SOCIETÀ

Una prigione-tendopoli a Guantánamo per impedire ai cubani di fuggire dal caos

Guantánamo è ancora oggi un buco nero: una prigione di massima sicurezza costruita in più fasi a partire dal 2002, dunque all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, all’interno di una base americana su territorio cubano, inizialmente destinata alla detenzione di sospetti terroristi musulmani catturati dalle forze statunitensi, soprattutto in Afghanistan e in Iraq. Nessuno, al di fuori del comando militare statunitense, ha il permesso di guardare lì dentro: numero dei detenuti, condizioni di vita, degrado, rispetto (si fa per dire) dei diritti umani e legali. Gli ultimi dati di una qualche attendibilità risalgono al gennaio 2025: allora risultavano presenti appena 15 detenuti, tutti reclusi da almeno 15 anni. Soltanto due avevano alle spalle condanne penali: per sei di loro non era mai stata nemmeno avanzata un’ipotesi di reato. Mantenere Guantánamo aperta, scriveva l’organizzazione no-profit Center for Constitutional Rights, “costa circa 540 milioni di dollari all’anno, il che la rende la prigione più costosa al mondo”. 

E anche la meno utilizzata, almeno finora. Perché le cose potrebbero presto cambiare: il mese scorso, durante un’audizione in Senato, il comandante del SOUTHCOM, il Comando Sud degli Stati Uniti, generale Francis L. Donovan, ha dichiarato che in caso di migrazione di massa da Cuba, colpita negli ultimi mesi da un feroce blocco petrolifero imposto dalla Casa Bianca, “allestiremo un campo all’interno della base per affrontare quei migranti e per gestire qualsiasi eccesso dovesse verificarsi a Cuba”. Uno dei tanti paradossi imposti dall’amministrazione Trump: prima provoca il caos (in questo caso impedendo l’approvvigionamento di risorse e servizi vitali per i civili: qui l’ultimo aggiornamento della situazione monitorata dalle Nazioni Unite), poi minaccia di imprigionare chi tenta di scappare dal caos e dalle feroci privazioni, di sottrarsi a quella crisi umanitaria. Il generale Donovan, un veterano dei Marines con 37 anni di servizio, ha assunto il comando di SOUTHCOM lo scorso febbraio, scelto di persona dal presidente Trump. Il suo predecessore, l’ammiraglio Alvin Holsey, si era improvvisamente dimesso lo scorso dicembre perché non condivideva la strategia degli attentati unilaterali, ordinati dal Pentagono al di fuori di qualsiasi regola stabilita dal diritto internazionale, contro le imbarcazioni sospettate (soltanto sospettate, visto che mai nessuna prova concreta è stata resa pubblica) di trasportare droga nei Caraibi. E perciò colpite, fatte esplodere, affondate, con tutto il carico a bordo, umano e non. Le vittime accertate, finora, sono 163, ma i numeri reali potrebbero essere molto più alti. 


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Dopo l’audizione del generale Donovan, 85 organizzazioni per i diritti umani, sia statunitensi sia internazionali, hanno deciso di inviare una lettera-appello al Congresso americano per esprimere la loro “profonda preoccupazione” per il piano della Casa Bianca, definendo “inaccettabile” la prospettiva di detenzione per i migranti cubani, o aspiranti tali, visto che tecnicamente sarebbero comunque sul territorio della loro nazione: la Naval Station Guantánamo Bay, nel sud-est dell’isola, gode di un contratto di locazione perpetuo stipulato in base al Trattato cubano-americano firmato nel 1903 (in base al quale, peraltro, Cuba dovrebbe ricevere un canone annuale di 4.085 dollari americani: il regime castrista, che considera la presenza della base un’occupazione, rifiuta da decenni di riscuotere l’affitto). Dunque non è, formalmente, territorio degli Stati Uniti. In realtà Trump già nel gennaio 2025 aveva firmato un ordine esecutivo per aumentare la “capienza” di Guantánamo destinata ai migranti, per attrezzarla in pratica come “tendopoli-prigione off-shore”: “Abbiamo 30.000 posti letto a Guantánamo per detenere i peggiori criminali illegali che minacciano il popolo americano”, aveva detto all’epoca il presidente. Una stima giornalistica, pubblicata alla fine del 2025, sostiene che sarebbero 730 gli immigrati che lì sono stati trasferiti dall’Immigration and Customs Enforcement (il famigerato ICE), anche soltanto per brevi periodi di tempo. Secondo quanto affermato dal senatore democratico del Michigan, Gary Peters, la detenzione di ogni singolo migrante nella base cubana ha un costo di 100.000 dollari al giorno. La situazione è poi precipitata nei primi mesi del 2026, con il blocco del rifornimento di carburante imposto da Trump: “Come Presidente degli Stati Uniti ritengo che le politiche, le pratiche e le azioni del Governo di Cuba costituiscano una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”, aveva scritto la Casa Bianca lo scorso 29 gennaio in un comunicato, minacciando di sanzioni contro qualsiasi paese avesse tentato comunque di fornire petrolio a Cuba. Embargo violato una sola volta, due settimane fa, da una petroliera russa con 700.000 barili di greggio a bordo. “Continueremo a inviare aiuti”, ha dichiarato pochi giorni fa il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. Ma la crisi umanitaria c’è, ed è gravissima. E probabilmente non è un caso che l’operazione “migranti a Guantánamo” sia scattata poche ore dopo l’allarme lanciato dal governatore repubblicano della Florida, Ron Desantis: “Se ci sarà turbolenza a Cuba, potrebbe esserci un esodo di massa”, ha messo in guardia il governatore. “Non pensiamo sia accettabile. Non vogliamo vedere una massiccia armata di persone arrivare sulle coste delle Florida Keys. E l’amministrazione Trump è d’accordo con noi”. Resta il paradosso del creare il problema e punire doppiamente chi ne è vittima. “Se l’amministrazione Trump è preoccupata per la migrazione cubana la soluzione è semplice: smettere di impoverire intenzionalmente il popolo cubano attraverso l’embargo e il blocco del carburante”, ha dichiarato Michael Galant, senior ricercatore e collaboratore di sensibilizzazione presso il Center for Economic and Policy Research, uno dei gruppi che hanno firmato la lettera-appello al Congresso.

Le promesse mancate di Obama e Biden

Ma cosa accade davvero a Guantánamo, dietro i cancelli di quella prigione che da anni doveva essere chiusa, nonostante gli impegni formali più volte presi da Barack Obama e da Joe Biden (esattamente un anno fa il Sycamore Institute sosteneva: “La continuazione della permanenza di Guantánamo Bay è una vergogna internazionale: la sua chiusura non è un dibattito politico, è un imperativo morale”), è tuttora un mistero. Ci sono le rare, iconiche, drammatiche immagini di detenuti in tuta arancione, dietro reticolati di filo spinato, a volte in ginocchio, palesemente sottomessi. Nell’agosto dello scorso anno Human Rights Watch denunciava per l’ennesima volta le “detenzioni abusive e disumane” cui venivano sottoposti gli immigrati all’interno della base navale americana. L’ong ha pubblicato l’ultimo report dopo aver intervistato 20 immigrati venezuelani che erano stati trasferiti lì all’inizio di febbraio 2025 e detenuti tra 11 e 16 giorni prima di essere deportati in Venezuela: “Il governo degli Stati Uniti ha portato immigrati a Guantánamo e li ha sottoposti a detenzioni in isolamento in condizioni terribili”, aveva scritto Juanita Goebertus, direttrice per le Americhe di Human Rights Watch. “La maggior parte delle persone intervistate ha detto che, una volta a Guantánamo, sono state collocate in un’unità di detenzione ad alta sicurezza nota come ᾿Campo 6᾿, dove sono state tenute in isolamento in celle individuali di circa due metri per tre, con pareti in cemento e acciaio, un letto singolo in cemento e un bagno combinato lavandino. Hanno detto che le guardie hanno fornito soltanto un lenzuolo e un cuscino. Solo pochi hanno riferito di aver ricevuto un materasso; e la maggior parte ha detto che hanno dormito sul letto di cemento per la maggior parte del tempo in detenzione. Le guardie li hanno tenuti isolati nelle loro celle fino a 23 ore al giorno e li lasciavano uscire solo per un’ora, o meno, e non tutti i giorni, in un cortile recintato, con il divieto di parlare con gli altri”. Gli avvocati di due detenuti nicaraguensi avevano riferito, presentando un ricorso giudiziario, che in quel campo di prigionia è stato instaurato “…un clima di estrema paura e intimidazione, in cui i detenuti immigrati hanno paura di comunicare liberamente con i loro avvocati”. La radio pubblica americana NPR denunciava, ancora a giugno dello scorso anno, che secondo il segretario alla Difesa (o alla Guerra), Pete Hegseth, “Guantánamo sarebbe stata utilizzata per il transito temporaneo dei migranti”. E che l’amministrazione Trump intendeva utilizzare la prigione “come preparazione per la rimozione finale dei migranti dagli Stati Uniti”. La stessa emittente aveva fornito poi alcuni numeri eloquenti: nei primi due mesi del 2025 il governo americano avrebbe speso più di 40 milioni di dollari per trattenere migranti a Guantánamo, esclusi i costi di trasporto con aerei cargo militari e charter. Alcuni voli charter possono costare fino a 27.000 dollari l’ora.

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