La paralisi dell’ONU: Erdoğan chiede l’abolizione del diritto di veto
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite - REUTERS/MIKE SEGAR
Di fronte al protrarsi delle crisi più urgenti e recenti (guerre, shock energetici, interruzioni straordinarie nelle catene di approvvigionamento), senza che nessuno abbia la capacità concreta d’interrompere questa spirale di violenze, di prepotenze e di sopraffazioni, che senso ha mantenere il “privilegio” del diritto di veto per 5 nazioni (i membri permanenti: USA, Cina, Russia, Francia e Regno Unito) al Consiglio di Sicurezza dell’Onu? Dati alla mano la domanda non è oziosa: gli Stati Uniti, negli ultimi tre anni, hanno posto il veto a sette risoluzioni relative al conflitto israelo-palestinese, incluse cinque che chiedono un cessate il fuoco a Gaza. E in presenza di un veto, l’ONU non può muoversi. Stessa cosa hanno fatto i russi, impedendo al Consiglio di Sicurezza di approvare risoluzioni di condanna sulla guerra in Ucraina. Tra il 2011 e il 2024, Russia e Cina hanno posto il veto a più di 15 risoluzioni relative al conflitto in Siria. Mentre Cina e Russia bloccano sistematicamente (l’ultima il 18 settembre scorso) ogni risoluzione proposta dagli Stati Uniti, o da suoi alleati, per aggravare l’isolamento di Teheran.
Ma, al di là dei torti e delle ragioni, è evidente che siamo di fronte a un colossale stallo della diplomazia mondiale. Con l’ONU ridotta a puro elemento di coreografia, nonostante il pianeta sia dilaniato da un numero di conflitti mai così alto dal dopoguerra a oggi, incapace di parlare con una sola voce, ferma e alta, che possa indicare una strada, magari nel rispetto del diritto internazionale, con una morale che abbia un peso sovranazionale, senza doversi piegare alla prepotenza del più forte. Eppure la Carta delle Nazioni Unite, firmata il 26 giugno 1945, fissava chiaramente l’obiettivo della sua stessa esistenza: “mantenere la pace e la sicurezza internazionale, sviluppare relazioni amichevoli tra gli Stati, promuovere la cooperazione internazionale e servire come centro per armonizzare le azioni degli Stati nel raggiungimento di tali obiettivi”. Parole che a leggerle oggi sembrano pura utopia, ma che avevano senso, eccome, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando si scelse di considerare che il ruolo preminente delle grandi potenze fosse indispensabile per la costruzione di qualsiasi sistema di sicurezza collettiva. Oggi bisogna prendere atto che non è più così. La piattaforma di ricerca Diplomacy&Law, riassume la questione con parole nette: “Il diritto di veto si è evoluto, passando da un compromesso costituzionale stabilizzante a una fonte strutturale di fallimento all’interno del sistema di sicurezza collettiva”.
Il potere enorme nelle mani del P5
Dunque cosa fare? Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, durante l’ultima sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è tornato a lanciare la proposta più drastica: eliminare il diritto di veto riservato alle 5 superpotenze (chiamate P5, Permanent Five). “L’attuale sistema è ingiusto e ostacola la stabilità e la pace globale”, ha sostenuto Erdogan parlando all’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “La struttura attuale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sviluppata ottant'anni fa, non risponde più alle esigenze di un mondo in cambiamento.
Lasciare la risoluzione delle crisi globali alla volontà di una manciata di capitali non è più compatibile con le realtà del mondo di oggi. E un solo paese non dovrebbe avere il potere di bloccare i desideri della più ampia comunità internazionale. Perché un sistema in cui la volontà di oltre 190 nazioni è soggetta ai capricci di cinque paesi non è né giusto né capace di stabilire piena fiducia. Ottantuno anni fa, le Nazioni Unite sono state create per preservare la pace e la stabilità globale - ha concluso Erdoğan -, ma purtroppo l’ONU non è stata in grado di adempiere al suo dovere”.
L’appello del presidente turco non è certo una novità assoluta. Il Direttore Esecutivo del Global Governance Forum, l’economista Augusto Lopez-Claros, già nel 2022 scriveva quella che, a leggerla oggi, sembra una profezia: “Il potere di veto ha paralizzato l’ONU in un momento in cui le molteplici crisi globali che affrontiamo richiedono un’organizzazione efficace e di risoluzione dei problemi che rafforzi la nostra capacità di cooperazione internazionale.
Se non sarà abolito, non solo ostacolerà l’organizzazione nel suo sforzo di rimanere fedele ai suoi nobili principi fondanti, ma alla fine corromperà la sua autorità morale residua, senza la quale non può sperare di rimanere rilevante in un mondo interdipendente”. E perfino l’OXFAM, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale (l’acronimo sta per Oxford Committee for Famine Relief), da diversi anni si batte per l’abolizione della clausola. In una campagna dal titolo “Vetoing Humanity”, lanciata nel 2024, l’ong scriveva: “Questo rapporto mira a mettere in evidenza le conseguenze umanitarie della disfunzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dei meccanismi di finanziamento umanitario. Alcuni stati potenti stanno ostacolando i processi di pace e minando le leggi internazionali che dovrebbero essere ugualmente vincolanti per tutti i popoli”.
La riforma impossibile
Ma è davvero possibile che l’ONU riesca prima o poi ad approvare una simile riforma? Difficile, se non addirittura impossibile. Perché la Carta delle Nazioni Unite, all’articolo 108, stabilisce che qualsiasi modifica della stessa Carta, ratificata a maggioranza di due terzi dell’Assemblea Generale, debba essere approvata anche da tutti i membri permanenti. Che assai difficilmente, tutti insieme e concordi, darebbero l’assenso a una riduzione del proprio potere. Come è già accaduto nel 2022, quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, all’indomani dell’invasione del suo paese, chiese la revoca del potere di veto della Russia (“I soldati ucraini stanno facendo con il loro sangue ciò che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrebbe fare con il proprio voto”, disse all’epoca. “Il potere di veto nelle mani dell’aggressore è ciò che ha spinto l’ONU nello stallo”), senza ottenere alcun risultato.
Scriveva, ancora nel 2023, The Conversation: “Ogni volta che uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si impegna in azioni ripugnanti, vediamo un’ondata di voci che denunciano l’impotenza e il fallimento dell’ONU nel fermare conflitti e atrocità. La critica è del tutto ragionevole: il P5 non dovrebbe avere il potere di impedire all’ONU di agire contro di loro. Tuttavia, questo non è un fallimento dell’ONU in sé, ma piuttosto una caratteristica di design incorporata in tutto il sistema ONU. Una riforma, in questo senso, è praticamente impossibile: ed è per questo che dobbiamo smettere di aspettarci così tanto dall'organismo globale. L’unica via possibile sarebbe sciogliere la Carta delle Nazioni Unite e riformare l’ONU con un nuovo trattato che limiti o abolisca il potere di veto”. Ma anche questo, basterebbe? Perché mai gli Stati Uniti, per fare un esempio, o la Russia, dovrebbero accettare di far parte di questa (ipotetica) nuova organizzazione rinunciando al potere che finora hanno avuto? Cosa impedirebbe loro di continuare a stracciare le norme del diritto internazionale?
Tra collasso finanziario e nuove elezioni
C’è poi il problema dei mancati finanziamenti, che sta strangolando l’operatività delle agenzie delle Nazioni Unite (gli Stati Uniti hanno appena versato 827 milioni di dollari, ma dopo aver accumulato debiti per oltre 5 miliardi di dollari) e che ha spinto, lo scorso gennaio, il Segretario Generale António Guterres a scrivere, in una lettera agli ambasciatori: “La crisi si sta aggravando, minacciando l’erogazione dei programmi: l’organizzazione sta rischiando il collasso finanziario. E la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente nel prossimo futuro”.
Un prossimo futuro che peraltro vedrà l’elezione del nuovo Segretario Generale dell’ONU, dal momento che il mandato di António Guterres scadrà il prossimo 31 dicembre. E, come di norma, il sostituto sarà scelto e nominato prima della scadenza del mandato del predecessore. I candidati sono 7, tra i quali 4 donne (sarebbe la prima volta). L’Ecuador ne propone due: l’ex ambasciatrice Ivonne A-Baki e l’ex ministra degli esteri María Fernanda Espinosa Garcés. Poi la diplomatica del Costa Rica, Rebeca Grynspan Mayufis, e Carolyn Rodrigues Birkett, dal 2020 rappresentante permanente della Guyana presso le Nazioni Unite. Di peso la candidatura dell’argentino Rafael Mariano Grossi, attuale Direttore Generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). A chiudere la rosa dei candidati c’è Macky Sall, ex presidente del Senegal (la sua candidatura ha scatenato feroci polemiche nel paese africano) e il “veterano” Olara Otunnu, ugandese, ex Sottosegretario Generale ed ex rappresentante speciale per i bambini nei conflitti armati. Chiunque prevarrà, si troverà ad affrontare un’agenda assai severa, tra tensioni geopolitiche crescenti, conflitti armati, emergenze umanitarie e climatiche, gravi carenze di finanziamento. E con un livello di solidarietà globale che avrebbe un enorme e disperato bisogno di restauro.