SOCIETÀ

Il pragmatismo green della conferenza in Colombia contro i combustibili fossili

“Il mondo non ha più bisogno di promesse: ha bisogno di azione”. Si apre così il video di presentazione della prima conferenza sulla transizione lontano dai combustibili fossili, che si tiene dal 24 al 29 aprile a Santa Marta, in Colombia (Paese organizzatore assieme all’Olanda). L’appuntamento era stato annunciato lo scorso novembre alla Cop 30 di Belém, in Brasile: 24 Paesi avevano firmato la Declaración de Belém, presentata dalla ministra dell’ambiente colombiana, Irene Vélez Torres, ribadendo l’assoluta necessità, certificata dalla scienza dell’IPCC (International Panel on Climate Change), di abbandonare gas, petrolio e carbone, per rimanere al di sotto di 1.5°C di riscaldamento globale.

Il sottotitolo della conferenza colombiana però è ancora più forte: le conferenze delle Nazioni Unite sul clima hanno esaurito il tempo per dimostrare di essere uno strumento efficace per affrontare la radice della crisi climatica, ossia le emissioni di gas serra prodotte da un sistema energetico incentrato sui combustibili fossili. La cinquantina di Paesi che sarà rappresentata a Santa Marta, assieme alle parti di società civile che prenderanno parte alla conferenza, vogliono imprimere un’accelerazione alla lotta al cambiamento climatico e rompere lo stallo in cui le Cop si trovano da ormai troppo tempo.

Come siamo arrivati sin qui

Il nome della conferenza riprende la formula che era stata coniata alla Cop 28 di Dubai nel 2023, probabilmente l’ultima che si è conclusa con dei risultati concreti in termini di lotta al cambiamento climatico.

Oltre all’obiettivo di triplicare le installazioni di rinnovabili entro il 2030 (siamo in linea per raggiungerlo) e raddoppiare l’efficienza energetica a livello globale, il documento finale per la prima volta nella storia delle conferenze delle Nazioni Unite sul clima metteva nero su bianco il nome del colpevole, i combustibili fossili, che nelle edizioni dei tre decenni precedenti erano sempre rimasti innominabili e innominati.

La proposta iniziale era quella di impegnarsi per un abbandono dei combustibili fossili, rappresentato dal termine inglese phase-out, ritenuto però troppo forte per trovare un consenso unanime tra i 198 Paesi seduti al tavolo, inclusi quelli le cui economie sono incentrate su petrolio e gas. Il presidente della Cop 28 allora, Sultan Al Jaber, ministro dell’industria degli Emirati Arabi Uniti, aveva tirato fuori dal cilindro un coniglio inaspettato, soprattutto perché proposto dal rappresentate di un petrostato: non più phase-out, ma transitionig away from fossil fuels. Consenso raggiunto, il martelletto batte, l'assemblea applaude.


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Da allora però troppo poco è stato fatto per mettere il vento in poppa a quella transizione. La Cop 29 è tornata in un altro petrostato, l’Azerbaijan, che avrebbe dovuto rilanciare l’obiettivo della finanza climatica globale, convincendo i Paesi industrializzati a sostenere la transizione ecologica nei Paesi che sono meno responsabili della crisi climatica, ma che ne subiscono gli effetti peggiori: i 300 miliardi di dollari da mettere insieme entro il 2035 sono solo una frazione di quello che chiedevano i Paesi del Sud globale.


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Ci si è spostati allora a Belém, in Brasile, che del Sud globale avrebbe voluto prendersi la leadership ambientale. La trentesima è stata presentata come la Cop della verità, un momento ora o mai più, e forse proprio per le alte aspettative di cui era stata caricata è stata una delle più deludenti, perché non ha centrato nessuno dei maggiori obiettivi che si era posta. Nell’anno in cui Trump ritirava gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, l’occasione era quella di rilanciare il multilateralismo climatico tra quei Paesi che in quella transizione lontano dai combustibili fossili ci credevano veramente.

Invece la Cop 30 brasiliana ha assistito a un’altra secessione, dopo quella statunitense, questa volta però di segno opposto al negazionismo trumpiano. Una ventina di Paesi, capeggiati dalla Colombia e con una folta rappresentanza delle piccole isole oceaniche, le più minacciate dall’innalzamento del livello dei mari provocato dal riscaldamento globale, ha annunciato che da lì a pochi mesi avrebbe dato vita a una conferenza complementare alle Cop sul clima (non alternativa, ci tengono a sottolineare gli organizzatori), per mettere davvero al centro del dibattito l’elefante nella stanza che continua a venire ignorato: l’emancipazione della società umana da petrolio, gas e carbone.


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Un pragmatismo green

In Europa si sente parlare di pragmatismo in chiave anti-Green Deal, da chi lo etichetta come agenda ideologica. Recuperando questo stesso concetto, lo si potrebbe applicare allo spirito della conferenza di Santa Marta con un significato ribaltato: i principi da cui prende le mosse l’incontro colombiano sembrano impregnati di un pragmatismo green. “Bisogna concentrarsi sull’azione piuttosto che su ulteriori analisi, (…) su soluzioni che sostengano concretamente la transizione, anziché ritardarla” si legge sul sito, che invita alla “partecipazione da parte di coloro che sono pronti ad andare avanti, riconoscendo questo come uno spazio orientato all’azione piuttosto che alla persuasione”. E ancora si sottolinea “l’attuazione come nostra stella guida, basata sulla certezza scientifica condivisa che accelerare la transizione lontano dai combustibili fossili è essenziale per raggiungere gli obiettivi climatici, tutelare i diritti umani e affrontare la triplice crisi planetaria” del clima, della biodiversità e dell’inquinamento.

Quest’impronta di praticità verrà applicata a diversi nodi tematici. La sicurezza e la sovranità energetica saranno temi ricorrenti nel corso della conferenza, così come il rilancio di un vero multilateralismo climatico, entrato in crisi definitivamente dopo la conferenza di Belém, anche per ammissione dello stesso presidente brasiliano della Cop 30, Correa do Lago, che ora ne caldeggia uno a due velocità.

Allo stesso tempo però, c’è piena consapevolezza sul fatto che l’emancipazione dai combustibili fossili è resa più difficile dal debito che strozza lo spazio finanziario di molti Paesi del Sud globale, che vogliono imboccare una strada alternativa.

I partecipanti sanno perfettamente che un abbandono troppo brusco di petrolio, gas e carbone creerebbe degli strappi socio-economici che molti Paesi non possono permettersi: per questo la transizione, per dirsi davvero giusta ed equa, dovrà essere graduale, anche se il prezzo da pagare saranno le emissioni che continueranno ad aumentare il rischio di eventi meteorologici in grado di mettere in ginocchio interi Paesi, soprattutto quando il loro Pil è nell’ordine delle decine di miliardi di dollari o anche meno.

Un altro dibattito che verrà portato avanti a Santa Marta sarà quello che rilancia la proposta di un trattato internazionale di non proliferazione dei combustibili fossili, su modello di quello che dalla fine degli anni ‘60 limita la corsa agli armamenti nucleari. La proposta non è nuova, ma ha ripreso vigore quando l’anno scorso la Corte di giustizia internazionale ha emesso una sentenza storica che stabilisce che gli Stati hanno l’obbligo di prevenire i danni del riscaldamento globale e salvaguardare il sistema climatico.

“Ad oggi, esiste un’ampia rappresentanza di paesi provenienti da tutte le regioni del mondo” riporta un comunicato della conferenza, “inclusi sia produttori che consumatori, come Germania, Angola, Austria, Belgio, Brasile, Cambogia, Camerun, Danimarca, Slovenia, Spagna, Fiji, Filippine, Finlandia, Francia, Guatemala, Irlanda, Isole Marshall, Italia, Giamaica, Lussemburgo, Maldive, Mauritius, Messico, Paesi Bassi, Panama, Papua Nuova Guinea, Portogallo, Repubblica Dominicana, Senegal, Singapore, Sri Lanka, Sierra Leone, Svezia, Svizzera, Tanzania, Turchia, Trinidad e Tobago, Uruguay e Vietnam”.

Da Santa Marta non si vuole uscire con documenti diplomatici carichi di gergo negoziale. L’intento è quello di riportare al centro del confronto tanto gli scienziati (lasciati sempre più ai margini delle ultime Cop) quanto le popolazioni indigene (quelle brasiliane sono state uno dei punti luminosi della Cop 30), ma anche gli agricoltori, i governi locali, le imprese private e tutti coloro che dal basso possono condividere le esperienze concrete di chi si è già misurato con le sfide della mitigazione e dell’adattamento al cambiamento climatico.

La prima conferenza sulla transizione lontano dai combustibili fossili può allora costituire uno spazio in cui nuove proposte, forti dell’appoggio compatto dei Paesi e delle parti di società civile che le hanno discusse, potranno venire portate proprio alle prossime conferenze sul clima delle Nazioni Unite, che forse potranno recuperare un po’ di quel pragmatismo che sembrano aver smarrito.

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