SOCIETÀ

Il Myanmar scivola nell'orbita cinese

Il 26 giugno 2026 alcuni residenti di Muse, cittadina birmana al confine con la Cina, hanno notato che i pennoni cinesi erano arrivati a soli sei metri dal mercato di Mingalar Muse, a ridosso del valico di Jiegao. "Ho notato i pennoni dentro il territorio birmano due o tre mesi fa: da allora si sono avvicinati molto", ha raccontato un residentea The Irrawaddy, la testata che da anni segue l'avanzata dei reticolati cinesi nello Stato Shan settentrionale. Non è un episodio isolato: da dicembre 2025 Pechino ha spostato le proprie recinzioni tra i 15 e oltre 100 metri dentro il territorio birmano in diversi paesi di frontiera; a Chinshwehaw tre abitazioni sono finite dal lato cinese del nuovo confine, e né il Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) né lo United Wa State Army (UWSA), i due gruppi armati che controllano l'area, hanno protestato ufficialmente. La violazione è anche formale: il trattato di confine del 1960 e il protocollo del 1961 vietano costruzioni permanenti nella fascia cuscinetto di dieci metri tra i due Paesi. E per un avanzamento di confine a Nord, il collegamento diretto va alle direttrici commerciali di Pechino, soprattutto per quanto riguarda gli idrocarburi e il loro trasporto.

Un Paese spaccato dal golpe del 2021

Per capire perché la Cina possa permettersi questa avanzata silenziosa serve un passo indietro. Nel febbraio 2021 i militari guidati da Min Aung Hlaing hanno rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi, aprendo una guerra civile che secondo ilGlobal Conflict Tracker del Council on Foreign Relations ha già causato oltre 100.000 morti e 5,2 milioni di sfollati. Alla resistenza armata delle People's Defense Forces, che rivendicano circa 85.000 combattenti, si affiancano venticinque organizzazioni etniche armate, tra cui la Three Brotherhood Alliance che nell'ottobre 2023 ha lanciato l'Operazione 1027, ribaltando gli equilibri del conflitto. Cinque anni dopo il golpe la giunta controlla appena il21-33% del Paese, contro il 42% in mano a resistenza ed eserciti etnici e un altro 37% conteso. È in questo vuoto di sovranità, che Pechino esercita la propria influenza.

Il confine cambia, così come la lingua utilizzata

L'avanzata dei reticolati non è un fenomeno isolato dal resto della vita di frontiera. A Kutkai, nello Shan settentrionale, il MNDAA ha sostituito la segnaletica in lingua ta'ang con caratteri cinesi in oltre una dozzina di villaggi, rimuovendo le bandiere delle comunità locali. A Hseni, storica cittadina shan conquistata dal MNDAA, l'insegna in lingua locale o inglese è vietata, il cinese è la lingua obbligatoria per gli affari e lo yuan circola ormai come moneta corrente; pattern simile a Hopang, sotto controllo dell'UWSA dal 2024, dove proliferano casinò e attività commerciali gestite da cinesi. Nel maggio 2026 il ministero degli Esteri birmano ha convocato le principali testate del Paese, tra cui SkyNet e Myanmar Insider, imponendo "cautela" nel raccontare i rapporti con Pechino, come documentato da The Irrawaddy: la giunta, più che proteggere la propria sovranità, preferisce non irritare il principale sponsor esterno del regime. Il fenomeno, del resto, non nasce nel 2026: già dal 2020 la Cina ha eretto oltre 600 chilometri di barriere lungo il confine birmano. Le motivazioni ufficiali, per quella che l'ISEAS-Yusof Ishak Institute ha chiamato "la Grande muraglia cinese meridionale", erano di natura sanitaria, legate alla pandemia di Covid-19.

La posta in gioco energetica: il dilemma di Malacca

Il tratto di confine più conteso non è casuale: è lo sbocco settentrionale del corridoio che collega il porto di Kyaukphyu, sulla costa birmana dell'Oceano Indiano, allo Yunnan cinese attraverso 800 chilometri di oleodotti e gasdotti. Secondo l'analisi del Center for Strategic and International Studies, l'infrastruttura - un porto in acque profonde da 7,3 miliardi di dollari controllato al 70% dalla statale CITIC, più una zona industriale da 2,7 miliardi - serve a Pechino per aggirare lo stretto di Malacca, che un avversario come gli Stati Uniti potrebbe in teoria bloccare in caso di crisi. Le capacità in gioco non sono simboliche: 22 milioni di barili di greggio e 12 miliardi di metri cubi di gas l'anno passano per questa rotta invece che per Malacca. Il tema è tornato d'attualità nel 2026: la crisi dello stretto di Hormuz ha spinto l'Agenzia Internazionale dell'Energia a paventare un nuovo shock energetico globale, rendendo ancora più urgente per Pechino blindare le rotte alternative. Non stupisce che già nel 2021 la Cina avesse chiesto alla giunta di rafforzare la sicurezza degli oleodotti proprio a causa del rischio di scontri etnici nello Shan settentrionale: la stessa regione dove oggi avanzano i reticolati.

La leva sui gruppi armati: terre rare e giro di vite sulle truffe online

Pechino non gestisce i gruppi armati birmani come alleati ideologici, ma come rischi da calibrare caso per caso. È la tesi di Htet Shein Lynn, ricercatore dell'Institute for Strategy and Policy-Myanmar: la Cina valuta ogni attore armato in base alla vicinanza geografica alle proprie infrastrutture, alla sua capacità di condizionare la giunta e al rischio che sfugga al controllo cinese, applicando così un "contenimento tollerante" all'UWSA, un "accomodamento tattico" a Kachin Independence Army e Arakan Army, e un mix di tolleranza iniziale e freno successivo a MNDAA e Ta'ang National Liberation Army. Quando il MNDAA ha superato la linea rossa conquistando Lashio nel luglio 2024, Pechino ha tagliato l'accesso a internet, carburante, elettricità, cibo e altri beni di consumo per riportarlo all'ordine. La stessa logica di pressione vale per le terre rare: il territorio del Kachin controllato dall'organizzazione locale KIO ospita giacimenti cruciali per il dominio cinese sulle catene di fornitura globali, e Pechino ha usato l'accesso al confine come merce di scambio per portare il KIO al tavolo negoziale. Un'altra leva è la repressione dei centri di truffa online che operano nelle aree di confine, strutture spesso gestite con manodopera reclutata con l'inganno e costretta a lavorare sotto minaccia: la Cina ha già eseguito condanne a morte per membri dei clan Ming e Bai coinvolti nelle truffe telematiche, secondo Al Jazeera, trasformando la lotta alla criminalità informatica in un ulteriore strumento di pressione su giunta e milizie locali. Il controllo territoriale si traduce anche in controllo commerciale: secondo l'Institute for Strategy and Policy-Myanmar, il MNDAA gestisce ormai la maggior parte dei valichi e delle rotte commerciali con la Cina nello Shan settentrionale, diventando l'attore economico più rilevante di quell'area di confine.

La legittimazione politica: Pechino puntella la giunta

Il sostegno cinese non si è fermato al confine. Secondo il briefing dell'International Crisis Group, Pechino ha fornito alla giunta caccia, droni e sistemi anti-drone, ha mediato i cessate il fuoco che hanno alleggerito la pressione militare su Naypyidaw, e ha condizionato le vendite di armi dell'UWSA alle forze di resistenza. Min Aung Hlaing è diventato presidente l'11 aprile 2026, dopo elezioni di dicembre-gennaio vinte dal partito USDP con 339 seggi su 420 e un'affluenza ferma al 54% nelle aree dove si è potuto votare: "le elezioni hanno perpetuato" il dominio militare "dietro una facciata civile", scrive l'organizzazione. Il nuovo ministro degli Esteri birmano, Tin Maung Swe, era in precedenza ambasciatore a Pechino.

Quei sei metri di terra birmana finiti dietro i pennoni cinesi a Muse sono, in fondo, la misura in scala di un fenomeno molto più ampio: un Myanmar sempre più dipendente da Pechino per armi, mercati e legittimità politica, mentre l'India osserva con crescente inquietudine l'espansione cinese sul Golfo del Bengala. Resta da capire quanto margine di manovra conservino ancora la giunta e i gruppi armati che oggi somigliano più a clienti che ad alleati di Pechino, o se, metro dopo metro, quel margine non si stia già esaurendo.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012