SOCIETÀ

I Paesi di tutto il mondo cercano soluzioni alla crisi energetica

A pochi giorni dall’attacco statunitense-israeliano all’Iran, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), ha concordato con i suoi 32 Paesi membri il rilascio graduale di 400 milioni di barili di petrolio dalle sue riserve strategiche, per provare a compensare almeno in parte l’interruzione delle forniture di prodotti petroliferi, provocata dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Da qui passava via nave circa il 20% del petrolio consumato nel mondo.

I membri della IEA detengono scorte di emergenza per oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute su obbligo governativo, si legge sul sito dell’agenzia. Il rilascio coordinato delle scorte è il sesto nella storia dell’IEA che è stata creata nel 1974, in seguito alla prima grande crisi petrolifera scatenata dalla guerra del Kippur del 1973. Le precedenti azioni collettive sono state intraprese nel 1991, nel 2005, nel 2011 e due volte nel 2022.

“La guerra in Medio Oriente sta generando una grave crisi energetica e la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale. In assenza di una rapida risoluzione, gli impatti sui mercati energetici e sulle economie sono destinati a diventare sempre più gravi», ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’agenzia. “I mercati petroliferi sono globali, quindi anche la risposta alle gravi interruzioni deve essere globale. La sicurezza energetica è il mandato fondativo della IEA e sono lieto che i Paesi membri stiano dimostrando una forte solidarietà adottando insieme misure decisive”.

Oltre a quest’azione coordinata a livello globale però, i singoli stati nazionali in ogni angolo del globo (il che fa capire la portata dell’emergenza) stanno tentando di contenere le conseguenze più gravi della crisi. La IEA sta tenendo traccia delle iniziative tramite il 2026 Energy Crisis Policy Response Tracker. Gli interventi sono catalogati in due macro-categorie: riduzione dell’uso di combustibili fossili e supporto ai consumatori.

Supporto ai consumatori

L’Italia per esempio ha scelto finora di non adottare misure per ridurre stabilmente il consumo di gas e petrolio, nonostante importi la quasi totalità delle fonti fossili che consuma. Il governo ha invece scelto di proteggere i consumatori da un eccessivo rialzo dei prezzi, tagliando temporaneamente le accise dei carburanti per i trasporti e introducendo altre agevolazioni fiscali per esempio per il settore agricolo.

Analoghe misure sono state adottate da molti altri Paesi. Alcuni hanno scelto di mettere un tetto al prezzo dei carburanti: la Cina lo ha fatto per i prezzi del petrolio raffinato, il Cile per il cherosene, l’India e la Nigeria per i carburanti degli aerei.

Oltre ai tagli delle tasse e gli interventi sui prezzi, molti Paesi hanno scelto di introdurre veri e propri sussidi: lo ha fatto per esempio il Brasile per la produzione e l’importazione di carburanti, lo ha fatto l’Etiopia per benzina e gasolio, la Grecia per gli agricoltori.

Nonostante questi aiuti, i governi stanno anche chiedendo ai cittadini e alle categorie produttive di fare attenzione ai consumi.

Misure a breve termine

L’Australia per esempio ha lanciato la campagna Every Little Bit Helps (ogni piccolo sforzo aiuta) che incoraggia i cittadini a ridurre i consumi e ad assicurare che le forniture restino sufficienti a incontrare la domanda nazionale. Analogamente, l’Etiopia ha invitato i propri cittadini a essere “frugali” nell’uso di carburanti.

L’India invece ha adottato misure più drastiche: ha per esempio posto un tetto all’uso di gas da parte dell’industria. Mentre il Bangladesh ha imposto un limite di 25°C per i sistemi di condizionamento dell’aria, la Giordania ha vietato l’uso dell’aria condizionata in tutti gli uffici pubblici.

Moltissimi Paesi hanno incoraggiato o imposto il lavoro da remoto almeno per alcuni giorni a settimana: tra questi ci sono la Cambogia, l’Egitto, l’Indonesia, la Corea, la Malesia, il Myanmar, il Pakistan, il Perù, lo Sri Lanka, la Thailandia e il Vietnam. Le scuole e le università sono state chiuse in Bangladesh, mentre le lezioni sono state spostate dalle classi fisiche a quelle virtuali online in Pakistan e in Perù. Il Madagascar e le Filippine invece si sono visti costretti a dichiarare lo stato di emergenza a livello nazionale.

Il settore dei trasporti è tra i più colpiti dalla crisi e molti Paesi stanno incentivando l’uso di mezzi pubblici al posto di quelli privati: la Lituania per esempio ha ridotto del 50% il costo dei treni per due mesi, mentre il Pakistan ha reso temporaneamente gratuiti i trasporti pubblici. Il Bangladesh e il Brunei hanno dovuto porre limiti all’acquisto di carburante dai distributori, così come Slovenia e Slovacchia,

Mentre queste misure di contenimento dei consumi sono volte a evitare lo shock nell’immediato, un altra tipologia di azioni guarda all’orizzonte più lungo e punta a ridurre in modo strutturale la dipendenza dall’importazione di combustibili fossili.

Misure a medio-lungo termine

Negli ultimi due anni, le istituzioni europee hanno trasformato il Green Deal in una sorta di tela di Penelope: quello che era stato costruito nel corso del primo mandato von der Leyen, stava gradualmente venendo sfilacciato nel secondo mandato. La crisi energetica del 2026 sembra però aver fatto nuovamente cambiare approccio all’Europa, che è tornata a rilanciare l’importanza dell’elettrificazione, della decarbonizzazione, e dell’emancipazione dalla dipendenza da combustibili fossili importati da regioni geopoliticamente poco affidabili.

Così come nel 2022 all’indomani dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia la Commissione Europea aveva approntato il piano RePowerEU per arrivare a fare a meno del gas russo, meno di un mese dopo i primi bombardamenti all’Iran la Commissione ha annunciato l’iniziativa AccelerateEU con cui intende proteggere i cittadini europei dalla crisi dell’energia fossile e accelerare la transizione a fonti energetiche pulite e prodotte in casa. Entro l’estate la Commissione presenterà l’Electrification Action Plan.

La Francia ha invece già presentato il suo piano di elettrificazione nazionale con cui intende accelerare l’elettrificazione dei consumi per ridurre strutturalmente la domanda di combustibili fossili.

Analogamente, l’Olanda sta puntando a sostituire le caldaie a gas con pompe di calore elettriche per aumentare l’efficienza energetica di edifici e proprietà. Sta anche favorendo le installazioni di pannelli solari e la sostituzione di veicoli a combustione con quelli elettrici a batteria.

Anche l’Argentina sta provando ad affrontare il problema alla radice, aumentando per esempio la percentuale di biocarburante contenuto nella benzina e nel diesel. Anche il Cile ha introdotto vantaggi fiscali per l’acquisto di veicoli elettrici, così come altri incentivi sono stati adottati da Indonesia, Laos, Cambogia e Regno Unito. L’Unione Europea ha anche scelto di istituire un osservatorio che monitori la disponibilità di carburanti.

Sbandierando lo slogan elettorale drill, baby, drill, Trump è stato eletto anche con il supporto delle compagnie petrolifere statunitensi, a cui aveva promesso il ritorno a un’età dell’oro. Alla sede centrale delle Nazioni Unite aveva definito una truffa la crisi climatica e all’interno dei confini nazionali, da presidente degli Stati Uniti, ha dichiarato guerra alle energie rinnovabili. Attaccando l’Iran e provocando la chiusura dello stretto di Hormuz, Trump però ha rivelato tutte le vulnerabilità e le fragilità del mercato globale di petrolio e gas. Un numero crescente di Paesi sta ora rimettendo al vertice delle proprie agende le politiche di transizione energetica, non tanto per ragioni di sostenibilità climatica, ma sempre di più per tutelare la propria sicurezza nazionale.

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