SOCIETÀ

I record di Sinner e quelli del caldo

Proprio quando sembrava che nulla potesse mettersi tra lui e la sua prima vittoria al Roland Garros, Jannik Sinner ha dovuto fare i conti con un’ondata di calore che ha investito la Francia e l’Europa occidentale, facendo registrare temperature mai viste a fine di maggio, anche di oltre 10° C superiori alla media stagionale.

Il numero uno del tennis mondiale è uscito dal torneo del Grande Slam al secondo turno, cedendo di schianto all’argentino Juan Manuel Cerundolo che, sotto di due set e due break, è rimasto freddo e lucido e ha sfruttato l’occasione della vita.

Sinner oltre al caldo ha accusato la stanchezza accumulata nella sua striscia di vittorie record (34 consecutive nei Masters 1000, come lui nessuno mai) e non ha dato la colpa all’alta temperatura per la sua débâcle. Altri atleti però si sono lamentati della programmazione del torneo. Jakub Mensik, dopo aver vinto la sua partita al quinto set, è crollato a terra ed è stato aiutato a uscire dal campo. Nel dopo-partita ha dichiarato che è “folle” (insane) giocare in condizioni di caldo così estremo. Lo stesso Novak Djokovic ha invitato gli organizzatori a ripensare la programmazione e mettere più partite nelle ore serali.

Anche il norvegese Casper Ruud, che da Sinner ha perso la finale del torneo di Roma solo poche settimane fa, si è visto annullare 5 match point dall’avversario, cedendo il quarto set 7 – 5 e il quarto 6 – 0, prima di dover chiamare il time-out per ricevere assistenza medica. È poi tornato in campo e ha vinto al quinto set, dichiarando però che il caldo lo aveva fatto sentire uno “zombie”.

Nuovi record in vista

Proprio il giorno in cui Sinner abbandonava la terra rossa di Parigi, il 28 maggio la World Meteorological Organization pubblicava un rapporto in cui presentava le sue previsioni sull’andamento del clima nei prossimi anni. Secondo i modelli elaborati dal Met Office, l’agenzia meteorologica del Regno Unito che ha coordinato la stesura del rapporto, dal 2026 al 2030 ci sarà una buona probabilità (il 75%) che la temperatura media globale resterà al di sopra della soglia critica di 1,5°C (di aumento rispetto al riferimento del periodo 1850 – 1900), fino a oggi superata in un solo anno, il 2024, che è stato il più caldo mai registrato.

È dato quasi per certo (86% di probabilità) che almeno uno dei prossimi 5 anni batterà il record del 2024, complice anche l’arrivo di El Niño, quella naturale e periodica oscillazione climatica che si innesca con il cambio dei venti e delle correnti dell’oceano Pacifico che portano calore e umidità sulle sponde del Sud America, lasciando all’Oceania una siccità che aumenta il rischio di incendi. A queste condizioni sono associate temperature medie globali più elevate rispetto al fenomeno opposto, la Niña, che oltre che a temperature superficiali dell’acqua più basse, porta umidità in Oceania e condizioni più secche in Sud America.

Secondo gli esperti, quello che sta per arrivare, non prima del prossimo autunno, sarà un Niño particolarmente forte, che andrà a sommarsi a un mondo già riscaldato dall’effetto serra di matrice antropica. Per questo, il 2027, il 2028, o entrambi, potrebbero stabilire un nuovo massimo.

Il rapporto mette in evidenza anche che la regione del pianeta che soffrirà maggiormente il nuovo clima sarà l’Artico. Qui nei prossimi 5 inverni le temperature saranno più alte di 2,8°C in media non rispetto all’era preindustriale ma in riferimento agli ultimi 30 anni (1991 – 2020): significa che l’Artico si scalda quasi 4 volte più rapidamente rispetto alla media globale.

Una buona notizia, distorta da Trump

Nonostante una fine di decennio complicata dal punto di vista climatico, dalla scienza arrivano anche buone notizie. Nell’avanzare previsioni sul futuro del clima, gli scienziati costruiscono diversi possibili scenari, alcuni dei quali sono più ottimistici sulla nostra capacità di ridurre le emissioni, altri invece sono più pessimistici.

Un gruppo di climatologi ha pubblicato un lavoro in cui viene mostrato che lo scenario peggiore, quello che vedrebbe un continuo aumento delle emissioni e delle temperature a fine secolo anche fino a 4°C, oggi è da ritenersi implausibile.

Donald Trump è immediatamente intervenuto con un post sul suo social Truth, dicendo che l’allarmismo climatico, secondo lui sostenuto a torto da attivisti e democratici, era finalmente stato sbugiardato dagli stessi esperti di clima. La lettura offerta dal presidente degli Stati Uniti è però una forte distorsione della realtà e, a ben vedere, l’ennesimo attacco, seppure questa volta indiretto, alle energie rinnovabili.

La ragione per cui gli scienziati oggi ritengono che lo scenario più pessimistico (in gergo RCP 8.5) sia diventato implausibile non è l’ammissione di un errore del passato. Al contrario, quando l’IPCC (il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici) pubblicava i suoi primi rapporti di valutazione negli anni ‘90, la società globale si trovava su una traiettoria di emissioni e di temperature non affatto distante da un futuro catastrofico.

Sono stati 30 anni di Cop sul clima, di diplomazia climatica e di azioni di mitigazione (anche se ancora insufficienti) a piegare quella traiettoria e allinearla con un futuro più caldo di circa “solo” 3°C a fine secolo, che in ogni caso sono ancora incompatibili con la prosperità della civiltà umana e con la sopravvivenza di molti ecosistemi.

La ragione per cui scenari emissivi e termodinamici più gravi non si concretizzeranno, ora secondo gli scienziati, va ascritta soprattutto alla crescita delle fonti rinnovabili degli ultimi anni e di quella attesa nei prossimi: il loro costo è crollato e la loro adozione sarà sempre più pervasiva. L’elettricità da esse generata andrà gradualmente a sostituirsi all’energia prodotta da fonti fossili, abbassando di conseguenza la curva delle emissioni e contenendo la futura crescita delle temperature.

Lungi dall’essere un mea culpa, la revisione degli scenari proposta dai climatologi va semmai celebrata come una vittoria, seppur parziale, nella battaglia contro il riscaldamento globale. La guerra però è ancora molto lunga.

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