono poi volano per lo sviluppo di normative a tutela del territorio anche in America Latina."

Le parole di Rodrigo Vallejos tracciano una mappa anche di ciò che sta accadendo in Italia, e in particolare in Lombardia, campionessa italiana - ed europea - del consumo di suolo e dove si concentra il 70% dei data center nazionali. La perdita di identità rurale di Quilicura corre in parallelo con la cementificazione della Pianura Padana. 

Il caso del mega-data center di Magenta è lo specchio della trappola economica denunciata da Vallejos. Si tratta di un investimento infrastrutturale da 2,5 miliardi di euro sull’area dismessa ex Novaceta: cinque colossi di cemento alti 27 metri disposti su mezzo milione di metri quadri. A fronte di un impatto occupazionale di appena 130 posti di lavoro stabili previsti una volta avviato, il complesso consumerà a pieno regime una quantità di energia pari al 40% dell’elettricità dell’intera città di Milano. E come accade in Cile, i contratti garantiscono alla struttura la priorità di approvvigionamento sulla rete ad alta tensione, mettendo a rischio la stabilità della fornitura civile per i cittadini lombardi durante i picchi estivi.

L’impianto emetterà 1,6 milioni di tonnellate di CO2 all’anno e, non prevedendo un sistema di teleriscaldamento per recuperare il calore, agirà come un gigantesco forno a cielo aperto, innalzando le temperature dell’area circostante. I casi di Bornasco (Pavia) e Arcene (Bergamo) confermano la tendenza: le multinazionali dell’immobiliare tecnologico sfruttano le pieghe di normative vaghe e la fame di oneri di urbanizzazione dei piccoli comuni per edificare su aree agricole o destinate a servizi collettivi.


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Secondo i dati di Terna aggiornati a marzo 2026, le richieste di connessione alla rete ad alta tensione per data center in Italia sono esplose, passando dalle 5 richieste del 2019 a 450 nel 2026, per una potenza potenziale di 82 GW. Seguendo questa tendenza, entro il 2035 il settore arriverà ad assorbire tra il 7% e il 13% del consumo elettrico nazionale complessivo.

“La legge regionale attualmente in discussione in Lombardia fa in realtà un favore ai costruttori”, spiega Damiano di Simine, responsabile delle politiche del suolo di Legambiente Lombardia nel corso del dibattito sulla nuova normativa. “Prevede una maggiorazione del 50% sugli oneri per chi costruisce su aree verdi libere, ma è una cifra irrisoria rispetto ai costi e ai tempi burocratici di una bonifica industriale. Inoltre, classifica i data center come attività industriali invece che terziarie, mantenendo gli oneri di base bassissimi”.

Il cuore del problema politico sollevato da Rodrigo Vallejos trova una sponda inquietante nelle stanze del potere di Bruxelles. Mentre l’attivista cileno denuncia la cancellazione delle valutazioni di impatto ambientale nel suo Paese, in Europa una recente inchiesta della cooperativa giornalistica Investigate Europe ha rivelato come le Big Tech - in primis Microsoft - hanno condotto una massiccia operazione di lobbying per secretare i dati ambientali dei propri centri di calcolo. Le pressioni hanno ottenuto l’inserimento di clausole di segretezza commerciale nelle direttive europee sulla transizione energetica, bloccando l’accesso pubblico a informazioni cruciali su emissioni e consumi idrici dei data center.

La materialità di internet, del resto, sta diventando persino un bersaglio geopolitico: gli attacchi fisici e informatici registrati a inizio 2026 contro i data center di AWS (Amazon) nei Paesi del Golfo sono esempio di come ‘bombardare internet’ e spegnere intere regioni siano ormai strumento di guerra.

La storia di Rodrigo Vallejos è una storia globale: quella del costo umano e biologico del tecnocapitalismo. L’alternativa all’omologazione dei territori e al prosciugamento delle risorse è, secondo Vallejos, la ‘democrazia ecologica’. Come suggerito da innumerevoli esperti e ripreso dai moniti dello stesso Papa Francesco contro le derive algoritmiche, è necessario imporre limiti di legge al consumo di dati, pretendere lo sviluppo di modelli open source ottimizzati che non richiedano immani infrastrutture centralizzate e costringere le Big Tech alla totale trasparenza. Solo così la ‘nube’ potrà smettere di pesare come un macigno sulla terra e sulle spalle delle comunità.

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