I predatori non sono cattivi, le prede non sono buone
Un coyote nel parco di Yellowstone (USA) - REUTERS/Jim Urquhart
I predatori non sono cattivi, le prede non sono buone ma sono loro che ci salveranno, forse. In una gara sportiva, qualcuno vince e qualcun altro perde. In un torneo, dopo giorni di partite, un individuo o una squadra vincono, tutti gli altri partecipanti sono sconfitti, prima o dopo. Jannik Sinner ha vinto Wimbledon 2026, gli altri centoventisette professionisti del tabellone maschile principale sono stati via via eliminati, alcuni stanno già partecipando ad altri tornei e, comunque, tutti possono tornare a gareggiare. Non è morto nessuno (poteva accadere per il caldo, casomai, pure al pubblico, da un paio di mesi vale un po’ da tutte le parti in Europa): nella competizione la sconfitta non coincide con l’esclusione definitiva dalla possibilità di riprodursi, di competere, di accrescere le proprie capacità e abilità, di fare altro. Una dinamica diventa predatoria, invece, quando partita o torneo non sono episodi reversibili e si tende a ridurre strutturalmente la possibilità di rientrare nel gioco. La relazione biologica non riguarda categorie morali, qualcuno cattivo (o buono) contro un altro buono (o cattivo) e, comunque, evolve o co-evolve all’interno di sistemi complessi.
Essere preda e/o predatore è una contingenza di interconnessione di due o più forme della vita. Avviene fra specie di regni diversi, fra specie dello stesso regno, phylum, classe, ordine, famiglia, all’interno della stessa specie o delle sue comunità. Avviene comunque in un ecosistema dove vi sono altri fenomeni o contingenze e può avvenire dentro una catena alimentare, nella quale l’individuo della prima specie è solo predatore, l’individuo dell’ultima specie è solo preda, fra di loro esistono tanti individui sia prede che predatori, non necessariamente in una corsa agli armamenti. Valgono sempre luoghi e tempi della vita terrestre, il contesto globale, gli ecosistemi locali, gli habitat. E tutti i fattori evolutivi: la selezione naturale, le speciazioni e le estinzioni, le coevoluzioni e le simbiosi, le migrazioni e i cambiamenti climatici nelle acque e sui terreni. In tal senso, la predazione presuppone dinamiche e logiche biodiverse della sopravvivenza e della riproduzione.
Ora a metà 2026 uno scienziato italiano si è dedicato a quelle, spesso sottovalutate, delle prede: Valter Tucci, L’intelligenza delle prede. I poteri dei vulnerabili cambieranno il mondo, Bompiani Giunti Firenze Milano 2026.
Ovviamente, esiste un’enorme bibliografia in materia nella biologia evoluzionistica ed è già capitato che venissero esaminati alcuni casi concreti anche su questo giornale.
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Tucci fa riferimento all’ecosistema terrestre e agli ecosistemi locali dalle prime forme di vita al futuro prossimo o remoto. Come si sopravvive in un mondo che premia (anche) la forza, la velocità, l’aggressività, la capacità di imporsi? Forse non basta essere buoni, comportarsi bene, acquisire competenze, avere “ragione”. Forse bisogna opportunamente “imparare” la logica (bio-logica) della preda.
Che cosa ci insegnano i vulnerabili
La predazione in biologia è l’interazione in cui un organismo ne uccide e consuma un altro per ottenere energia e si elimina uno dei due termini della relazione. I predatori non sono infallibili, dipendono da condizioni favorevoli e hanno bisogno di stabilità e di leggibilità; la loro efficacia cresce quando il contesto resta sufficientemente prevedibile. Le prede, al contrario, vivono esposte e non possono permettersi l’illusione del controllo; spesso sviluppano perciò strategie più distribuite, più flessibili e anticipatrici, più sensibili alla variazione, che puntano alla continuità e non alla dominazione. E quando in un sistema la logica predatoria si spinge troppo in là, finisce per consumare le condizioni stesse che rendono possibile quel sistema; un predatore che consuma troppo il proprio habitat riduce il proprio futuro; vale in ecologia, in economia, in politica, nella tecnologia.
La logica della preda consiste nel costruire forme di sopravvivenza compatibili con l’instabilità e forme di forza compatibili con i limiti del sistema: piccoli cambiamenti e comportamenti adattivi possono incrinare la regolarità apparente delle catene predatore-preda, binarie o gerarchiche. Ciò che appare vulnerabile non è necessariamente debole; ciò che appare forte non è necessariamente stabile. Il carnivoro e l’onnivoro hanno bisogno delle piante e di qualche erbivoro per convertire la luce solare, l'acqua e l'anidride carbonica in energia chimica e nutrimento. La preda non è il contrario del predatore, piuttosto esprime altre forme di intelligenza e di abilità, meno appariscenti e più adatte alla durata. Non ragioniamo “evolutivamente” sugli sconfitti, piuttosto sugli individui esposti potenzialmente vulnerabili (da cui il titolo), ce ne sono ovunque, di ogni tipo.
Valter Tucci (Castrovillari, Cosenza, 1976), laureato in psicologia a Padova, si è specializzato in medicina e neurobiologia negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dal 2008 dirige il Laboratorio di Genetica ed epigenetica del comportamento dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Il filo conduttore di questo suo ultimo interessante originale volume sulle dinamiche non lineari della predazione è la biologia evoluzionistica, pur se nei preliminari due capitoli della prima parte (“Il mito del predatore”) l’autore affronta i miti e le metafore connesse a quanto abbiamo introiettato sull’individuo, sui gruppi, sulle specie che predano, in base alla quantità di vita che riescono davvero a intercettare e non alla quantità totale di vita presente nel sistema. Capita spesso che alla parola “predazione” inconsapevolmente accostiamo fenomeni diversi, ogni squilibrio o ogni asimmetria o ogni competizione.
La predazione biologica riguarda l’energia e il consumo diretto del corpo di un altro, irreversibile e unidirezionale, diversa da quella strutturale o simbolica. Non tutto, quindi, è predazione o cooperazione, la sopravvivenza non comincia nel momento dello scontro o dell’incontro, ma molto prima: nel modo (metodi) in cui un organismo, o un sistema, impara a leggere il rischio prima che diventi irreversibile. Tutti gli otto capitoli della seconda parte (“Dove inizia la sopravvivenza”) sono dedicati proprio alla capacità (soprattutto delle tendenziali prede) di riconoscere abbastanza presto che il pericolo sta cambiando forma e che va anticipato, rilevando segnali e tracce chimiche, costruendo una mappa del rischio nel proprio o altro habitat ed ecosistema, lavorando su limiti ed equilibri, nelle difese pagando qualche prezzo e “negoziando” qualche compromesso (rispetto sia alle strategie che alle tattiche), diversificandosi e talora operando in comunità.
Cosa accade quando anche il collettivo non è più sufficiente?
I cinque capitoli della terza parte (“Oltre la predazione: alla ricerca di un nuovo paradigma”) affrontano i collassi (“bio-logici”) delle logiche e dei sistemi, concentrandosi sul mondo umano. “Noi condividiamo con gli altri animali una base biologica, una storia evolutiva, una vulnerabilità corporea e alcune dinamiche profonde di interazione con l’ambiente, ma introduciamo anche una discontinuità radicale: istituzioni, memoria storica, linguaggio simbolico, tecnologia, immaginazione morale e politica”. Ottimo e chiaro testo scientifico, frasi secche (continui punti e a capo), varia punteggiatura scarna. Molti esempi riferiti alla “natura”, al mondo soprattutto animale. Pochissime note (definitorie) e bibliografia solo dei saggi specialistici (non la teoria e la filosofia della biologia evoluzionistica).
Ovviamente, l’intelligenza rimanda all’evoluzione della vita e alla selezione naturale, non a schematici test attitudinali umani. Del resto, anche rispetto alla discontinuità della nostra specie, la socialità si misura con la pluralità delle “intelligenze”, sia nell’incontro che nello scontro, individuali e collettivi. Tucci di continuo sottolinea la necessità e la volontà di evitare lo sguardo antropocentrico sul contesto ambientale, la riduzione della vita alle categorie della nostra esistenza.
La preda è interessante anche oltre alla zoologia; non ci offre una morale, ci offre un metodo cognitivo; la sopravvivenza è attenzione e interpretazione alle condizioni date nel breve periodo, adattamento alle variazioni in corso nel medio periodo, selezione sotto pressione nel lungo periodo. Tuttavia, gli umani sapienti hanno introdotto l’“immaginazione morale”, principi etici. Per esempio quello di non uccidere, nel teorico diritto internazionale universale, vero: si può però in vario modo “lasciar” morire altri umani attraverso logiche predatorie, da sempre “prediamo” fattori biotici e specie vegetali e altre specie animali, le questioni diventano complesse. Oppure, le istituzioni statuali di cui ci siamo imperiosamente dotati negli ultimi secoli contemplano regimi differenti nella storia e nella geografia, pure predatori, schiavistici, razziali, dittatoriali.
Un'orca (orcinus orca) a caccia di un cucciolo di leone marino su una spiaggia in Argentina - REUTERS/Maxi Jonas
Inoltre, in ogni ecosistema la biodiversità conosce innumerevoli interazioni fra le specie dei vari regni e fra le specie del mondo animale, la predazione è una fra tante e ovviamente tende a combinarsi con altre interazioni e fenomeni, sia sincronicamente che diacronicamente. I fattori biotici sono da sempre in relazione con altri fattori biotici, oltre che con fattori abiotici; il nostro pianeta è un organismo unico, un sistema integrato, biodiversificato anche attraverso la specificità di alcuni ecosistemi locali, in particolare degli ecosistemi insulari. E, giustamente, Tucci insiste spesso sui profili energetici della sopravvivenza e sui paradossi nelle forme della vita: strategie e tattiche, limiti e libertà, opzioni e adattamenti, riusi e rifunzionalizzazioni, costi e vincoli. Secondo l’autore, la nostra specie contemporanea deve più e meglio imparare dai vulnerabili e dalla medicina di cura-traiettoria (come per i diabetici, forse): quando un ecosistema è al collasso non sono i predatori a guidare davvero il cambiamento, le leadership servono più all’attacco che alle difese (e alle fughe).
Rispetto alla biologia evoluzionistica va riconosciuto, dunque, che l’interazione predatore-preda non può mai essere esaustiva, separata dal contesto. Due esempi: le simbiosi e le domesticazioni. Circa un secolo e mezzo fa si è iniziato a definire come simbiosi quel particolare diffusissimo fenomeno della “vita assieme” di organismi cellulari tra loro dissimili (dapprincipio unicellulari procarioti), poi appartenenti a specie differenti (non solo di batteri). In realtà, non esiste organismo vivente che non viva in simbiosi con qualche altra forma di vita: nel pregnante palcoscenico dell’evoluzione emerge un intrico di reti e di fusioni, una ragnatela di connessioni (l’eventuale cooperazione non è mai un dato garantito, va mantenuta e difesa), più che una semplice esclusiva esaustiva lotta per la sopravvivenza individuale. Noi umani (e non solo) ospitiamo un intero ecosistema di batteri nel nostro corpo, nell’intestino, sulla pelle, in bocca, conviviamo indissolubilmente con il microbiota, con i batteri, in bilico tra collaborazione e belligeranza (combattimento ed eventuale predazione). Le domesticazioni, d’altra parte, sono un’interazione che da almeno cinquant’anni impone agli scienziati di sottolineare sia la logica del teorico domesticatore (nel caso delle specie umane, perlopiù predatore infine) che la logica del teorico domesticato.
In quasi tutti i capitoli del volume di Tucci appare centrale il fenomeno della biologia della fuga, una scelta solo repentina e finale: la preda tende a mettersi nelle condizioni di non fuggire e adotta molto prima sofisticate misure di prevenzione; si adotta la fuga solo quando diventa l’unica decisione compatibile con la continuità; fra l’altro a quel punto è frequente non riuscirci e perire.
Fra le alternative alla fuga non schivata, inevitabilmente compare lo spostarsi, il migrare. Cambiare habitat o ecosistema o residenza presuppone una certa capacità di movimento e di riadattamento, risulta così una strategia preventiva rispetto alla fuga. Il fatto è che le specie umane e, alla fine, anche la nostra, hanno via via ampliato i gradi di libertà di movimento e di migrazione e, inoltre, si può dover fuggire da quelle istituzioni statuali che uccidono e perseguitano o discriminano. Il dovere della fuga e il diritto di asilo arricchiscono la biologia della fuga e il fenomeno dell’asimmetria (nei “poteri”, pur se nel testo talvolta il termine viene usato come sinonimo di diacronia); se ne dovrà continuare a parlare.