La Nuova Zelanda predica sicurezza e pratica convenienza con Pechino
Il Primo Ministro neozelandese Christopher Luxon e il Presidente cinese Xi Jinping durante un incontro a Pechino - China Daily via REUTERS
Il 13 agosto 2026 il New Zealand Security Intelligence Service, l'agenzia di intelligence interna neozelandese nota con l'acronimo NZSIS (l'equivalente locale del britannico MI5, incaricata di contrastare spionaggio, sabotaggio e ingerenze straniere sul territorio nazionale), ha pubblicato a Wellington il suo rapporto annuale “Security Threat Environment 2026 Assessment”, indicando per la prima volta la Cina come l'unico paese che conduce operazioni di spionaggio “su scala” contro il paese. Il documento, consultabile integralmente sul sito dell'agenzia, descrive un caso specifico: un'organizzazione con sede in Cina e stretti legami con Pechino, la Purple Mountain Observatory, avrebbe tentato di installare infrastrutture spaziali terrestri in Nuova Zelanda tramite un'azienda locale che, secondo il NZSIS, era verosimilmente ignara del fatto che le apparecchiature potessero raccogliere informazioni di valore militare. L'agenzia non ha reso pubblico il nome della società coinvolta né i dettagli operativi con cui il tentativo sarebbe stato bloccato.
Un osservatorio, un satellite e un profilo LinkedIn
Oltre al caso dell'osservatorio, il rapporto NZSIS segnala un secondo fronte di preoccupazione, più insidioso perché diffuso: il reclutamento di funzionari pubblici neozelandesi attraverso piattaforme professionali come LinkedIn, con offerte economicamente vantaggiose mascherate da opportunità di consulenza o collaborazione accademica. Gli analisti dell'agenzia collegano esplicitamente questa attività all'avvicinarsi delle elezioni generali del 7 novembre, segnalando un rischio di interferenza elettorale che si aggiunge, senza sostituirla, alla più tradizionale raccolta di informazioni industriali e tecnologiche. È la prima volta che un rapporto ufficiale neozelandese formula un'accusa così diretta e circostanziata: negli anni precedenti i riferimenti alla Cina restavano generici, parte di un più ampio elenco di “stati ostili”, senza la specificità del caso attuale.
Un rapporto che arriva a ridosso delle urne
La pubblicazione cade in un momento politicamente delicato per Wellington. Il governo in carica è una coalizione tripartita tra il partito conservatore National, il liberista ACT New Zealand e il populista New Zealand First, in carica dal novembre 2023 sotto la guida del primo ministro Christopher Luxon, con il leader di ACT David Seymour nel ruolo di vice premier dal maggio 2025. A gennaio Luxon ha convocato elezioni anticipate per il 7 novembre 2026, in un contesto economico difficile: la disoccupazione è salita al 5,6% nel trimestre di giugno e l'inflazione resta sopra l'obiettivo, al 4,1%. I sondaggi, secondo Bloomberg, danno il centrosinistra del Labour in leggero vantaggio, sebbene il sistema elettorale proporzionale neozelandese renda l'esito tutt'altro che scontato.
In questo contesto, il rapporto del NZSIS non è solo un documento di sicurezza nazionale ma anche un elemento che entra, inevitabilmente, nella campagna elettorale. La Nuova Zelanda ha costruito dagli anni Ottanta, con la storica postura antinucleare, un'identità di politica estera che Wellington stessa definisce “indipendente”: non allineata in modo automatico alle scelte di Washington, attenta a preservare margini di autonomia nel Pacifico. Quell'identità è oggi messa sotto pressione dal dibattito interno sull'eventuale adesione neozelandese al cosiddetto secondo pilastro di AUKUS, l'accordo di sicurezza siglato nel 2021 tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia (il cui primo pilastro riguarda la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare a Canberra, mentre il secondo prevede la condivisione di tecnologie avanzate).
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Secondo l'ex primo ministro laburista Helen Clark, un'eventuale adesione rappresenterebbe un allontanamento radicale da quella tradizione di indipendenza; il ricercatore Robert Patman l'ha definita un possibile “cambiamento sismico” nella postura geopolitica del paese, come ricostruito da Newsroom e da un'analisi del think tank Security in Context.
Non sarebbe una prima volta
Il caso reso pubblico ad agosto si inserisce in una linea di continuità che risale ad almeno un decennio fa. Nel 2017 la politologa dell'Università di Canterbury Anne-Marie Brady pubblicò uno studio sulle attività di influenza del Partito Comunista Cinese nel Pacifico; nei mesi successivi subì un furto in casa, due effrazioni nel suo ufficio universitario, danneggiamenti all'auto e telefonate anonime, episodi mai completamente chiariti dalla polizia, che negò il coinvolgimento diretto del GCSB - il Government Communications Security Bureau, l'agenzia neozelandese di intelligence sulle comunicazioni - nell'indagine, secondo quanto riportato da RNZ. Nel 2018 furono proprio le preoccupazioni di sicurezza sollevate dal GCSB a portare al blocco di Huawei dal contratto per la rete 5G con l'operatore Spark.
Nel 2021 un attacco informatico attribuito alla Cina colpì gli indirizzi email di parlamentari neozelandesi legati all'IPAC, la Inter-Parliamentary Alliance on China, una rete internazionale di legislatori critici verso Pechino su temi di diritti umani e sicurezza.
Pechino contrattacca
La reazione cinese al rapporto di sicurezza neozelandese non si è fatta attendere. L'ambasciata di Pechino a Wellington ha respinto il rapporto definendolo intriso di “mentalità da Guerra Fredda” e ha lasciato intendere che possa trattarsi esso stesso di un prodotto di “interferenza straniera”, mentre fonti citate da Bloomberg riportano che Pechino ha accusato Wellington di essersi trasformata in una “pedina” delle forze anti-cinesi. Il South China Morning Post e il Global Times, quotidiano vicino al Partito Comunista Cinese, hanno amplificato la linea diplomatica ufficiale, insistendo sull'assenza di prove concrete a sostegno delle accuse.
Il tono del rapporto assume un peso particolare alla luce della posizione storica di Wellington all'interno dei Five Eyes, l'alleanza di condivisione di intelligence tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda nata durante la Guerra Fredda. Tra i cinque membri, la Nuova Zelanda è tradizionalmente quella che ha mantenuto il profilo più cauto verso Pechino, l'ultima ad adeguarsi alle restrizioni su Huawei imposte dagli alleati e la più riluttante a impegnarsi su AUKUS. Un rapporto ufficiale che nomina esplicitamente la Cina come unica minaccia “su scala” rappresenta, quindi, nella lettura di diversi osservatori, un possibile punto di svolta in quella postura storicamente prudente.
A rendere la vicenda più delicata è il peso che la Cina continua ad avere nell'economia neozelandese. Pechino resta il primo mercato di esportazione del paese, con un valore complessivo di quasi 12 miliardi di dollari nel 2025 secondo i dati elaborati da Trading Economics, e assorbe circa il 40% dell'intero export lattiero-caseario neozelandese, settore che da solo vale 4,62 miliardi di dollari verso il solo mercato cinese. Dati più recenti, riportati da Bloomberg, mostrano tuttavia un flusso commerciale in flessione rispetto ai picchi toccati nel 2021, con Pechino che negli ultimi 18 mesi ha spostato parte degli acquisti di latte fluido verso fornitori come Australia e Germania. Per alcuni analisti, si tratterebbe di un segnale che la relazione commerciale su cui Wellington ha costruito buona parte della propria prosperità dell'ultimo decennio non è più scontata né a senso unico.
Resta da vedere se il governo Luxon, nel pieno di una campagna elettorale segnata da disoccupazione e inflazione, sceglierà di tradurre l'allarme del NZSIS in misure concrete - tra cui nuove restrizioni sugli investimenti, un'accelerazione del dibattito sul secondo pilastro del programma AUKUS o controlli più severi sul reclutamento di funzionari pubblici - oppure se, come già accaduto in passato, la necessità di preservare l'accesso al mercato cinese finirà per prevalere sulla retorica securitaria. È la stessa domanda, sostanzialmente irrisolta, che accompagna la Nuova Zelanda da quando Anne-Marie Brady la sollevò per prima quasi un decennio fa: quanto a lungo un paese possa dirsi “indipendente” in politica estera restando, allo stesso tempo, così esposto a un partner commerciale scomodo ma allo stesso tempo molto redditizio.