SOCIETÀ

Presidenziali ad alta tensione in Colombia, mentre aleggia lo scandalo Hondurasgate

I candidati ufficiali sono tredici, ma la vera corsa per stabilire chi sarà il prossimo presidente della Colombia (il primo turno è in programma domenica 31 maggio) è ridotta a tre nomi: Iván Cepeda, senatore della coalizione di sinistra Pacto Histórico, sostenuto dal presidente uscente Gustavo Petro (la Costituzione colombiana vieta la possibilità di un secondo mandato); l’avvocato Abelardo de la Espriella, leader del movimento Defensores de la Patria, di estrema destra, che punta a posizionare la nazione nell’esatta scia tracciata dal presidente americano Donald Trump; e Paloma Valencia, senatrice del Centro Democrático, espressione di un centro-destra più moderato d’ispirazione uribista (il movimento politico associato all'ex presidente Álvaro Uribe, improntato su rigide politiche di sicurezza e conservatorismo economico). Gli ultimi sondaggi indicano Cepeda in vantaggio, con il 44% dei voti, seguito da De La Espriella con il 21,5% e da Valencia appena sotto il 20%. Sondaggi piuttosto fragili (il Consiglio Elettorale Nazionale pochi giorni fa ha avviato un’indagine sull’operato di Invamer, uno dei più importanti istituti di sondaggio in Colombia, per presunte irregolarità nella conduzione delle rilevazioni), ma che su un punto concordano: nessun candidato dovrebbe raggiungere la soglia del 50%. E dunque la partita definitiva si giocherà il prossimo 21 giugno, al ballottaggio. Su quella scheda ci sarà di certo il nome di Iván Cepeda, mentre a destra la lotta è ancora aperta, tra estremisti e conservatori.

Dunque tre nomi, ciascuno dei quali offre traiettorie opposte per il futuro della nazione leader mondiale nella produzione di cocaina (si calcola che circa il 70% della polvere bianca consumata nel mondo provenga da lì; il resto arriva da Perù e, in misura minore, dalla Bolivia), lacerata da decenni di violenze scatenate dai gruppi armati finanziati dalle economie illegali (traffico di droga, estrazione mineraria illegale e deforestazione) proprio per conquistare il controllo delle zone più remote, e la sottomissione dei suoi abitanti. Secondo un sondaggio realizzato lo scorso gennaio in cima alle preoccupazioni degli elettori ci sono l’aumento della criminalità di strada, la violenza dei gruppi armati e la corruzione dilagante. Ed è proprio la violenza il filo conduttore che ha attraversato anche quest’ultima campagna presidenziale, segnata dall’omicidio del senatore e candidato di destra Miguel Uribe Turbay, assassinato durante un comizio lo scorso anno, e dal tentato sequestro da parte di uomini armati, lo scorso febbraio, della senatrice e leader civile indigena Aida Quilcue, candidata alla vicepresidenza da Iván Cepeda. Il che ha portato diversi analisti a catalogare come un fallimento il tentativo del presidente uscente Gustavo Petro di arrivare a una “pace totale” con i gruppi armati illegali nel paese. Perfino l’ong Human Rights Watch esprime le sue preoccupazioni nell’ultimo rapporto pubblicato quest’anno: “Quasi un decennio dopo l’accordo di pace del 2016 tra il governo e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia-Esercito Popolare (FARC) la violenza è riemersa in nuove forme, con una maggiore presenza di gruppi armati. Nonostante la strategia di ”paz total” del presidente Gustavo Petro, il 2025 è stato segnato da uno dei peggiori bilanci umanitari degli ultimi dieci anni. In tutto il paese, i gruppi armati continuano ad applicare strategie violente per stabilire il controllo sulla popolazione. A gennaio dello scorso anno l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) ha avviato una campagna per riconquistare il controllo di gran parte della regione di Catatumbo, nello stato di North Santander, uccidendo, aggredendo, rapendo e facendo scomparire civili accusati di legami con il 33° Fronte, un gruppo emerso dalla smobilitazione delle FARC del 2017. La violenza ha costretto oltre 64.000 persone a fuggire dalle loro case, uno dei più grandi sfollamenti di massa in Colombia da decenni”. Si stima che il numero totale degli iscritti ai principali gruppi armati sia più che raddoppiato negli ultimi anni, passando da 13.000 nel 2018 a oltre 27.000 alla fine del 2025. Come dire: la strada per la “pace totale” appare ancora lunga e tortuosa. Lo scorso 5 maggio un giovane giornalista, Mateo Pérez Rueda, 25 anni, è stato ucciso mentre si trovava per un reportage nel villaggio di Palmichal, a Briceño, a nord di Antioquia, una zona montuosa del nord-ovest della Colombia, una zona controllata dai dissidenti delle FARC. Secondo i dati forniti dalla Fundación para la Libertad de Prensa (FLIP) negli ultimi quattro anni sono stati 387 attacchi contro la stampa attribuiti a gruppi armati illegali, con 8 giornalisti uccisi. 

Proposte & Riforme

Questo lo scenario, tutt’altro che banale, che il prossimo presidente della Colombia si troverà ad affrontare. Iván Cepeda, attivista per i diritti umani, sostenuto da tutta la sinistra e dalle principali organizzazioni sindacali, sarebbe la naturale prosecuzione del mandato di Gustavo Petro, centrata dunque su un forte impegno per la giustizia sociale, sul consolidamento delle riforme già attuate e su una nuova definizione delle politiche agrarie e rurali, come la distribuzione della terra, la sovranità alimentare e la restituzione delle spiagge comunali, oltre all’incremento delle misure per la protezione dell’ambiente e per la transizione energetica. Poi c’è Paloma Valencia, esponente del Centro Democrático, fermamente contraria all’accordo di pace con le Farc: “La strategia di dialogo con i gruppi armati ha portato la Colombia a uno scenario di violenza, paura e perdita del controllo territoriale”, ha sostenuto, promettendo che se eletta avrebbe risposto alla criminalità “con la mano di ferro delle donne colombiane”. Tra le priorità della sua agenda politica c’è una maggiore apertura agli investimenti privati, un abbassamento delle tasse, una maggiore produzione di energia, anche ricorrendo al nucleare. Assai più estremiste le posizioni di Abelardo de la Espriella, l’avvocato penalista di estrema destra, di origini italiane, che ama farsi chiamare “El Tigre” e nelle foto stringe il pugno a mo’ di pugile, grande ammiratore di Trump, del presidente argentino Milei e di quello di El Salvador Nayib Bukele. De la Espriella ha centrato il suo programma elettorale sul mantra “patria” e “ordine”, come spesso accade ai leader d’estrema destra in ogni angolo del mondo. Punta a ridurre la presenza dello Stato (modello Argentina), a togliere vincoli sindacali a vantaggio delle aziende, proponendo al tempo stesso un abbassamento delle tasse. Quanto al tema della criminalità la sua proposta è drastica: teorizza un’azione militare aggressiva contro i gruppi armati, proponendo di bombardare i campi dei narco-terroristi e di disinfestare le piantagioni di cocaina con l’aiuto dell’aviazione statunitense. “La prima cosa che dobbiamo fare per riprendere il controllo della sicurezza è eradicare i raccolti di coca con diversi mezzi, inclusa la fumigazione. La cocaina è il nostro peggior cancro”. Per quel che riguarda l’indipendenza energetica, de la Espriella non ha dubbi: “La Colombia non può continuare a trattare il settore minerario ed energetico con pregiudizi ideologici o improvvisazione, perché da essa dipendono la sicurezza energetica, la competitività, l'occupazione, la stabilità fiscale e una parte decisiva degli investimenti regionali e sociali. Perciò è necessario riprendere l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas. Oggi produciamo circa 700 di barili di petrolio, ma con il fracking, nel rispetto degli standard ambientali, possiamo portare la produzione a un milione e 300 mila. E le riserve di gas che abbiamo e che non stiamo sfruttando? Dobbiamo aprire la nostra cassaforte, le risorse che abbiamo nel sottosuolo, e dobbiamo sfruttarle con responsabilità ambientale per migliorare le nostre finanze”. Il quotidiano La Libertad sintetizzava così, pochi giorni fa: “Ci sono candidature controverse. E ci sono candidature pericolose. Quella di Abelardo de la Espriella è più vicino alla seconda categoria. Non per ciò che promette, ma per ciò che rappresenta”.

L’ombra dell’Hondurasgate

 

Dunque le prossime presidenziali saranno un test per capire se la Colombia proseguirà o meno il percorso intrapreso nel 2022, con l’elezione del primo presidente di sinistra della sua storia. E molto dipenderà anche dalla frammentazione della destra, se a prevalere saranno le spinte più estremiste o quelle più moderate. Partita aperta comunque. Ma su queste elezioni pesa come un macigno anche il cosiddetto Hondurasgate, l’inchiesta giornalistica condotta da Diario Red (e da una rete di giornalisti di Tegucigalpa, rimasti anonimi per ragioni di sicurezza) che ha svelato, pubblicando 37 conversazioni audio su WhatsApp, Signal e Telegram, il piano per riportare alla presidenza dell’Honduras l’ex presidente Juan Orlando Hernández, già condannato dagli Stati Uniti a 45 anni di carcere per narcotraffico e graziato da Donald Trump il 28 novembre 2025, mentre lo stesso presidente americano appoggiava platealmente e minacciosamente l’elezione alle presidenziali di Nasry Asfura, dello stesso Partido Nacional, come poi è avvenuto (in uno degli audio, che risale al 14 marzo scorso, si sente Hernández dire ad Asfura: “Se lei è seduto su quella sedia lo deve a me”). Una grazia che, secondo quanto riferito dai media, sarebbe stata “sollecitata e finanziata” dal governo israeliano. Ma da quegli audio, considerati attendibili, emergerebbe anche il tentativo di una cospirazione transnazionale coordinata dai leader della destra globale: con la creazione da parte degli Stati Uniti di una “struttura informativa” con l’incarico di diffondere false informazioni e campagne denigratorie per destabilizzare i governi progressisti in America Latina, soprattutto in Messico e in Colombia. Nel ricostruire l’intera vicenda il consorzio di giornalismo investigativo Reactionary International ha pubblicato, tra l’altro, il riassunto di una conversazione tra Hernández e funzionari governativi honduregni, che di fatto è la fotografia di un progetto politico: “In Honduras abbiamo bisogno di forza, di logistica, di sangue. Se vuoi tenere le persone sotto controllo, devi opprimerle. Contrastare la violenza generando violenza. È quello che dice il presidente Trump”. 

E, puntuale, nella campagna presidenziale colombiana è spuntato un file audio di dubbia provenienza nel quale un dissidente delle Farc invitava a votare per il candidato di sinistra Iván Cepeda: “Speriamo che il compagno Cepeda vinca, perché allora li spremeremo per altri quattro anni”. Secondo il presidente uscente Gustavo Petro si tratta di un falso: “L’enorme menzogna fabbricata dal carcere per dipingere un candidato come appoggiato da gruppi illegali deve essere smascherata completamente”, ha scritto sul social X, avanzando il sospetto che possa trattarsi di un’operazione “della rete Hondurasgate per distruggere i movimenti progressisti in Messico e Colombia”. 

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