SOCIETÀ

Pechino spinge sul nucleare per sfamare l'AI

Negli ultimi quattro anni la Cina non ha mai smesso di approvare nuove centrali nucleari, nemmeno quando la crescita rallentava o l'attenzione internazionale era rivolta altrove. Il 31 luglio quella continuità si è tradotta in un nuovo passo avanti: il Consiglio di Stato, riunito in seduta esecutiva a Pechino, ha approvato in un'unica tornata quattro progetti per un totale di otto nuovi reattori. A darne conto lo stesso governo cineseBloomberg, secondo cui l'investimento complessivo supera i 170 miliardi di yuan, circa 25 miliardi di dollari. Sul tavolo c'erano quattro impianti sparsi lungo la costa orientale del paese: la centrale di Jinqimen, nello Zhejiang, arrivata alla sua seconda fase costruttiva, quella di Taipingling, nel Guangdong, già alla terza, e due impianti che invece partono da zero, a Zhuanghe, nel Liaoning, e a Laiyang, nello Shandong. Le otto unità saranno costruite separatamente da tre colossi statali, CNNC, CGN e SPIC, impiegando in parallelo le due tecnologie di terza generazione sviluppate internamente dal paese: Hualong One e Guohe One. Il Consiglio di Stato insiste sulla necessità di costruire ed esercire gli impianti secondo "i più alti standard di sicurezza al mondo", con una supervisione definita "a catena completa". Li Jinkai, docente alla School of Economics del Beijing Institute of Technology, ha commentato che l'approvazione segnala come "la costruzione dell'energia nucleare cinese sia entrata saldamente in una fase di sviluppo su larga scala, per lotti e normalizzato".

Quello dell’approvazione di nuovi reattori nucleari non è un episodio isolato, ma l'ultimo capitolo di una progressione ininterrotta. Dal 2022 Pechino non ha mai approvato meno di dieci unità l'anno: dieci nel 2022 e altrettante nel 2023, undici nel 2024 e altre dieci in un'unica tornata nell'aprile 2025. Sommando anche le otto unità di fine luglio, dal 2022 a oggi la Cina ha dato il via libera alla costruzione di 49 reattori, per un investimento complessivo che secondo la stampa economica cinese si avvicina ai 1.000 miliardi di yuan.

La fame elettrica dell'intelligenza artificiale

Dietro l'accelerazione nucleare c'è anzitutto un problema di scala. Secondo l'analisi dell'Agenzia internazionale per l'energia (IEA) sull'energia per l'intelligenza artificiale, la Cina ha rappresentato da sola il 25% del consumo elettrico mondiale dei data center nel 2024, seconda solo agli Stati Uniti. Il problema è la composizione di quel consumo: oggi l'elettricità che alimenta i data center cinesi, come riporta Carbon Brief in uno dei suoi rapporti, arriva per quasi il 70% dal carbone, per circa il 20% dalle rinnovabili e solo per il 10% dal nucleare. Nel breve periodo la situazione non cambierà in fretta: tra il 2024 e il 2030 il carbone resterà la principale fonte aggiuntiva di elettricità per i data center cinesi, con un incremento stimato - sempre secondo l’IEA - di quasi 90 terawattora l'anno. Solo entro il 2035, nucleare e rinnovabili insieme raggiungeranno quasi il 60% del mix elettrico dei data center, man mano che gli impianti approvati oggi entreranno in servizio. È in questo orizzonte temporale che si inseriscono le otto unità approvate a fine luglio: non risolvono il problema immediato dell'AI Plus Initiative con cui Pechino sta spingendo la diffusione dell'intelligenza artificiale nell'economia, ma costruiscono la base elettrica su cui quell'iniziativa dovrebbe reggersi entro un decennio. Il collegamento non è casuale: nel XV Piano quinquennale (2026-2030), approvato il 12 marzo dall'Assemblea nazionale del popolo, l'intelligenza artificiale compare come una delle architetture principali attraverso cui la Cina vuole costruire la sua potenza economica. L’obiettivo dichiarato è di integrarla nel 90% dell'economia cinese entro la fine del decennio. Un'ambizione di questa scala, insieme al target di crescita della spesa in ricerca e sviluppo del 7%  l'anno, non regge senza una rete elettrica capace di sostenerla.


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Il boom parallelo di eolico e fotovoltaico

Il nucleare cinese cresce dentro una trasformazione energetica molto più ampia, guidata soprattutto da eolico e fotovoltaico. Secondo i dati ufficiali diffusi il 30 luglio dall'Amministrazione nazionale dell'energia, nel primo semestre 2026 la Cina ha collegato alla rete 71,77 gigawatt di nuovo fotovoltaico e 38,62 gigawatt di nuovo eolico, di cui 37,78 gigawatt onshore e appena 0,84 offshore. A fine giugno la capacità cumulata di eolico e solare ha raggiunto complessivamente 1.951 gigawatt, pari al 48,3% della capacità elettrica totale installata nel paese. Il nucleare resta minoritario in termini di capacità installata, ma la sua funzione è diversa da quella di eolico e solare: garantire un carico di base costante che le fonti intermittenti non possono assicurare. Secondo i dati raccolti dalla World Nuclear Association, la Cina ha oggi 57 reattori in funzione e 29 in costruzione per 33 gigawatt complessivi. Si tratta di quasi la metà di tutti i nuovi progetti nucleari avviati nel mondo. È la combinazione di queste tre fonti che Pechino sta usando per rispondere sia alla domanda crescente di elettricità sia all'impegno (ancora tutto da verificare) di voler far calare il consumo di carbone entro il periodo compreso tra il 2026 e il 2030.

Il vecchio dilemma di Malacca

C'è un secondo ordine di ragioni, meno legato ai consumi e più alla sicurezza strategica. Circa l'80 per cento del petrolio importato dalla Cina transita attraverso lo Stretto di Malacca, il collo di bottiglia marittimo tra Malesia, Singapore e Indonesia che collega l'oceano Indiano al Pacifico, come documenta l'analisi sui punti di transito petrolifero mondiali dell'Energy Information Administration statunitense. Nel primo semestre 2025 la Cina ha rappresentato da sola il 48% dei volumi in transito nello stretto. Fu l'allora presidente Hu Jintao, nel 2003, a definire davanti al Comitato centrale del partito questa dipendenza il "dilemma di Malacca", descritto da allora come un "tallone d'Achille" della sicurezza energetica cinese: un varco che nessuna potenza militare potrebbe garantire di tenere aperto in caso di blocco e che si trova a ridosso delle stesse acque contese - tra il Mar Cinese Meridionale e lo stretto di Taiwan - dove Pechino sta già investendo in operazioni strategiche, politiche e diplomatiche allo stesso tempo. Nucleare, eolico e fotovoltaico condividono una caratteristica che li rende strategicamente diversi dal petrolio e dal gas naturale liquefatto: non dipendono da una rotta marittima che potrebbe essere interrotta in poco tempo da una crisi militare regionale.


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Una corsa su più fronti

Restano aperte due domande che le otto nuove unità approvate il 31 luglio non risolvono da sole. La prima riguarda i tempi: gli impianti nucleari cinesi richiedono in media cinque-sei anni per entrare in servizio, mentre la domanda elettrica dell'intelligenza artificiale cresce su una scala di mesi, non di anni. La seconda riguarda la sicurezza degli approvvigionamenti anche per il nucleare: la Cina dipende a sua volta dall’uranio importato in larga parte da Kazakistan e Namibia, paesi lontani dalle rotte contese del Mar Cinese Meridionale ma non privi di rischi propri di instabilità politica. Non mancano poi gli scettici sulla tenuta del piano stesso: un'analisi del Center for Strategic & International Studies (CSIS) sulle priorità nucleari cinesi nel XV Piano quinquennale segnala una serie di obiettivi di costruzione sistematicamente mancati e una filiera di approvvigionamento dei componenti non priva di vulnerabilità. Se il ritmo recente reggerà, secondo lo stesso CSIS, la Cina dovrebbe approvare tra 10 e 15 nuovi reattori l'anno fino al 2030, puntando a una capacità installata di 125 gigawatt. Tra la fame di elettricità dei data center e il timore, vecchio più di vent'anni, di restare tagliata fuori da uno stretto largo appena due chilometri nel suo punto più stretto, Pechino sta scommettendo su un mix di fonti che promette indipendenza ma che, per ora, resta ancora largamente ancorato al carbone.

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